Sir 3, 19-21.30.31
Sal 68
Eb 12, 18-19.22-24a
Lc 14, 1.7-14

Avvenne che un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo.
Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cèdigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».
Disse poi a colui che l’aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».

Commento al Vangelo della Domenica di don Gianni Baget Bozzo

Se vai ad un banchetto siedi nelle ultime file: potresti essere chiamato tra i primi

La mensa è centrale in ogni culto e lo è anche nella religione di Israele. Ma, nel Vangelo che oggi leggiamo, Gesù non si interessa dell’aspetto specificamente religioso del banchetto, bensì del suo aspetto sociale. La regola sembra di semplice prudenza: se sei invitato, non andare diritto a occupare il posto d’onore, ma va all’ultimo posto. Se ti metti in vista, il padrone di casa può rimandarti indietro, farti cedere il posto a persona più autorevole. Ma se vai all’ultimo posto, ti può capitare che il padrone di casa ti promuova ai primi posti.

Sembra una storia banale, ma l’evangelista giustamente la chiama parabola, cioè storia che contiene un insegnamento metaforico. Il senso è chiaro. Nel banchetto della vita, non scegliere i primi posti, ma gli ultimi: nel convito che vive in Dio tu sarai collocato ai primi. Gesù insegna che il Regno non conosce la grandezza umana ma, al contrario, sceglie l’umiltà umana. Dio sceglie chi non occupa i primi posti, ma chi ha preferito gli ultimi. La grandezza innanzi a Dio è opposta alla grandezza innanzi agli uomini.

Il banchetto è anche un fatto sacro. La gerarchia dei posti a tavola è fissata con criteri derivati dalla religione. Ma il banchetto divino non rispetta le priorità del banchetto sacro. Dio cerca l’umiltà del cuore e, dinanzi agli uomini, guarda a chi non ha né cerca ricchezza e potere. Gesù non condanna i criteri del mondo, afferma solo che non sono quelli del Regno: Dio si è umiliato nel tempo, è divenuto uomo: ha assunto la forma di servo, è morto di croce. È questo evento, annunciato da Paolo nella lettera ai Filippesi, che è già presente nelle parole semplicissime del Gesù dei vangeli. Egli sceglie un parlare quotidiano e comune, una lingua che tutti possono intendere, ma la cui profondità è senza termine.

La seconda parabola è ancora più paradossale della prima. Invita chi fa un pranzo a non invitare quelli che glielo possono restituire ma «i poveri, i deboli, gli zoppi e i ciechi», proprio perché non glielo possono restituire: Dio diventa suo debitore. «Ti si ricompenserà nella risurrezione dei giusti».

Ancora una volta Gesù dice che Dio guarda il mondo in modo diverso dal mondo. Ciò significa che la sofferenza nel mondo diviene un privilegio in Dio, che il Regno è il rovescio dell’ordine delle società umane. E lo è fin d’ora. Non ne segue che si possa imporre nella storia il Regno. Gesù ha voluto stabilire non l’omologazione, ma la differenza.

Sono parole che possono essere respinte, la famosa critica marxiana sul cristianesimo «oppio dei popoli» si appunta proprio su questa contrapposizione tra storia e Regno, tra ciò che figura nel tempo e ciò che si muove nell’eternità non afferrabile. Esse mantengono la tensione tra eterno e tempo, tra Dio e mondo, glorificando come divino in Dio proprio ciò che è affliggente e disumano sulla terra. Solo la fede può consentire di tenere a un tempo presenti le due dimensioni, senza schiacciare l’eternità nel tempo né esaltare il tempo come se fosse eternità.

Il Regno e la storia sono contigui ma non fusi, corrispondenti ma di una analogia rovesciata. L’umiliazione del tempo è la gloria nell’eterno. Gesù parlava infine di sé stesso. Non era appunto questo il rovesciamento che si doveva compiere in lui, di cui egli portava piena coscienza? La sua croce è la sua esaltazione nella gloria divina, la congiunzione tra tempo ed eternità.

Questo brano evangelico sta al cuore del messaggio, perché esprime con grande chiarezza la tensione tra tempo ed eternità. Se esso scoraggia l’utopia, emana però una luce che consente di intendere in modo diverso le gerarchie e le grandezze temporali, quelle della ricchezza e del potere.

In questo sta la sua forza nella storia: nell’avvicinare il tempo all’eternità, mantenendo intatte le differenze. La giustizia non è di questo mondo, eppure in questo mondo essa nascostamente opera.

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