Brevis consideratio sulla Storia delle storie del mondo

di Alessandro Gianmoena

Premessa

 

La natura de’ popoli prima è cruda; dipoi severa, quindi benigna, appresso deli cata, finalmente dissoluta”. Nel suo libro, Principj di Scienza Nuova, il filosofo Giambattista Vico ci offre una puntale descrizione dei corsi e ricorsi storici dei popoli. E’ un’interpretazione che Nietzsche riprenderà in modo tranchant (La Gaia scienza) definendo la ciclicità della storia come l’eterno ritorno dell’identico in cui non c’è salvezza, né progresso, né fine. Tale tesi è l’antitesi del pensiero cardine su cui si è sviluppata la ci viltà cristiana in cui Sant’Agostino (De Civitate Dei) definì la Storia del mondo come una linea generata dal punto sorgente della Creazione che si sviluppa attraverso quello mediano della venuta di Gesù Cristo e si conclude con il Giudizio Universale.

Entrambe le interpretazioni scontano un limite: la prima è dovuta al relativismo storico che porta al disorientamento esistenziale in Nietzsche, la cui deriva segue la similitudine di un libro senza inizio né fine come Daniel Mendelsohn (Gli scomparsi) lo intese, l’ultima, invece, è prigioniera di un teologismo rigido che semplifica le complessità del mondo e che sovrappone i desiderata dell’universalismo cristiano con il loro effettivo compimento relegando a secondarie le altre culture e storie del mondo.

In realtà la loro sintesi può essere un metodo interpretativo di analisi della Storia financo quella dei popoli europei. Non una retta né un cerchio ma un andamento elicoidale, una spirale che si avvolge su se stessa, salendo verso l’alto grazie all’accrescimento della consapevolezza dell’uomo. Ogni giro rappresenta un ritorno a temi, problemi o strutture già vissute, ma a un livello più avanzato o diverso. Non si torna mai esattamente al punto di partenza, ma si passa attraverso di esso in una nuova forma. Questa chiosa iniziale è sì una digressione alla speculazione di don Gianni, ma è propedeutica a determinare l’importanza della parola Cristianità nel nostro tempo e di come essa possa inglobare e trasformare l’Occidente della potenza e della tecnica e l’Europa dei Lumi.

Le rivoluzioni culturali e politiche illuministe

 

 

Dall’ Editto di Costantino nel IV secolo sino al XVIII secolo la Cristianità ha plasmato spiritualmente la cultura greco-romana (del logos e del diritto) della civiltà occidentale nelle istituzioni politiche, nell’educazione, nell’arte, nella cultura ed in particolare nella visione del mondo fino al suo punto di crisi sociale, politica e religiosa.

Il motto illuminista “Sapere aude” kantiano ridefinì, infatti, i paradigmi dell’uomo europeo, traendo linfa dall’avvento del Protestantesimo che minò il Cattolicesimo, dalla rivoluzione copernicana in ambito scientifico in cui Galileo diede i fondamenti alla scienza moderna con il suo metodo di analisi razionale e dalla crisi della monarchia assoluta con il crescere della fascia sociale, la borghesia, che influenzò gli ordinamenti politici fino al giorno d’oggi.

L’Illuminismo radicalizzò l’umanesimo rinascimentale, proponendo la ragione come guida dell’umanità e promuovendo l’autonomia morale, la critica dell’autorità e l’emancipazione individuale. Le rivoluzioni americana e francese hanno tradotto in pratica gli ideali illuministi, dando vita a sistemi politici fondati sulla sovranità popolare, sulla separazione dei poteri e sulla tutela delle libertà fondamentali.

L’Occidente diventò il luogo del progresso, della democrazia, dei diritti civili di un “universalismo etico” derivante non da tradizioni o religioni, ma da una natura razionale condivisa. In questo frangente la civiltà occidentale conservò il suo respiro universale anche seppur con la sublimazione mondana e razionale del suo retaggio cristiano.

Ma le due rivoluzioni produssero circostanze sociali, politiche ed economiche differenti: l’individualismo americano nato da John Locke versus il collettivismo di matrice francese di Rousseau unito al laicismo di Voltaire. Due modi di intendere la libertà dei popoli che si distinsero nella Modernità fino alla fine del Postmoderno anche nel concetto di laicità in cui quella americana poteva permettersi di difendere i diritti naturali e la ricerca della felicità del popolo senza le derive laiciste anticristiane presenti in molti Stati del Vecchio Continente.

