Dal Vangelo secondo Giovanni Gv 3,13-17

In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo:
«Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».
Parola del Signore.
Commento al Vangelo della Domenica di don Gianni Baget Bozzo

Bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo
Il Signore Gesù annuncia a Nicodemo quale sarà il termine della sua vita: come Mosè costruì un serpente di rame e lo innalzò su di un’asta, così che chi l’avesse guardato sarebbe guarito dal veleno di un serpente, così Lui stesso sarebbe morto, innalzato sulla croce.
Ma mentre per i discepoli questa profezia ebbe un significato di sventura, tanto che Pietro disse non sia mai, Gesù ne da una lettura completamente diversa. La sua morte non sarà un segno di sventura, ma l’inizio di una nuova vita, non più segnata dall’effimero, ma dall’eterno. Vita eterna è il sinonimo di vita divina, quindi dalla sua morte verrà data la vita divina all’umanità. Nella croce si svela il progetto del Padre: perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Perché il Verbo Incarnato Cristo Gesù sia veramente uomo due cose sono necessarie: che nasca come ogni mortale e che muoia, come ogni mortale. Proprio quest'ultima è la migliore garanzia della perfetta umanità di Gesù. Il Signore, che aveva detto io sono la porta, io sono la via, è l’unico mediatore tra Dio e l’umanità. Il suo compito è di salvare il mondo. Dove la salvezza è data dalla partecipazione alla vita divina del Padre del Figlio e dello Spirito Santo. Noi siamo ricolmi di gratitudine filiale per il dono ricevuto e non possiamo non ricordare che il prezzo pagato dal Signore fu la croce.
Non che fosse strettamente necessaria quella morte, ma nel mondo romano così veniva punito chi si passava per re. Una punizione dura che ricordava come nei secoli di storia, dalla cacciata di Tarquinio il superbo al tempo dell’impero, la figura del re non fu mai ammessa a Roma. Così Gesù muore sulla croce proprio per il suo titolo di Re, discendente del re Davide, l’unico che avesse titolo a regnare in Israele e per questo ucciso con una morte infame. Ma la sua morte ha distrutto il muro di separazione tra Dio e l’umanità, ora comincia il tempo della misericordia, il tempo dello Spirito, il tempo in cui coloro che, pur essendo ingiusti e peccatori, hanno fame e sete di giustizia, saranno saziati, ovvero resi giusti. Non da opere di osservanza alle leggi, ma per pura grazia divina, fiorita sull’albero della croce e germinata nel cuore di chi crede e ama nel Signore.
Commento a cura di Monsignor Sergio Simonetti
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