Quarta domenica d’avvento
Is 7, 10-14
Sal 24
Rm 1, 1-7
Mt 1, 18-24

Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto.
Però, mentre stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».
Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele», che significa “Dio con noi”.
Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa.
Commento al Vangelo della Domenica di don Gianni Baget Bozzo

Giuseppe: custode silenzioso
Leggiamo il Vangelo della nascita di Gesù secondo Matteo. Matteo pone l’accento del suo racconto su Giuseppe, è mediante la figura di Giuseppe che Gesù si lega alla stirpe davidica, assume così il titolo carnale per essere il messia di Israele, il successore di Davide. Luca pone l’accento sulla Vergine e fonda così il ruolo di Maria nella teologia della Chiesa cattolica. Per Matteo la figura centrale è Giuseppe.
Viene alla memoria Giuseppe nel racconto della Genesi. Anche Giuseppe dà ospitalità a Israele in terra d’Egitto. Ne è il salvatore. Questo riferimento al Giuseppe della Genesi, certo presente all’evangelista, indica l’alta concezione che Matteo ha di Maria. Essa porta con sé Israele, il suo futuro. Giuseppe ne è il difensore, il protettore e, come il Giuseppe della Genesi, egli porterà Maria e Gesù in Egitto. L’Egitto è la terra della salvezza provvisoria, in attesa del ritorno in Palestina.
Era certo presente all’evangelista questo rapporto tra i due Giuseppe. Esso è tanto evidente che è facilmente usabile per mettere in dubbio la veridicità dell’evento raccontato nel Vangelo. La fede cristiana comporta in sé, come dimensione propria, la verità dell’evento cristico. Quando Dio si fa carne e storia, la veridicità storica fa parte del farsi carne. Qui sta la differenza tra l’Antico Testamento e il Nuovo. Crediamo perciò che l’armonia fra i due Giuseppe, quello della Genesi, venduto schiavo dai suoi fratelli e divenuto poi il loro salvatore in Egitto, e il Giuseppe evangelico, che non diviene potente in Egitto, ma che vede gli angeli in sogno, sia un gesto divino, un gesto di incarnazione, e non una intuizione intellettuale ricca di spirito. O ambedue le cose: la fede è sempre la coincidenza dei contrari. E così si delinea una figura inter-testamentaria e cristiana, san Giuseppe.
La mistica cristiana ha letto questo come santo del silenzio, non attribuendogli parole. Egli è stato visto come protettore e custode. È stato chiamato a proteggere la Chiesa dalla offensiva lanciata contro di essa in nome del lavoro umano in questo secolo da papa Pio XI. E Giovanni XXIII Io ha inserito nel canone romano.
Giuseppe esprime l’uomo semplice che riceve la pienezza più alta e le rimane come lontano. Non è un profeta, è un custode, un protettore. Così la pietà cristiana lo ha scoperto e vissuto. In lui compare l’umiltà e la semplicità della fede: egli è il rappresentante del popolo di Dio, non benedetto da forme ecclesiali significative, nella sua storia secolare.
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