Il laicismo era prodotto da quel retaggio illuminista che, come don Gianni scrisse, relegava il Cristianesimo a semplice opinione priva di ogni fondamento razionale. Fu, quindi, anche quest’ultima concezione dello “spazio pubblico” che contribuì a far sì che l’Europa, disunita e conflittuale, lasciasse il timone della storia e le sorti della civiltà cristiana greco-romana agli Stati Uniti, i quali si pensarono come impero riempendo di significato metapolitico l’espressione geografica chiamata Occidente.

I popoli che non riconoscono la propria identità culturale e spirituale, nell’arroganza di bastare a se stessi, sono destinati all’irrilevanza nella Storia del mondo, perché se rifiuti le tue origini perdi anche la prospettiva su cui impostare il futuro. Ed è ciò che sta accadendo, oggi, all’ Unione europea che, rinunciando persino di citare le origini cristiane nella sua Carta, diviene un mero mercato comune i cui Stati appartenenti hanno ceduto la propria sovranità monetaria e finanziaria ad una “cooperativa” di banche centrali a trazione franco-tedesca.

L’Europa e la novità tutta italiana

 

L’Europa dei burocrati di Bruxelles tenta in ogni modo di ottenere la sua unità oltre gli Stati membri nello svilimento delle identità dei suoi popoli non solo con il laicismo politico, culturale nichilista ed anticristiano, ma anche attraverso l’impatto, scientemente non ostacolato, dell’immigrazione per sostituzione etnica di matrice islamica a detrimento e del tessuto e dello Stato sociale dei Paesi europei.

Ogni rigurgito di libertà dei popoli che cerchi la distinzione piuttosto che l’omologazione ai desiderata dell’europeismo viene bollato come populista o sovranista. Ma come siamo giunti nella terra delle democrazie e delle libertà a subire un linguaggio politico liberticida fondato sul politicamente corretto?

La risposta affonda le sue radici ideologiche nel Novecento. L’Europa, la culla del Cristianesimo e delle grandi narrazioni, ha concluso la Modernità con due Guerre mondiali e con il fallimento delle rivoluzioni proletarie comuniste che hanno spostato la lotta di classe dalle strutture economicistiche della produzione di massa alle sovrastrutture ideali e culturali con il marxismo, una subcultura del capitalismo, che si è inserito come un virus nei gangli della società borghese capitalista.

“Ogni relazione di ‘egemonia’ è necessariamente una relazione pedagogica.”Lo scriveva Gramsci nei sui Quaderni del carcere: il potere non si impone solo con le leggi o le armi, ma si insinua nei pensieri, nei valori, nei gesti quotidiani. Per cambiare la società, bisogna cambiare cultura. Ed è con questo afflato che si delinea la figura dell’intellettuale militante all’interno dello “spazio pubblico” delle Università in Italia, Paese fondatore dell’UE, che diverrà su questo tema un modello per altre realtà europee.

La formazione universitaria umanista si caratterizza nello “spazio pubblico”, quindi, come il veicolo della critica alla società con l’utopia marxista, con le ideologie del riformismo, del liberismo elitario e di tutti gli “ismi” che partono dal presupposto che sia la cultura a plasmare la realtà, la politica e non viceversa. Gli stessi teologi cattedratici ebbero tale approccio nei confronti del Cattolicesimo, ispirati anche dal Concilio Vaticano Secondo svoltosi in quel periodo storico che apriva la religione ad un adeguamento ai canoni della società moderna.

Mentre la gran parte dei centri accademici umanistici sia italiani che europei si chiudevano nelle loro “torre d’avorio” della superbia e critica intellettuale, la società dell’Europa atlantica si apriva ai mercati seguendo la traccia dell’individualismo e pragmatismo americano che stava espandendo i confini dell’impero con la globalizzazione delle merci e della finanza, garantita dal controllo militare dei mari.

