Cosa significa pregare, cos’è la preghiera? Un cattolico praticante potrebbe offrire una risposta strutturata dalla tradizione e formazione ecclesiastica in cui egli è cresciuto, mentre non è lo stesso per chi ha incontrato il Cristo ai margini della comunità cattolica. Rispondere a questi quesiti, per molti di loro, l’approccio teologico non basta e può essere di ausilio solo una visione mistica ed esperienziale di Gesù che entra nella tua “casa” e risveglia la tua divinoumanità.
La teologia del Novecento spesso ha razionalizzato il messaggio cristiano rendendolo mondano, ma il Kerigma della Croce non è un’ idea, ne una ideologia di vita, è un fatto che entra nella storia del mondo e la cambia, così come cambia chiunque lo viva nel suo interiore e si chiama conversione. Et dixit, qui sedebat super throno: “Ecce nova facio omnia”(Ap 21,5). Chiunque abbia abbracciato il Cristo in questo modo ha una sua storia che può essere comunicata solo attraverso la testimonianza esperienziale di come Gesù abbia bussato alla sua porta.
Il commento di don Gianni parla in primis della comunità cattolica quando le chiese in Occidente erano affollate, ma oggi scontano la crisi del Cattolicesimo in quanto religione. Le sue speculazioni, infatti, scandagliano le profondità dell’intimo rapporto tra l’uomo e Dio e lasciano questi quesiti aperti, le cui risposte sono viziate anche dal contesto storico, dal cronos, dove le nostre anime vivono la prova dell’esperienza nel mondo. La sua analisi evidenzia il Novecento come un secolo di perdizione anche per il clero cattolico che aveva reinterpretato le note interiori del cantico che l’uomo creò per manifestare la mancanza di Dio: la preghiera.
Nel senno di poi la visione di Papa Leone XIII in cui Satana sfidò Gesù Cristo chiedendo 100 anni per la distruzione della Chiesa e la perdizione del mondo, acquisiscono un valore predittivo che, forse, solo la sua preghiera a San Michele, cancellata poi dai messali delle chiese, avrebbe attenuato la furia del demonio. L’umanità, dilaniata da due Guerre mondiali, ipnotizzata dalle utopie e dalla morte di Dio come Nietzsche la intese, ha plasmato generazioni di uomini in cui il dubbio nei confronti della Verità rivelata dissacrava la società fondata su presupposti cristiani. Inoltre, con un Cattolicesimo in cui il Trascendente era spesso mediato dalla ricerca dell’adeguamento al Postmoderno attraverso i teologi, la fede rischiava di ridursi ad un esercizio di ritualità esteriori con i clerici legittimati ad essere tali se assistenti sociali e non pastori di anime. Per molti laici la Chiesa non era l’unione dei cattolici ma il luogo in cui il clero gestiva i fedeli. Coloro i quali non erano cresciuti all’interno del movimentismo cattolico o che seguivano saltuariamente le attività parrocchiali della comunità cattolica locale spesso si allontanavano a causa anche di quel confessionalismo che mischiava il sacro con il potere profano attraverso un impegno politico il più delle volte gestito per appartenenza e non tanto per scelta di libertà cristiana.

