«… lascia i vincoli di sangue». Gesù chiede al cristiano di andare oltre l’umano

Sap 9, 13-18b
Sal 90
Fm 9b-10.12-17
Lc 14, 25-33

In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro:
«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.
Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.
Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”.
Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace.
Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».

Commento al Vangelo della Domenica di don Gianni Baget Bozzo

«Se uno viene a me e non odia suo padre e sua madre e la moglie e i figli e i fratelli non può essere mio discepolo».

Chi ricorda le parole di Gesù, così dure, come quelle che Luca riporta in questo brano del suo Vangelo? Eppure, la storia mostra che esse erano veraci, indicavano quello che sarebbe sorto dalla predicazione cristiana, che va oltre la natura umana.
Certamente, sin dall’inizio i cristiani si preoccuparono di dimostrare che Gesù non aveva voluto abolire il quarto comandamento, e che i cristiani non violavano le leggi più antiche dell’umanità, quelle dei vincoli di sangue. Eppure quale intelligenza spirituale nel togliere al vincolo di sangue, alla paternità e alla maternità, il suo valore assoluto! La libertà umana, la spiritualità della persona appaiono proprio in questo andare oltre il vincolo naturale, nel saperlo sottoporre alla fedeltà all’amore per il Figlio di Dio e quindi per Dio e per l’uomo.
L’universalità umana sorge appunto quando i vincoli della carne e del sangue vengono subordinati a quelli dello Spirito. È un conflitto difficile, perché chiama Dio e l’uomo ama l’amore e quindi anche l’amor paterno, l’amor materno, l’amor filiale: per nessuno la scelta è facile, quando si pone in questi termini, per un cristiano è ancora più difficile. Ma questa parola di Gesù qualifica il cristianesimo per ciò che è, un trascendimento nella vita divina della natura umana. Solo in questo modo è possibile all’uomo raggiungere la possibilità profonda e universale dell’essenza umana. «Così se uno non rinuncia a tutte le sue sostanze non può essere mio discepolo». Come interpretare queste parole?
Gesù chiedeva ai suoi discepoli di diventare mendicanti, faceva della povertà materiale la condizione del Regno? Certamente, chiedendo di essere disposti a rinunciare alla famiglia e alla vita per amor suo, egli poteva chiedere a maggior ragione di rinunciare ai beni. Ma è evidente che Gesù parlava della scelta da farsi in un momento di crisi, quando vi fosse la scelta tra lui, la famiglia, i beni. Egli voleva indicare un atteggiamento di rinuncia di ogni realtà naturale per la vita divina che egli portava, ma chiedeva tale scelta solo quando le due realtà fossero in contrasto. Egli insegnò loro ad accettare il martirio ma non a cercarlo, anzi a fuggirlo: a subirlo, quando esso si poneva come la scelta tra lui e il mondo. Gesù chiedeva il cuore, gli attori seguivano solo quando la storia creava un dilemma senza uscite.
E il martirio è rimasto la sorte dei cristiani, in terra comunista o in terra d’islam anche in questo secolo. Non sempre per la professione della fede, ma in ragione di essa, come è accaduto per i religiosi e le religiose francesi uccise in Algeria perché cristiani, anche se non erano là in veste missionaria. Gesù non chiede la rinuncia alla natura umana, ma richiede la preferenza al divino quando la storia giunge a un punto di crisi, quando scegliere il divino vuol dire anche conservare attorno a sé la possibilità intatta dell’umano.
Gesù non è un pauperista, un fraticello, un non violento, non è un negatore delle differenze della natura, della società e della civiltà: non è l’ideologo dell’antistoria, dell’antimondo, dell’antiricchezza. Se fosse così, egli sarebbe solo una contraddizione interna al mondo e alla storia, non un trascendimento del mondo e della storia nel divino.
Afferrato sia dalle ideologie mondane che da quelle anti mondane, Gesù si colloca su un piano diverso perché in lui vivono i contrari, ne è la sintesi. In questo sta la sua irriducibilità a uno schema razionale, a un modello operativo. Ciò si ripercuote sulla Chiesa, che, diversamente da lui è divisa in parti ma miracolosamente non
vede mai spezzata la veste inconsutile. Anche quando la lacerazione sembra inevitabile.

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