In questo quadro giunge la Postmodernità che si caratterizza con la decostruzione delle grandi narrative novecentesche: la società si sviluppa attraverso la tecnica e la comunicazione diffusa ed il sapere viene frammentato e non più solo concentrato nello “spazio pubblico” degli Stati. Le “torri d’avorio” del pensiero nel pubblico perdono il primato della cultura con l’avvento dei mezzi di comunicazione di massa della tv e di internet. Seppur la loro offerta formativa fosse diventata un crogiolo di confronti tra coloro che intendevano offrire un seguito alle grandi narrazioni e chi si faceva portatore della decostruzione di quest’ultime (con un approccio quasi sempre nichilista), ciò che li accomunava era il porsi come l’intellettuale “Lume” del sapere di fronte alla società, destinandoli, quindi, all’autore ferenzialità.

Ed è in questo periodo che nasce in Italia un nuovo progetto politico e quindi anche culturale che farà scuola nel panorama europeo, che rompe gli schemi ideologici del Novecento affiancandosi al modus operandi pragmatico americano: la Forza Italia di Silvio Berlusconi. Don Gianni ebbe l’intuizione di farsi promotore dell’anticomunismo nella nuova formazione politica. Fu uno steccato contro l’ideologismo novecentesco ed i detriti utopici marxisti che intendevano rinnovarsi nell’era della globalizzazione secondo l’approccio del ceto politico ed intellettuale che guida la masse legittimato solo dalle loro appartenenze ideologiche.

Don Gianni, riconosciuto dall’”intellighenzia” nostrana come intellettuale per aver scritto sulle pagine del quotidiano la Repubblica e diventato famoso come prete per le sue battaglie politico-spirituali anticonformiste, si fece promotore anche di un nuovo approccio culturale nella formazione politica della classe dirigente che aveva accettato la scommessa della libertà in alternativa al centrosinistra dei postcomunisti e dei cattolici “adulti” che si facevano promotori della mediazione mondana tra il cattolicesimo ed il resto delle narrative ideologiche del Novecento.

Don Gianni promosse un nuovo modo di pensare la politica nel tempo della Postmodernità che si alimentava della destrutturazione culturale in una società sempre più globalizzata. Egli riteneva che chi fa la storia non la pensa e che quindi solo da un’azione, da una scelta di libertà dettata dai bisogni del popolo possa nascere un pensiero politico laico ma intimamente cristiano, che possa essere il fondamento anche di un rinnovato “spazio pubblico”.

C’è chi mette in dubbio il futuro dell’ideale della libertà. Noi rispondiamo che essa ha più che un futuro: possiede l’eternità”, le parole di Benedetto Croce rompono lo schema ideologico del liberismo, arricchiscono la parola libertà di un afflato spirituale e ritornano nel Postmodernità con il partito/movimento berlusconiano come sfida al nichilismo politico e culturale, rafforzando la barriera dell’anticomunismo.

In questo modo il cattolico in Forza Italia si spoglia di ogni retaggio ideologico ed il suo impegno politico diviene il mezzo della sua testimonianza cristiana nella polis e, come la componente laica, fonde la tensione con la motivazione politica di ripristinare un nuovo rapporto tra lo Stato ed il cittadino vessato da ciò che ostacola la libera iniziativa privata, dalla pressione fiscale e da una parte della giustizia impiegata ad uso politico contro gli avversari.

Serviva un nuovo modo, quindi, per la formazione della classe dirigente ed io, insieme a don Gianni, creammo Ragionpolitica, un sito internet politico-culturale che aveva come metro di approfondimento un’ermeneutica dei fatti dell’attualità scevro dall’ideologismo e fondato sulla difesa dei diritti naturali. Ma chi poteva scrivere e commentare le istanze del popolo ed i fatti del quotidiano con tale approccio se non coloro che si stavano formando nel mondo della società globalizzata della Postmodernità. Don Gianni non ebbe dubbi ed ai professori, alle firme note del giornalismo preferì i giovani impegnati nello studio e nel lavoro nei vari ambiti della società, poiché essi erano espressione di quella generazione che meglio sapeva cogliere la novità e l’innovazione politico-culturale non solo italiana ma internazionale che la discesa in campo di Silvio Berlusconi aveva prodotto.