Il Cardinale Biffi disse che la distinzione del nostro tempo non è tra credenti e non credenti ma tra credenti e creduloni. La postmodernità ha gonfiato le fila della creduloneria attraverso generazioni formatesi tra una Chiesa, vittima della secolarizzazione, che non parlava più di anima e le utopie degli ateismi sostitutivi e l’Istruzione ufficiale dello Stato che proponeva percorsi didattici in cui era facile essere incuranti della mancanza di Dio. Ricordo come la morale Kantiana si presentava libera e fascinosa. Dio era un mero “punto di fuga” anonimo verso l’infinito di una prospettiva in cui l’uomo definiva una sua propria etica universale: “agisci solo secondo quella massima che, al tempo stesso, puoi volere che diventi una legge universale” e se tutti facessero lo stesso? Se la risposta è accettabile, allora l’azione è moralmente giusta. Questa falsa libertà Kantiana offuscava le menti e spesso i Licei si trasformavano in fucine di agnostici od atei soprattutto se i docenti, ahimè la maggior parte, erano di estrazione marxista. Cosa significava la preghiera per costoro? Era un atto di sudditanza e non di mancanza di Dio. Eppure una delle chiavi del futuro della Cristianità in Occidente risiede anche in queste generazioni che dal Sessantotto in poi sono cresciute subendo i piani del Principe di questo mondo sull’uomo. Don Gianni lo comprese molto bene quando scelse di candidarsi nel PSI di Craxi, sapeva che vi era un popolo che non si identificava nella società divisa in due chiese quella cattolica e quella comunista dipinta da Guareschi in Peppone e Don Camillo. La sua sospensione a divinis gli costò l’emarginazione dal clero, ma riscosse consenso in coloro che videro le sua scelta come una breccia nello steccato del confessionalismo. La sua scelta libera e spirituale offriva un alternativa agli schemi dettati dagli intrecci e ideologi e immanenti tra i cattolici di sinistra e comunisti. Nei socialisti non era chiamato compagno ma don Baget o amico. Egli parlò ad un popolo figlio di nessuna delle due chiese, ma che in qualche modo ebbe l’opportunità di incontrare il messaggio di Cristo non attraverso un approccio teologico politico ne confessionale ma spirituale. Don Gianni non era figlio della tradizione socialista, apparteneva ad un’altra storia e generazione in cui il cattolicesimo era un punto di riferimento della società, ma anche il mio socialismo craxiano aveva dimenticato Marx grazie al libertarismo del pensatore politico Francesco Saverio Merlino e si spostava su un piano metapolitico: dal riformismo politico del sistema capitalista alla Rivoluzione interiore con il rifiuto delle verità assolute.
Ricordo che don Gianni chiese cosa rappresentava per me il Postmoderno, capì dalle sue parole che conosceva nella speculazione ciò che io avevo vissuto e con le sue ansie egli intuiva il dolore delle ferite aperte del nostro tempo. La filosofia esistenzialista che il postmoderno mi propose fin dagli anni della mia giovinezza iniziò con la scelta casuale di un libro la Gaia Scienza di Nietzsche e mi colpì a tal punto che il passaggio a Sartre, Rimbaud e Kerouac fu un percorso volto alla ricerca di un esistenzialismo non dottrinale ma esperienziale in cui il relativismo generava inquietudine nella continua ricerca dell’io.
Avrei trovato, negli anni a seguire, il Dio della creazione attraverso i miei studi universitari con il Principio di indeterminazione di Heisenberg, ma era ancora un Dio imperscrutabile di cui non sentivo la mancanza anche se il mio confronto con le culture orientali, in realtà, erano un tentativo di poterlo definire. Non ho mai provato invidia in vita mia se non per le persone che in Chiesa si inginocchiavano in adorazione e pregavano. Mi mancava la Trinità e la conobbi non per speculazioni filosofiche e razionali, ma perché accadde. Il Figlio dell’uomo entrò nella mia casa, nel mio interiore ed il mondo in bianco e nero si colorò.
