“Dio dona dall’alto La Sapienza celeste agli spiriti, ben ordinati e bramosi di contemplazione. E mentre, essi vedono, gustano e sentono intensamente, acquisiscono la conoscenza di ciò che sperimentano, ma non sanno da dove ha origine.”
Così scriveva Filone di Alessandria nel De fuga et invetione. Questo passo è citato da Hans Urs Von Balthasar nel primo volume di Gloria nel contesto del suo studio dell’esperienza della fede.
La dimensione spirituale del cammino individuale è qui presentata come una forma di singolare e misterioso incontro con il grande Altro, incontro che non può avvenire senza che prima si crei un vuoto consapevole dentro l’esistenza dell’uomo. Ogni parola qui fallisce il suo compito in quanto è inevitabile che l’ordine del discorso sia espressione del collettivo. È la dimensione del se impersonale a cui fa riferimento Heidegger nella sua analitica esistenziale. Si tratta di un aspetto inaggirabile che si dà in ogni forma di comunità umana, inclusa quella ecclesiale.


Per quanto animata dalle migliori intenzioni nessuna comunità è in grado di operare senza che si generi in essa questa dimensione che si presenta, innanzitutto, come un essere emotivamente situati. Ora l’emozione è parte integrante delle dinamiche dell’io per cui, paradossalmente, più una comunità è in grado di generare forti emozioni nei suoi membri più asseconda le dinamiche di godimento che fanno parte dell’io e, di conseguenza, riempie tutti gli spazi dell’animo umano. Esattamente ciò che impedisce l’incontro con Dio e rende la preghiera una raffinata forma di autoerotismo.
Ma ogni spinta dell’io verso il godimento è destinata ricadere su di esso sotto forma di una più viva insoddisfazione. Di qui la spinta a cercare nuove forme di aggregazione, nuove modalità di stare e pregare insieme tutte orientate a far provare qualcosa di nuovo al singolo. Si crea così una strada in cui Dio viene reificato, oggettivato dentro le esperienze della comunità che è la vera protagonista della vita emotiva del singolo (che risulta pertanto ad essa sempre più assoggettato). E tuttavia, anche in queste condizioni, la presenza di Dio trova il modo di arrivare ai singoli.
“L’infinito si insinua in noi attraverso la tensione interna e attraverso il travaglio di ciò che riceviamo nelle fratture del nostro tempo e insieme nella lentezza dei nostri cammini, nella sorpresa di alcuni momenti privilegiati e insieme negli itinerari silenziosi di un’apparente ripetitività.”
Così scrive Michel de Certau in Mai senza l’altro e prosegue poche righe dopo “Ciò che caratterizza allora l’esperienza di un “infinito” (lasciando il termine tra virgolette, come ciò che non cessa di sfuggirci nel momento stesso in cui ne parliamo) è che l’infinito ci è necessario proprio perché ci sfugge. In fondo è percepito nell’esperienza come ciò senza cui l’uomo non può vivere, ciò senza cui una comunità, un gruppo di uomini non può esistere”.
Si tratta di quel vento leggero che è la voce di Dio percepita dai profeti, è, parimenti, quel particolare tipo di incontro che consente a Simon Pietro di riconoscere in Gesù di Nazareth il Figlio del Dio vivente. “Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli.” Mt. 16,17. Simone Weil ne La persona e il sacro mette a fuoco, in testo breve ma folgorante per densità spirituale, quanto abbiamo sino ad ora cercato di porre in luce: “la parola persona si applica spesso a Dio, è vero. Ma nel passo in cui il Cristo propone agli uomini Dio stesso come modello di una perfezione che comanda loro di adempiere, non vi associa solo le immagini di una persona, ma soprattutto quella di un ordine impersonale: “diventate figli del Padre vostro, quello dei cieli, in quanto fa sorgere il suo sole sui malvagi e sui buoni e cadere la sua pioggia sui giusti e sugli ingiusti”.
Questo ordine impersonale e divino dell’universo ha come immagine fra di noi la giustizia, la verità, la bellezza. Nulla di inferiore a esse è degno di servire da ispirazione agli uomini che accettano di morire.”


Questo ordine impersonale è esattamente ciò che non può essere afferrato e descritto con il linguaggio ed al tempo stesso è ciò rende credibili le nostre parole ed i nostri deboli tentativi di comunicare l’ineffabile che in certi momenti incontriamo nel corso della nostra vita spirituale. Questa verità era ben conosciuta dalla liturgia cattolica che ha sempre teso a rendere possibile l’incontro sacramentale con il mistero dell’infinito amore di Cristo e dunque ha sempre avuto di mira la liberazione integrale dell’uomo dalla dittatura di ciò che alla fine risulta essere troppo umano.
L’uomo è libero solo di fronte all’Assoluto.

Fabio Campinoti

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