17 Agosto 2025

Ventesima domenica del tempo ordinario

Ger 38, 4-6.8-10
Sal 40
Eb 12, 1-4
Lc 12, 49-57

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto! Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera».

Commento al Vangelo della Domenica di don Gianni Baget Bozzo

Il vero cristiano ignora abitualmente di essere tale

Il Vangelo che leggiamo in questa domenica indica la coscienza che Gesù aveva del suo compito storico: far nascere un nuovo popolo. Questo popolo sarebbe nato da un atto personale di adesione a lui, non dalla stirpe, dal popolo, dalla lingua. Un popolo di persone e perciò un popolo universale.
«Credete che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione. Infatti da adesso vi saranno cinque divisi in una unica casa, saranno divisi tre contro due e due contro tre».
Questo testo di Gesù ha certamente avuto un impatto nella Chiesa nascente: proprio in questo modo si sarebbe realizzato il cristianesimo. E la verità di questo testo si coglie in qualunque esperienza di conversione. Colui che si converte al cristianesimo, da qualunque ambiente, anche tiepidamente cristiano, sperimenta un momento di solitudine, di rottura, di spaesamento.
La mistica, l’esperienza interiore, genera sempre un senso di solitudine, di perdita di rapporti. L’esperienza di conversione è forse divenuta oggi rara, ma non è sparita. Probabilmente è divenuta soltanto silenziosa. Il cristianesimo appare oggi come una realtà tranquilla e immota, sembra che in esso non esistano tensioni creative.
Dal mondo delle parrocchie e delle diocesi sono usciti politici senza coscienza, ma tranquilli in coscienza: e anche tanta buona gente che fa opere degne e che riceve dalla propria fede conforto nel farle. Ma il mondo delle parrocchie e delle diocesi sembra la negazione di queste drammatiche rotture che Gesù ora annunzia, si presenta come un mare tranquillante, da cui emerge serena l’allegria degli scout. Nulla dà l’immagine del fuoco sulla terra, degli splendori e delle intransigenze della fede.
Che cosa significa oggi essere cristiano? Non è facile rispondere a questa domanda, tante sono le risposte che sono state date e sono date tutt’ora. In altri tempi, si sarebbe detto: che il mondo diventi cristiano. Da questa risposta è nata la spinta alle missioni, un impulso che, dal secolo XVI in poi, ha integrato e bilanciato la colonizzazione del mondo da parte della cristianità.
Oggi non sembra esistere più questa tensione, i missionari vanno nel terzo mondo motivati spesso piuttosto dall’esigenza dell’assistenza che non da quella della evangelizzazione. E ciò è visto come un progresso, come un frutto della comprensione della universalità della salvezza. Dio unisce a sé ogni uomo in quanto uomo, si dice, il popolo di Dio vive in ogni comunità umana: a che serve dunque il battesimo?
Il cristianesimo sembra morire in Occidente, specie in Europa, nella banalità e nella quotidianità.
Dove è il fuoco di cui parla Gesù, dove il battesimo di cui egli vuole essere battezzato? Dobbiamo pensare che una morale di pacificazione universale, non la divisione di cui parla Gesù, siano la realizzazione del cristianesimo alla fine del secondo millennio? Una fede senza anatemi e senza intransigenze, una universale pacificazione dei conflitti religiosi come base della pacificazione dei conflitti civili: sembra oggi tutto ciò che dobbiamo desiderare per sentirci buoni cristiani.
Questo testo invece, che elogia il fuoco, la divisione, predica il conflitto, fa cattivo effetto. La parola di questo Vangelo non la si afferra, la si dimentica facilmente nel dolce mare delle buone parole che si attendono dalle letture liturgiche e dalle prediche. Al punto tale che si può benissimo non prestare loro nemmeno attenzione. La fede sembra svanire in un mare di buone parole e di buone opere, che le tolgono qualunque asprezza e qualunque significato.
Ma la parola evangelica resta, e certamente essa tornerà attuale. Lo torna sempre, quando alla fede è chiesto il martirio. La Chiesa francese del secolo XVIII divenne una Chiesa di martiri eppure sembrava una Chiesa di illuministi e di deisti, la Chiesa spagnola degli anni ‘30 pareva una Chiesa conformista e banale, e visse il martirio come se esso fosse un’evidente necessità. E ciò accadde in tutte le Chiese che il comunismo cercò di distruggere dalla memoria dei popoli, in Europa e in Asia.
Il fuoco di Gesù rimane sotto la cenere della banalità, del culto delle parole tranquille e delle opere buone. Viene un momento in cui il rapporto con Gesù è un assoluto, è l’esperienza di Gesù. Questo Vangelo vuole indicarne la natura, la figura, gli effetti. Difficile farlo capire oggi mediante le parole, ma il Vangelo ha in sé una forza diversa da quella delle parole che suonano all’orecchio e propria di quelle che lo Spirito fa risuonare al cuore, anche se il cuore non lo sa. Il vero cristiano abitualmente ignora di essere tale.

I volumi dei tre anni di commenti al Vangelo della domenica di don Gianni Baget Bozzo (“Buona Domenica. Commenti ai Vangeli domenicali”) sono acquistabili in libreria, sul sito delle Edizioni Dottrinari o sui siti delle maggiori catene di librerie.

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