Che io possa avere la forza di cambiare le cose che posso cambiare, che io possa avere la pazienza di accettare le cose che non posso cambiare, che io possa soprattutto avere l’intelligenza di saperle distinguere” diceva san Thomas More e, a queste sagge parole, si potrebbe aggiungere di avere la capacità di vedere se le cose cambiate sono migliori delle precedenti.
Con il Concilio Vaticano II si è accresciuta la richiesta di partecipazione del fedele alla celebrazione dell’Eucarestia e l’introduzione della lingua nazionale avrebbe dovuto contribuire allo scopo e avrebbe dovuto facilitare la condivisione delle parole del celebrante. La riforma liturgica è stata imposta ai fedeli ed è stata ritenuta una esaltazione della comunità dell’assemblea. Tuttavia, a distanza di tempo, a dire il vero non così grande, il cambiamento che si nota non è una maggiore frequenza alla celebrazione domenicale, anzi, è la progressiva e drammatica riduzione dei fedeli alle messe domenicali e feriali.
Dai dati di alcuni studi di questi anni emerge che la popolazione che si dichiara cristiana va a Messa in meno del 20-25%, mentre negli anni ‘60-’70 era più del doppio se non il triplo. È vero che l’Italia, come tutta l’Europa occidentale, si sta velocemente e progressivamente scristianizzando con la perdita del senso del sacro e l’ateismo si diffonde a macchia d’olio. Ne consegue che il reale che si osserva è il risultato della perdita del senso religioso, della fede in Dio e del lavoro di una cultura che punta a sostituire la fede con la scienza. Alla fine il materialismo ha convinto molte menti ed ha avvolto nei suoi concetti tutta la popolazione europea, soprattutto occidentale.


Nello stesso tempo anche la Chiesa ha contribuito a diseducare alla fede e al sacro: la partecipazione liturgica come fulcro della celebrazione eucaristica riduce ad esempio il tempo della preghiera personale. Infatti un fenomeno molto diffuso è l’assenza di spazi di silenzio durante la Messa mentre rimane e lievita una “passiva” partecipazione alle parole della celebrazione.
Vi è come un timore incomprensibile da parte dei sacerdoti a lasciare momenti di meditazione al cristiano che partecipa e, se, per caso o per volontà del celebrante, emergono tempi “di raccoglimento”, di silenzio, si coprono subito con i canti. Così i tempi della celebrazione rimangono sempre verbali e nel tempo auspicato. Vengono inevitabilmente in mente le parole di Isaia: “questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me”.


L’impressione è che questa lontananza tra il cuore del cristiano e quello di Dio sia voluta, al contrario, l’essere in chiesa e partecipare alla funzione domenicale dovrebbe favorire e semplificare l’incontro con l’Onnipotente. Chi partecipa alla Messa è un cristiano, appartiene certamente a una comunità parrocchiale e ha, o dovrebbe avere, anche un suo rapporto personale con Dio.
Parlare e ascoltare Dio può e forse deve essere fatto anche nel momento in cui ci raccogliamo nella preghiera, in quella preghiera che viene detta “del cuore”. Mi chiedo quando è possibile farlo durante la Messa domenicale, se non arrivando in anticipo e fermandosi dopo la celebrazione.
Scriveva san Agostino: “la mia anima taccia a sé stessa per ascoltare Dio e per ammirarlo”: il silenzio contribuisce alla contemplazione, all’adorazione e all’ascolto oltre che alla comunicazione. A questo non siamo più educati. Inevitabilmente il rapporto con Dio si esaurisce con la Messa domenicale. E con la realizzazione di opere concrete e materiali, che dovrebbero essere la conseguenza dell’amor di Dio e dell’amor del prossimo. Non azione “primaria e fondamentale” della fede del cristiano.
Si è spostato Dio al di fuori della storia, si è trasferita l’attenzione sui fatti materiali come doni fatti alla divinità. Come facevano i pagani. Inoltre la nuova generazione non sa più parlare correttamente: è cambiato il linguaggio, ma soprattutto la tecnologia (es. cellulari) che richiede tempi ridotti, contrazioni lessicali e immagini. Potremmo dire che se non ci si allena a parlare e a esprimere il proprio pensiero mediante la parola si perderà la capacità di utilizzare correttamente il proprio concetto, la capacità comunicativa. Anche con la religione si potrebbe dire lo stesso: se non ci si allena a parlare con Dio, ad ascoltarlo, a ringraziarlo, a comunicare con Lui se ne perde la capacità. Il cellulare non serve.
Il silenzio dovrebbe rientrare, anche gradualmente, nella celebrazione eucaristica spiegando al cristiano che esiste la necessità di questa dimensione di silenzio per cercare e sentire la presenza del divino nel momento culminante della eucarestia. È possibile che la solitudine, che caratterizza quest’epoca, ci aiuti a ritrovare in quel vuoto il desiderio di ritrovare la divinità: nella solitudine l’anima può guardare sé stessa e percepire la presenza del sovrannaturale, lasciare che ritorni la fede. Anche l’ateismo sarà una strada per il divino. Come ha detto don Baget “il voler diventare dio dell’uomo” , rifiutando l’esistenza di Dio, “è perfettamente simmetrico al voler diventare uomo di Dio. Non potremmo capire, se non in questo modo, la paradossale crisi di tanti cristiani che sono così attratti verso il mondo secolarizzato al punto di preferire talvolta la chiesa degli atti alla chiesa visibile. Sembrerebbe abnorme e distruttivo il processo che si esprime come ateismo e secolarizzazione se esso non fosse in radice un’operazione divina.” Dio condurrà tutto in bene, ma chi è cristiano porta questo dolore del mondo, questa tenebra nel suo cuore; la presenza del Signore, la preghiera e il ringraziamento contribuiscono a comprendere la realtà di un mondo apparentemente sempre più follemente innamorato di sé stesso e del suo orgoglio. E, contemporaneamente, capace di disprezzare disperatamente le azioni dell’uomo e i suoi traguardi scientifici.
La preghiera del cuore o del silenzio non è infatti solo una richiesta a Dio, è molto di più. La preghiera, quando abbandona il ragionamento, diventa anche contemplazione e adorazione, ascolto e colloquio intimo, ringraziamento, per arrivare all’abbandono nella vita divina.
Questo dovrebbe portarci a quello che ci viene richiesto: vivere costantemente alla presenza di Dio.

Patrizio Odetti

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