In quel periodo la preghiera fu il mio cantico che chiedeva aiuto al patimento interiore ed esteriore che la mia conversione provocò, poiché la mia vita sarebbe cambiata radicalmente ad numen mentis: negli affetti, nei progetti e nell’impegno politico. Fu in quel periodo che decisi di andare oltre le preghiere contemplative di cui avevo memoria, ascoltate nel mio viaggio senza fissa dimora del mio io, e decisi di andare a messa, ma solo per l’Eucarestia, poiché è il Sacramento cardine che celebra il Kerigma della Croce. Il Suo abbraccio attraverso la Comunione mi dava forza nel silenzio di una conversione mai pubblicamente dichiarata se non in poche occasioni: ad un a persona che aveva sfiorato la mia anima, dopo alcuni anni di collaborazione, a don Gianni ed in questa occasione in cui parlare del cantico sublime dell’uomo ha vinto il mio pudore. Era mia convinzione che rendere noto tale fatto fosse un atto di vanità. Ciò che avevo ricevuto fu un dono ed il Donatore mi aveva scelto, ringraziarlo pubblicamente sarebbe significato pormi su un piano differente rispetto agli altri, aspetto che fu da sempre oggetto delle mie critiche al clero. La loro vocatio ha un quid in più rispetto agli altri cristiani nel momento che hanno deciso di sperimentare nel mondo ciò che saremo nello stadio successivo. Per tale motivo vestono di nero, perché hanno scelto la morte delle pulsioni mondane, affinché possano sopportare il peso di porgere l’ostia benedetta in celebrazione del Kerigma della Croce. Ma se prima la mia critica nei loro confronti era intrisa di moralismo, dopo, il giudizio morale lasciò il passo al fatto che solo lo sguardo del Cristo può redimere coloro che lo abbiano incontrato.
Come nelle immagini del film The Passion di Mel Gisbson, diventato la mia personale preghiera pasquale, Gesù ti guarda ed in quell’istante tu vedi il Figlio dell’uomo ed i suoi occhi mettono a nudo la tua anima non purificata dalla mancanza di Dio ossia dal peccato: non c’è pena maggiore che riconoscere le tue miserie nelle stanze dell’interiorità. Se non ci fosse la Sua mano a redimerti oltre le acque agitate della vita ci sarebbe solo disperazione. Nada te turbe, nada te espante, todo se pasa, Dios no se muda. Quien a Dios tiene, nada le falta. Solo Dios basta. Diceva Santa Teresa D’Avila e quel dolce canto scandiva i miei silenzi quotidiani contemplativi con Lui insieme a l’unica preghiera che egli ci insegnò: il Padre nostro. La mia ignoranza in merito ai testi sacri, alle ritualità della tradizione cattolica non mi impedivano la Sua adorazione nella convinzione che il Cristianesimo non sia una religione ma, bensì l’incontro con una Persona viva.
Prima della nascita siamo già tutti cristiani, poiché il Suo sacrificio per espiare i nostri peccati nel cronos è un atto di Amore assoluto oltre il tempo laddove passato, presente e futuro si fondono. Dio ci propone la libertà della scelta nel mondo per raggiungere la Salvezza in Comunione con Lui attraverso la consapevolezza della nostra divinoumanità che ci rende suoi figli. Con il Cristo al centro del mondo l’Istituzione ecclesiale cattolica è necessaria ma non sufficiente, poiché essa sconta i processi di maturazione dell’umanità nella storia del mondo. L’universalità del Cristianesimo promossa dall’ebreo convertito Saulo di Tarso divenne religione essoterica, il Cattolicesimo, nel primo Concilio di Nicea sotto l’imperatore Costantino I. Il passaggio a religione dell’impero promosse anche una Chiesa temporale in cui le miserie del mondano forzavano il compromesso con il messaggio di Cristo. In questo quadro la mistica cristiana parlava al cuore del cristiano mentre nella prassi venne sempre più marginalizzata dall’Istituzione ecclesiale, poiché l’esperienza mistica trascende ogni desiderata mondano e rompe il binomio biblico pastore gregge, perché spoglia il pastore dell’ auctoritas e lo riconosce come tale se autorevole, mentre la parola gregge perde di senso nel definire l’ecclesia cristiana.
L’augurio è che Papa Leone XIV con il prossimo viaggio a Nicea riporti al centro della vita cristiana il Sacro e la Mistica attraverso la preghiera e le Chiese potranno ritornare ad affollarsi anche di quelle persone, che, come me, hanno vissuto la visita di Cristo nelle forme più disparate nel tempo più lontano da Dio che la storia cristiana conosca: la postmodernità.
Alessandro Gianmoena
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