La riflessione di don Gianni Baget Bozzo proposta dalla newsletter tocca sapientemente uno dei punti cruciali della religiosità contemporanea, anche se non sempre (anzi, quasi mai) affrontati con serietà e attenzione, anche all’interno delle comunità ecclesiastiche: come vivere un sano e autentico rapporto tra la coscienza e Dio. Stupisce quanto tale riflessione, pur scritta quasi trent’anni fa, sia attuale. Effettivamente, il vertiginoso calo delle presenze dei fedeli alle celebrazioni, almeno nel contesto italiano, europeo e occidentale, che si è registrato negli ultimi anni, sembra avere a che fare anche con un certo “sbilanciamento” delle comunità verso le cose da fare o i momenti pubblici, e quindi con un progressivo venir meno della dimensione della preghiera, dell’adorazione, dell’incontro personale con Dio. Allo stesso tempo, e non meno portatrice di conseguenze non desiderabili, si registra una reazione che vuole portare il credente a chiudersi nell’intimo della propria soggettività e ad abbandonare progressivamente il contesto comunitario ecclesiale necessario per una sana vita di fede, o ancora a creare ambienti in “fuga” dal mondo nella presunzione di maturare esperienze di fede d’élites, non comprensibili ai fedeli comuni; tutte tendenze che, a ben vedere, sono anch’esse molto in linea con un certo spirito del tempo che ci vuole individui isolati e convinti di non dover chiedere nulla a nessuno. Tali atteggiamenti contrastanti, eppure convergenti nell’allontanare il cuore da Dio, sembrano essere stati colti da papa Francesco che ha individuato in diversi documenti (dall’Evangelii Gaudium, la sua prima esortazione apostolica nel 2013, alla Gaudete et exsultate, lettera apostolica sulla santità del 2018) due tendenze tipiche della mondanità spirituale da cui occorre mettersi in guardia: il pelagianesimo e lo gnosticismo, parole che indicano eresie molto antiche.
La prima deriva dal monaco britannico Pelagio, attivo tra il IV e V secolo d.C., secondo cui il peccato originale non avrebbe definitivamente corrotto la volontà umana la quale, perciò, sarebbe in grado di scegliere ed attuare autonomamente il bene; la seconda, invece, indica una serie di eresie accomunate dalla centralità di una conoscenza (gnôsis) che divide gli eletti – i soli che possono accedere ad un sapere esoterico di Dio da custodire con gelosia – dalla massa dei dannati. Al di là delle realtà storiche di queste eresie, mi sembra che i due termini possano effettivamente richiamare con efficacia le due tendenze pericolose per la fede e che esprimono, riflettendoci con attenzione, due volti di una medesima dinamica, quella della mondanità spirituale.

Papa Francesco ha ricavato tale espressione dal celebre teologo e cardinale, studioso della storia della Chiesa e della filosofia, Henri De Lubac il quale, a sua volta, la riprese dal monaco benedettino Anscar Vonier. Questi, nell’opera Lo Spirito e la Sposa (del 1935, datata ma consigliatissima), considera la mondanità spirituale come il pericolo più grande per la fede e per la Chiesa, che non consiste, come lascerebbe intendere il termine mondanità, nell’amore verso le ricchezze e il mondo materiale; al contrario, la mondanità spirituale si può manifestare attraverso un esigente ascetismo e una moralità severa. Tuttavia, ed è per questo che può essere più pericolosa della mondanità materiale, tali atteggiamenti non sono fondati sulla gloria e sull’amore di Dio, ma su uno sguardo completamente “antropocentrico” e autoreferenziale. Al centro della mondanità spirituale non c’è Dio ma un’immagine di sé, dell’Uomo, di come debba essere la sua vita di fede, e della Chiesa, che diventano, così, veri e propri feticci. Da essi derivano sia il neopelagianeismo, ovvero la tendenza autocelebrativa che porta a sbilanciarsi su ciò che si fa, sia il neognosticismo, l’atteggiamento elitario di «una fede rinchiusa nel soggettivismo, dove interessa unicamente una determinata esperienza o una serie di ragionamenti e conoscenze che si ritiene possano confortare e illuminare, ma dove il soggetto in definitiva rimane chiuso nell’immanenza della sua propria ragione o dei suoi sentimenti» (Evangelii Gaudium, 94). Anche una certa mistica, come quella richiamata da don Baget Bozzo con riferimento ai renani del Duecento, può essere un rischio da questo punto di vista: spesso può condurre ad un dio esoterico, al di là dell’essente, che è prima di tutto intelletto e da cui occorre negare tutto ciò che è. Un dio che, in fin dei conti, assomiglia molto a quello dei nichilisti di ogni epoca che separano dio dal mondo fino al punto che, per andare al primo, occorre solo negare ciò che appartiene al secondo (per un’analisi dello gnosticismo come nichilismo e delle sue influenze su orientamenti filosofici contemporanei come l’esistenzialismo o la filosofia di Heidegger rimando al celebre saggio di Hans Jonas Gnosi, esistenzialismo e nichilismo presente in Gnosi e spirito tardoantico).

Quale antidoto, allora, alla mondanità spirituale? Più che dare una risposta, mi sembra utile ribadire la necessità di vigilare su questo e di stare nella domanda. Ciò che identifica la vita del credente è il battesimo in Cristo che unisce alla sua morte e introduce alla via della resurrezione, come singoli e in quanto parte di un unico popolo, la comunità dei chiamati dall’amore di Dio a formare un’anima sola nel corpo mistico di Cristo, la Chiesa. Così, la mistica che siamo chiamati ad incarnare è senz’altro intessuta di vita comunitaria la quale, tuttavia, non deve perdere il fondamento dell’unione a Cristo che, per mezzo dello Spirito, ci rende figli del Padre. E naturalmente, come non perdere tale fondamento? Nella preghiera, nella carità, nella celebrazione dei sacramenti, nell’incontro personale e condiviso con la Parola, nella cura della propria fede, nel cammino spirituale che si mostra sano e santo quando non rinchiude in un mondo finto ma apre all’incontro con gli altri nell’Altro.
Davide Penna
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