Commento di Simone Vaccaro
all’approfondimento di don Gianni Baget Bozzo
La grande divaricazione.
La Provvidenza teologica e la provvidenza filosofica
Il concetto di provvidenza è molto insidioso. Per quanto sia stato codificato nel corso dei secoli e ora abbia trovato uno statuto per lo più riconosciuto e riconoscibile dal senso comune, se lo si affronta un po’ più dettagliatamente e si riflette così sulle sue implicazioni, risulta molto più scivoloso di quanto non si possa immaginare. Difatti, il sapere teologico ha saputo trarre da un contesto originariamente filosofico una carica concettuale in esso non manifestamente presente ma, se si vuole, latente e l’ha rielaborata in una direzione alternativa e coerente ai suoi scopi. Si tratta allora di ripercorrere brevemente questa divaricazione tra provvidenza filosofica e provvidenza teologica.
Il punto di partenza è la questione del nulla. Problema immenso per il pensiero filosofico. La filosofia greca si è presentata fin dal principio come un tentativo di dare una risposta proprio alla “presenza” del nulla. I due grandi modelli ontologici – di cui non ci restano che frammenti – di Parmenide e Eraclito, sembrano essere stati formulati proprio sotto la sollecitazione dello spauracchio del nulla inteso come non-essere. Se per il primo il nulla è un errore logico, figlio della nostra incapacità di cogliere la pienezza e positività dell’essere – che rimane in sé immutabile e eterno, dunque immobile – mentre per il secondo è la fissità a essere pietra d’inciampo di un movimento eterno – in poche parole, l’essere non può che mutare – si nota come ciò che viene meno sia proprio lo spazio per il nulla. Buona parte della filosofia occidentale si è quindi trovata, sulla via dell’interrogazione dell’essere, a indagare sul nulla.
E fin qui il tema della provvidenza non sembra essere stato nemmeno sfiorato, eppure ci siamo già addentrati nei suoi meandri. Difatti, il concetto di provvidenza (in greco πρόνοια – prónoia) assumerà centralità nel pensiero stoico proprio in risposta ad alcune tematiche emerse dalle considerazioni dei primi filosofi. Come ci ricorda Abbagnano nel suo Dizionario di Filosofia, per i pensatori della Stoà, la provvidenza è sinonimo di destino, inteso come la ragione intrinseca delle cose, come ciò che regge il mondo, lo organizza e lo rende possibile; quel filo rosso che è compito dell’uomo sapiente cogliere e comprendere, se vuole vivere bene e far vivere bene. Cosmologia, logica, etica e politica sono così strettamente intrecciate. La provvidenza, quindi, è, ancora una volta, l’impronta della pienezza dell’essere che guida, metaforicamente ça va sans dire, l’evoluzione del mondo, il dispiegarsi dell’essere stesso.
Ora, qual è stato il fattore che ha rappresentato la miccia per un’inversione di tendenza? Qual è stato, quindi, l’elemento che ha propiziato la grande divaricazione? L’idea di un Dio creatore. Come ci ha ricordato Emanuele Dattilo in Il dio sensibile – una interessantissima e documentatissima ricerca sulla genesi e le potenzialità del panteismo, lucida e consapevole forma di ateismo – e prendendo spunto da diverse riflessioni di Giorgio Agamben, la divaricazione massima risiede proprio nell’atto di creazione. E non tanto per il concetto di creazione: basti pensare all’Evoluzione creatrice di Bergson per rendersi conto di quanto, pur mantenendo uno schema per larghi tratti “greco”, la creazione sia centrale. Quando più per quell’atto iniziale, per quell’atto all’origine: בְּרֵאשִׁ֖ית בָּרָ֣א אֱלֹהִ֑י (Be-re’shit bara’ ‘elohim). Al principio, il Signore creò. Il Dio biblico è un Dio che agisce, che fa. Non è come l’essere greco che è più una pienezza, o nella filosofia di Spinoza in cui l’essere-dio-sostanza si sviluppa nei suoi infiniti modi finiti. Non è un essere che è. È un essere che fa. È da questa faglia sotterranea che è scaturita la grande frattura e la provvidenza ha preso una strada inaspettata. Sarà ancora l’attenzione posta al nulla a guidarci in questo passaggio.

Da questo punto di vista ha ragione don Baget Bozzo a sottolineare il ruolo del nulla nella fede cristiana. Dal momento che il Dio cristiano è un Dio che fa, la sua forza deve presentarsi come potentia absoluta, come potenza del possibile, come potenza che dà senso, e dunque direzione, al possibile. Il nulla diviene pertanto lo spazio di questa possibilità, della possibilità-di-non. La provvidenza così teologicamente connotata non è più la logica intima della realtà, quel tragitto necessario cui il sapiente non deve fare altro che conformarsi per raggiungere la felicità, ma l’azione di Dio, la sua Volontà che agisce scegliendo tra le realtà possibili, dunque contingenti. Non si prega forse dicendo “sia fatta la Tua volontà”? Ecco, è su questo che opera la Divina Provvidenza e si esprime la misura della sua Bontà. In fondo, è come se il nulla stesso fosse il banco di prova dell’azione di Dio: da Duns Scoto a Leibniz passando Dostoevskij e Šestov, la domanda sul contingente si tinge di tutte le tinte della teodicea (per approfondire queste dinamiche, si rinvia a Ronchi, La rana e lo scorpione). Il solco è stato tracciato e le strade si sono separate.
Si potrà mai ricucire lo strappo? Probabilmente no. E forse non è nemmeno necessario. Per capirsi, rispettarsi e dialogare è necessario comprendersi: a problemi diversi, risposte differenti. Ma, se non proprio una nuova alleanza, quanto meno un rinnovato interesse reciproco, non è da escludersi a priori. È recente (2024) il tentativo di ri-pensare la filosofia cristiana nell’epoca dell’indifferenza, da parte di François Jullien, ellenista e illustre sinologo (come a dire: uno sguardo al passato e uno al futuro, in un’ottica filosofica globale) nel suo breve scritto Dio è de-coincidenza – una rilettura di alcune dinamiche presenti nel vangelo di Giovanni disincrostate da alcune strutture troppo ideologicamente orientate.
Qui non posso darne che notizia, ma il dado è tratto. Sta a noi coglierne l’eredità.
Simone Vaccaro
