Nel dopo Concilio avvenne una rapida secolarizzazione della teologia: il momento in cui la secolarizzazione toccò il popolo fu quello della riforma liturgica. Ci fu la riduzione della preghiera cristiana al culto pubblico, ponendo da lato il tema della religione personale, come la chiamava il padre De Grandmaison, che è la vita mistica “nascosta con Cristo in Dio” del credente.

L’azione pubblica ha reso marginale la vita interiore, la preghiera silenziosa. Ha diminuito l’adorazione, che, centrata attorno al Tabernacolo, era il cuore del Cattolicesimo. Senza il momento dell’adorazione, in cui l’uomo si pone innanzi alla Gloria divina, riconosce la sua debolezza e si affida alla divina Potenza, la religione non ha realtà. L’Islam ha conservato la sua natura sociale di comunità perché ha mantenuto l’adorazione. Esiste ancora l’adorazione nella vita comune dei cattolici, il sentimento della dipendenza? E il timore di Dio, il timore del giudizio divino, che è l’inizio della Sapienza? Dire che Dio è Amore non significa che Dio sia bonarietà, indifferenza. È una antica tesi gnostica la separazione del creatore dall’Abba di Gesù. Oggi la troviamo diffusa in forma criptica. Il Dio che piace ai teologi del nostro tempo deve essere “un Dio affidabile”.

Il Dio amore domanda l’amore, che è una esigenza più radicale e profonda del timore, ma nasce soltanto da esso. Non perché Dio ami essere temuto, egli ama essere amato, ma il timore di Dio è il modo in cui l’uomo si apre a Dio, ne sente la mancanza. Il modello di preghiera cristiano (i Salmi) ha molti temi, ma uno è centrale: la mancanza di Dio.

Il tema del peccato non è nella Bibbia un tema etico: è il sentimento che Dio manca all’uomo. Gli manca interiormente ed esteriormente, il salmista ne chiede la presenza interiore e, al tempo stesso, l’assistenza esteriore. Prega come un tutto: spirito, anima, corpo, persona, popolo di Dio. Ma in tutti i soggetti e in tutte le forme l’uomo dichiara a Dio di sentirsi lontano da lui e di avere bisogno di lui. Il peccato biblico non è la colpa della psicoanalisi, non è una categoria della morale, né una struttura dell’angoscia. È una dimensione il cui senso sta nel fatto che Dio è presente, il salmista si rivolge a lui, gli domanda di vivere in lui, di abitare nella sua casa, di essere liberato dai suoi nemici, dalla morte. Il peccato è nei Salmi la differenza reale e concreta tra Dio e l’uomo e, al tempo stesso, la loro essenziale relazione. Ed è la diversità stessa che esprime la relazione, l’invocazione che chiede l’intervento nella storia e nel cuore del Dio alla cui Presenza si rivolge la parola. Il peccato biblico è una dimensione mistica: per questo suppone che Dio sia amore. Nel momento in cui proclama la lontananza, il salmista sa la Presenza e chiede di essere penetrato, investito, trasformato dall’amore di Dio. È ciò che dice splendidamente il salmo 72: “che cosa c’è per me in cielo? Se sono con te non mi attira la terra, Dio, roccia del mio cuore e mia parte per l’eternità”.

La preghiera chiede una azione di Dio interiore ed esteriore, attende una azione divina, domanda che la Presenza, innanzi cui sta l’orante, divenga divino intervento. La preghiera è rivolta al Tu divino perché si manifesti nella vita interiore ed esteriore del credente. L’imperativo indica il bisogno e l’attesa, le due forme che costituiscono, per parte umana, il rapporto con Dio. L’indicativo indica una realtà già data, non una realtà attesa: la mistica è sempre, da parte dell’uomo, domanda dell’intervento divino. Anche la mistica del distacco dal mondo, come la renano fiamminga, sa bene che il distacco è un dono di Dio, l’essere penetrato dalla sua gloriosa essenza.

 don Gianni Baget Bozzo

pubblicato  il 7/1/1997

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