Forza Italia fu un progetto politico innovativo in grado di riavvicinare gli italiani alle proprie istituzioni ed a tentare di porre il nostro Paese alla stessa stregua di Germania e Francia. Il centrodestra di Silvio Berlusconi fu una novità anche nel panorama europeo ed avrebbe contribuito a rendere l’Unione Europea più vicina ai suoli popoli e centrale nell’asse della Cristianità tra gli Stati Uniti e la Russia. Infatti il papato di Benedetto XVI che fece aperture al mondo ortodosso ed il patto di Pratica di mare voluto da Berlusconi con J. W. Bush e Putin avrebbero ridisegnato un’Europa indispensabile negli assetti geopolitici internazionali, foriera di un pensiero cristiano forte e ben definito che avrebbe dato slancio ad un’Occidente ferito dall’estremismo islamico ed indebolito dalla sua crisi identitaria che lo ha portato a colpevolizzarsi della sua storia ed del suo modus vivendi. Ma, purtroppo, le occasioni mancate della storia generano corsi storici che non avremmo mai voluto vivere.

Silvio Berlusconi nel 2011 dovette dimettersi dalla Presidenza del Consiglio per un colpo di Stato prodotto strumentalmente dallo “spread” finanziario e Papa Benedetto XVI abdicò al suo ruolo di “munus papale”, ufficialmente per ragioni di avanzata età. Il centrodestra italiano perdeva, quindi, e la figura di riferimento del pensiero identitario cristiano e la sua leadership carismatica in ambito nazionale, europeo ed internazionale.

Da quel momento in poi l’Italia venne “normalizzata” da governi in cui il PD ed i partiti di sinistra erano il convitato di pietra. Il nostro Paese ritornò al ruolo europeo di sempre, sotto il giogo dell’asse franco-tedesco di un’Unione europea burocratica e laicista.

L’ideologia della globalizzazione

 

In questo periodo la globalizzazione fondata dal turbo-capitalismo scoprì il suo volto anticristiano. Essa, pur favorendo connessioni e scambi, ha prodotto la delocalizzazione della produzione e la finanziarizzazione del mondo generando un paradosso culturale: l’universalizzazione del consumo e la frammentazione del senso. In un mondo iperconnesso, l’identità si dissolve tra marchi, algoritmi e desideri indotti.

Il consumismo non è più solo pratica economica, ma forma di vita, dove l’essere si confonde con l’avere. Questo produce un nichilismo diffuso: il vuoto di valori viene riempito da oggetti ed esperienze effimere. La cultura si appiattisce, ridotta ad intrattenimento. Ed il controllo si fa invisibile, fondato sulla sorveglianza algoritmica, sulla normalizzazione dei comportamenti secondo modelli sociali plasmati dal mercato globale, mentre il pensiero critico si indebolisce.

L’opzione Berlusconiana in politica e Ratzingeriana nel Cattolicesimo offrivano una distinzione rispetto al pensiero unico laicista e nichilista globalista promosso anche dallo “spazio pubblico” di Bruxelles, senza di esse il contributo europeo in Occidente diviene fondamentale in senso negativo. L’Europa, provincia dell’impero riscuote il prezzo della sudditanza militare e finanziaria con agevolazioni nell’esportazione dei propri prodotti negli USA ed avendo una popolazione anagraficamente più anziana non è più disposta a fare nè la guerra, né a mantenere l’impegno militare ed suoi costi, ma si concentra nella delocalizzazione globalista delle sue produzioni.

Francis Fukujama teorizzò la fine della storia con l’avvento della società capitalista che raggiunge il suo picco con la globalizzazione ergendosi a governo unico del mondo.  Le multinazionali, ad esempio, regolano un sistema piramidale in cui soggetti come le “big three” (Vanguard, State Street e Blackrock), i tre maggiori fondi di investimento al mondo, gestiscono trilioni di dollari e detengono quote significative in migliaia di aziende, influenzando profondamente l’economia e la governance societarie.

Le ideologie delle narrazioni novecentesche scompaiono o si trasformano secondo i dictat dell’omologazione al mercato consumistico che riduce persino le persone a beni. Il marxismo interiorizza il concetto di rivoluzione modulando la sua azione intimamente anticristiana ed antioccidentale con l’annichilimento dei diritti naturali della persona nella biopolitica che, oggi, dà i natali alla cultura woke: il vero pensiero culturale delle sinistre nel mondo.

Il liberismo diviene elitario e si incentra su una concezione materialista dettata dalla libertà di mercato e degli scambi; e se tutto è merce la persona si riduce a individuo consumatore la cui storia ed identità perdono di valore.

