Commento di Fabio Campinoti

all’approfondimento di don Gianni Baget Bozzo

Dio, Dimora dell’essere

 

Ciò che non siamo capaci di vedere

 

Quando ci troviamo davanti alla domanda leibniziana sul perché ci sia l’essere piuttosto che il nulla visto che il nulla sarebbe stato più semplice, quale che sia la nostra risposta c’è un aspetto di questa domanda che resta non visto e non interrogato. Colui che non viene interrogato è, appunto, l’interrogante stesso e ciò che non viene chiesto al soggetto è quale sia il punto di osservazione dal quale pone la domanda. Perché, con quale intenzione il soggetto pone la domanda? Che cosa si aspetta come risposta? E da chi, in ultimo, questa risposta dovrebbe arrivare?

Tendenzialmente il fatto stesso di porre una domanda presuppone, inconsciamente, di avere già una risposta e, in effetti, sia che si ponga la risposta nella creazione da parte di un Dio trascendente sia che si la si situi nella casualità assoluta e nel nulla stesso, il risultato finale è l’accantonamento, almeno temporaneo, della domanda. Il soggetto, o, meglio, l’io, anche e soprattutto quando veste i panni del filosofo-teologo, raramente adotta la saggia precauzione metodologica di ricordare a se stesso di non essere mai fuori dal gioco prendendo così atto delle proiezioni fantasmatiche che mette in atto ogni volta che si accinge a voler dimostrare qualcosa. Il libro della Sapienza è molto chiaro in merito. Il ragionamento dell’empio suona infatti così “La nostra vita è breve e triste; non c’è rimedio, quando l’uomo muore, e non si conosce nessuno che liberi dagli inferi. Siamo nati per caso e dopo sarà come se non fossimo stati. […] Su godiamoci i beni presenti, facciamo uso delle creature con ardore giovanile […] Spadroneggiamo sul giusto povero, non risparmiamo le vedove, nessun riguardo per canizie ricca d’anni del vecchio” Sapienza 2, 1-2-6-10

Risulta qui evidente l’inversione dei rapporti di predicazione, la fragilità dell’esistenza viene usata come argomento di supporto ad uno sguardo predatorio che la precede, non è quindi un fondamento ma è un significante dietro al quale si nasconde uno sguardo che ha deciso di non vedere se stesso. Paradossalmente questa è anche una prova della libertà della creatura nei confronti del Creatore, essa può nascondere a se stessa la sua stessa natura, auto ingannarsi con sistemi sempre più sofisticati ed efficaci replicando così il gesto compiuto da Adamo dopo la caduta: il nascondimento (Gen. 3). Adamo sente la voce di Dio e si nasconde, nascondendosi così a se stesso e consegnandosi al vuoto di una parola solo umana che risulta costitutivamente vuota e mancante. Lo dice chiaramente il Signore Dio ad Adamo stesso “poiché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell’albero” Gen. 3,17. Quella che l’uomo ascolta è la voce umana che ha a sua volta ascoltato la voce del serpente. L’umanità si è chiusa dentro il cerchio magico del proprio linguaggio e non ha prestato ascolto alla voce di Dio. La creatura integralmente libera usa la libertà per sottrarsi alla fonte di quella stessa libertà e decide di asservirsi al comando delle proprie parole grazie alle quali edificherà il suo mondo fatto apposta per far tornare i conti. Non è un caso che tutte le storie della Bibbia parlino di uomini e donne che decidono liberamente di consegnarsi agli idoli facendosi possedere da loro.

Il nulla di cui parla l’umanità non è quindi mai un puro nulla, del quale, se avessimo davvero contezza della lezione immortale di Parmenide, dovremmo astenerci dal parlare. Si tratta sempre di un nulla che nasce da un lato da una mancanza radicale insita nella natura umana e, dall’altro, dalla conseguente decisione di non riconoscere quella mancanza. Decisione che si trasforma dentro l’inconscio umano in un linguaggio che mascherando l’incapacità di godere (in questo caso è più pertinente l’espressione in francese usata la Lacan che è jouissance perchè rimanda al concetto di Gioia) del soggetto costruisce sempre nuovi significanti volti a legittimare la decisione di voltare le spalle alla luce per poter affermare che il mondo è sempre stato buio. Quello che il nichilismo si guarda sempre bene dal riconoscere è il segreto godimento che prova nel dire che tutto è nulla, solitamente si preferisce rivestire le proprie posizioni con la maschera dell’oggettività preferendo dimenticarsi del semplice fatto che ogni oggetto è posto in quanto tale da un soggetto, forse perché questo sarebbe un implicito rimando alla prima Parola che ha posto il fondamento del tutto lasciandolo semplicemente esistere.

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