Commento di Davide Penna

all’approfondimento di don Gianni Baget Bozzo

Dio, Dimora dell’essere

Essere con il nulla: creazione, libertà e
Provvidenza in un tempo di determinismi

Essere con il nulla: creazione, libertà e Provvidenza in un tempo di determinismi

L’esperienza del nulla è tra i luoghi più enigmatici del pensiero umano. Tale concetto, esasperato negli ultimi due secoli, non è peraltro univoco: può essere inteso come abisso di mancanza e di dolore oppure come opportunità di e vocazione profonda alla relazione. Il nulla inteso come svuotamento relazionale, inoltre, non va contrapposto alla gloria (dóxa, kabod) intesa come splendore e manifestazione di Dio; evangelicamente le due dimensioni sono da pensarsi come pericoreticamente unite. Nel Vangelo di Marco, il centurione romano, vedendo Gesù morire sulla croce, lo riconosce come “Figlio di Dio” (Mc 15,39): è nello svuotamento radicale di sé che Cristo vive sulla croce che si rivela la gloria divina e – è interessante notarlo – il primo a vederlo è un pagano. La croce diventa così il luogo paradossale in cui lo splendore di Dio si manifesta nella forma dello svuotamento, inaugurando un modo nuovo di intendere la relazione tra essere, nulla e libertà. Qui, allora, non si tratta di vedere il nulla “solo” come “possibilità necessaria” rispetto all’istituzione di sé dell’essere su cui ha insistito più di una tradizione filosofica negli ultimi secoli (si pensi, su tutte, all’esistenzialismo); più profondamente, si tratta di aprire la comprensione all’idea che il nulla relazionale è parte costitutiva dell’essere inteso come relazione pericoretica in cui l’essere in sé è, in quanto tale, essere per l’altro.

Il nulla: tra mancanza e apertura. Una distinzione necessaria

Nella tradizione filosofica occidentale il nulla è spesso percepito come mancanza radicale, segno della nostra finitezza e limite dell’esistenza. È il nulla che suscita angoscia perché suggerisce la possibilità della dissoluzione. Tuttavia, alla luce della rivelazione cristiana e della riflessione teologica, il nulla può essere compreso anche come spazio liberante, vuoto ospitale, feritoia oscuramente luminosa, che istituisce l’incontro con altro. Applicando alla creazione e alla Provvidenza la logica della kenosi paolina — quello “svuotò se stesso” riferito al Verbo — non si parla di una diminuzione dell’essere divino, ma dell’atto originario con cui Dio fa spazio a ciò che non è Lui. La creazione è dunque gloria: la manifestazione dell’amore eccedente di Dio che, nel lasciare essere il mondo, rivela il suo splendore. Ed è anche svuotamento: Dio non impone la sua presenza, ma lascia libere le cause degli enti, affinché il mondo possa sorgere come altro da Lui. Creazione non è, allora, ripetizione di sé, ma fondazione (che solo Dio può fare) di una vera libertà la quale, in quanto tale, rimane ontologicamente sospesa tra la possibilità di accettare l’appello alla vita e all’amore che la creazione istituisce e, dall’altro lato, di negare sé e la creazione per imporre una annichilente volontà di potenza.

In questo senso, il nulla non è solo privazione ma condizione relazionale. Potremmo ardire nel dire che è la stessa la casa dell’essere: non solo perché è il luogo in cui la libertà della creatura può emergere come risposta e immagine dell’amore che l’ha preceduta, ma anche perché è il logos del to on, quel ritmo ontologico di rivelato dall’essere trinitario che, come vuole la riflessione dei Padri della Chiesa, è l’essere stesso (cfr. Es 3, 14) e, allo stesso tempo, svuotamento di sé per l’altro. Il nulla come kenosi fonda quindi una libertà chiamata a essere amore responsabile, perché modellata sull’iniziativa divina che si dona senza annientare.

Libertà e fede: la risposta al determinismo contemporaneo

L’idea che la libertà sia fondata su un dono originario contrasta con alcune correnti del pensiero contemporaneo. In particolare, Robert Sapolsky, nel suo recente Determinati. Biologia, comportamento e libero arbitrio, sostiene che la libertà non esiste: ogni scelta umana sarebbe solo l’esito inevitabile di una lunga catena di processi biochimici e condizionamenti evolutivi. Qui il determinismo atomista dell’antichità si radicalizza in forma neuroscientifica: dove tutto è reazione chimica, nulla può essere veramente libero. Ma un simile approccio annulla la responsabilità morale e giuridica: se non si può scegliere, infatti, non si può essere davvero responsabili di ciò che si compie. Inoltre, tale visione mina la stessa idea di verità: anche l’affermazione “non c’è libertà” sarebbe solo il prodotto cieco di un processo cerebrale, non una proposizione valida.

La fede nel Dio creatore e provvidente offre una via diversa: la libertà non è un mito, ma l’effetto reale dello svuotamento divino che lascia spazio alla creatura. Dio crea un mondo in cui l’uomo può rispondere. La Provvidenza non annulla la libertà, ma la sostiene come un grembo che rende possibile la responsabilità.

Il rischio del caso: il nichilismo come esito del determinismo

Se la libertà viene negata, il mondo diventa una grande catena causale priva di soggetto. Tutto accade per necessità senza un fine; tuttavia, una necessità senza scopo assume il volto di una casualità radicale e arbitraria. Dove l’essere non manifesta senso e ragione, la libertà si tramuta, consapevoli o meno, in volontà di dominio. Dante, criticando il determinismo democriteo, osserva che esso “pone il mondo a caso”: una necessità cieca è indistinguibile dalla casualità ontologica. Il nichilismo contemporaneo nasce spesso da questa visione: se non c’è scelta, non c’è senso; se non c’è responsabilità, la storia è solo un flusso meccanico; se il nulla non è spazio di relazione, diventa abisso che inghiotte ogni finalità. La perdita di libertà e quella di significato sono, in fondo, due volti dello stesso problema. Uscire dal vicolo cieco del determinismo richiede di recuperare la dimensione della verità che non è un limite alla libertà, ma la sua condizione: solo chi riconosce un senso può scegliere in modo autentico. La libertà non è puro arbitrio, né spontaneità cieca, ma risposta consapevole a un bene compreso. E ciò implica che il mondo non è un flusso necessario di cause, ma un orizzonte di significato in cui la responsabilità umana ha valore. Nel Vangelo di Giovanni, Gesù afferma: «La verità vi renderà liberi» (Gv 8,32). Filosoficamente, questo significa che la libertà nasce dall’incontro con la verità del proprio essere. Recuperare il senso della verità permette di fondare la libertà umana e, insieme, di riconoscere la Provvidenza come la forma in cui la gloria di Dio continua a rendere possibile la nostra responsabilità nel mondo. La croce — luogo dello svuotamento che manifesta la gloria o, potremmo dire in termini più o meno filosofici, dell’essere con il nulla — resta così il paradigma per comprendere che solo una verità che si dona può liberare, e solo una libertà che accoglie questa verità può dare senso all’esistenza e vivere responsabilmente nell’accoglienza (o nel rifiuto) di una vocazione.

Davide Penna

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