Il Cattolicesimo, in questo tempo, ha ridotto il primato morale nel mondo e vive la sua crisi più profonda, poiché l’adeguamento al mondano di buona parte del clero, ha prodotto disorientamento ed abbandono dei fedeli: oggi le chiese sono vuote non per sola colpa della società. Nel cuore della globalizzazione, invece, si intrecciavano transumanesimo e governance tecnocratica, secondo i dettami del World Ecomomic Forum di Davos.

L’umano, da soggetto politico, diventa oggetto di ottimizzazione: biotecnologie e intelligenze artificiali ambiscono a superare i limiti dell’umano. Il transumanesimo non è solo sogno prometeico, ma è un progetto politico: potenziare e selezionare l’umanità secondo logiche anche maltusiane. Le èlites di Davos discutevano il futuro dell’umanità secondo un principio antidemocratico che esclude dal dibattito i popoli che intendeva cambiare nel loro dna. Il loro approccio culturale fonde il turbocapitalismo con la cultura marxista woke attraverso il suo motto “Non avrete nulla e sarete felici” in cui la finanziarizzazione del mondo e gli sviluppi della tecnica ridisegnano un modello sociale dove i diritti fondamentali come la proprietà e quelli naturali vengono meno: è il più grande progetto di schiavitù dell’umanità dopo il comunismo.

Donald J. Trump e l’imprevedibilità della storia

 

L’imprevedibile è l’asso nella manica della storia: sfugge ai piani, sorprende i profeti, sconfessa ogni approccio razionale: ride delle previsioni e al contempo forgia il futuro dell’umanità. Solo in questo modo possiamo spiegare il fenomeno politico di Donald J. Trump che, per certi versi, ricalca la discesa in campo di Silvio Berlusconi.

Entrambi “sono uomini del fare” prestati alla politica, i quali non hanno un pedigree da professionisti di quest’ultima o da intellettuali. Entrambi emergono nel panorama politico nella lotta impari contro le macchine elettorali dei postcomunisti italiani e dei democratici americani. Nel 2016 nessuno si sarebbe aspettato la vittoria di Trump contro la Clinton. I giochi politici del post Obama definivano la vittoria dei democratici come l’ultimo passo per suggellare il governo unico del mondo dell’impero americano ridimensionando la Russia in politica estera ed attuando quello schema studiato già negli anni 2000 dai centri culturali delle élites finanziare che ripartivano il mondo in macro aree politiche e sociali in cui cosiddetti i BRICS sarebbero divenuti il luogo della produzione e delle materie prime a basso costo della globalizzazione, l’Africa, invece, il territorio vergine dove organizzare un mercato sempre più in crescita, considerato il tasso di natalità, la giovane età delle generazioni più numerose ed il basso livello di formazione culturale degli africani, mentre il Vecchio Occidente, svuotato della produzione di massa, sarebbe sopravvissuto con ammortizzatori sociali di base come il reddito universale di cittadinanza.

Il tutto inquadrato nell’obiettivo di sostenere l’agenda 2030 dove il tema centrale dei cambiamenti climatici puntava alla totale sostituzione degli idrocarburi per le energie rinnovabili. In realtà questo progetto non era utopico; per la prima volta appariva nel panorama politico un approccio, invece, distopico, fondato sulla decrescita felice dell’Occidente.

Trump vinse e con lui tutto quel mondo economico, sociale e religioso che venne messo ai margini del progetto della globalizzazione. Egli rappresenta quell’America profonda che non ha più il lavoro a causa della delocalizzazione delle imprese, che è costretta ad acquistare merce importata a caro prezzo, che deve cambiare la produzione agricola per retaggi ideologi, che deve subire la cancellazione della propria storia e delle proprie radici a causa della cultura totalizzante marxista “woke”, la quale si è sviluppata nelle più importanti Università americane.

Da un sondaggio si è registrato che la stragrande maggioranza degli studenti degli Atenei americani blasonati e costosi vedeva con favore le idee del socialismo piuttosto che quelle del capitalismo. Questo significa che i centri formativi principali degli States e quindi la “cultura ufficiale” viveva uno scollamento profondo con il popolo americano.

Come per Berlusconi nel ‘94, Trump ebbe nel primo mandato le difficoltà di governo dovuta dall’avere contro tutto il sistema dello “spazio pubblico”(deep State). Destra e sinistra erano complementari al progetto al globalismo, introdurre classe dirigente MAGA ( Make America Great Again) fu un’azione a lungo termine che si sarebbe dovuta compiere nel suo secondo mandato. Ma, sfortuna volle (per chi crede alla sfortuna), una pseudo pandemia del virus Covid-19 stravolse le elezioni del 2020 e, curiosamente, furono vinte dal Democratico Biden.

In questo periodo il globalismo e la cultura “woke” furono totalizzanti a tal punto da realizzare il primo progetto distopico per la gestione della pandemia in cui il controllo e la censura dei mezzi di comunicazione “social” furono il “pugno di ferro” di governo delle popolazioni. Più l’oppressione aumentava e più l’elettorato libero, cristiano di Trump aumentava e si radicava in tutti gli States.

Etichettato come complottista, come estremista di destra e religioso, sovranista, il popolo MAGA vinse di larga misura le elezioni presidenziali per il secondo mandato di Trump. La storia parlerà molto di questa America profonda, diversa da quella delle due Coste dell’Atlantico e del Pacifico: americani che non comprendono il velleitarismo europeo che spesso ha sacrificato la democrazia liberale occidentale in virtù di un modello di controllo sociale che soffocasse il dissenso simile a quello cinese.

Grazie al desiderio dei patrioti americani di ricerca della felicità e difesa della libertà, quel progetto globalista, oggi, ha i giorni contati. Ciò che muove Trump, infatti, è il ripristino dei valori fondanti della Repubblica americana dati dalla Carta costituzionale del 1776. E’ la volontà di riportare la produzione nel proprio territorio, di imporre dazi come sistema equo di scambio commerciale tra i Paesi del mondo per bloccare la delocalizzazione e di fatto le derive di una globalizzazione ideologica che ha ampliato il divario tra l’estremamente ricco ed i poveri, annientando il ceto medio.

Tutto ciò cambia in modo paradigmatico l’assetto geopolitico internazionale in cui l’impero d’Occidente diviene una superpotenza tra le altre come Cina, India e Russia: dall’unipolarismo al multipolarismo. Anche loro, secondo le loro esperienze e culture, cercheranno tale autonomia nella produzione e nell’approvvigionamento energetico. In questo quadro lo Stato può riacquistare la sua dignità e conseguentemente la politica riprendere il suo primato sul sistema finanziario. Ecco perché Trump è così odiato dall’establishment che intende mantenere lo Status quo e da una certa sinistra radicale, ecco perché hanno fatto di tutto per fermarlo, compreso molti attentati alla sua persona. La sua non e’ solo una riforma del sistema ma è un cambiamento radicale politico, economico, sociale, tecnologico e culturale: è un nuovo mondo.

Non possiamo prevedere il corso della storia umana, perché non possiamo prevedere lo sviluppo futuro della conoscenza.” L’affermazione di Karl Popper può essere condivisa quando lega il corso della storia al grado della conoscenza umana. Gli sviluppi della tecnica con la meccanica quantistica potranno creare i presupposti di un nuovo Rinascimento, proprio perché essa, a differenza del determinismo scientifico, fonda le sue teorie non sul definito ma sul probabile e questo si avvicina alla visione cristiana di un Dio che opera nel mistero, riproponendo un nuovo rapporto tra fede e ragione. Ma potrà essere un nuovo umanesimo se l’Occidente si penserà come parte della Cristianità difendendo le proprie radici, governando senza derive laiciste l’immigrazione extracomunitaria e cercando un’intesa con la Russia ortodossa. Gli Stati Uniti hanno già prodotto i primi passi anche per interesse geopolitico cercando di evitare di gettarla nelle braccia della Cina. E l’Europa? Il governo italiano di centrodestra potrebbe provare nuovamente a costituirsi come la novità politica che unisce le due sponde dell’Atlantico assecondando la novità politica e culturale americana libera e cristiana e fare ponte con quella critiano-ortodossa: in fondo è nella genealogia della sua storia politica. L’andamento elicoidale della storia tornerebbe ai temi di un tempo, la Cristianità, ma con una differente consapevolezza.

Alessandro Gianmoena

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