1 Giugno 2025
Settima domenica di Pasqua: Ascensione del Signore

At 1, 1-11
Sal 47
Eb 9, 24-28; 10, 19-23
Lc 24, 46-53
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto».
Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. Ed essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio.
Commento al Vangelo della Domenica di don Gianni Baget Bozzo

Da Israele a Sarajevo, ma Gesù torna al Padre
Leggiamo la finale del Vangelo di Luca. Gesù interpreta tutta la rivelazione fatta a Israele come la profezia su di lui, su Gesù. Egli indica un senso dell’Antico Testamento che non si desume dalla lettera dell’Antico Testamento. In nessun brano della Bibbia ebraica sono dette le parole che Gesù dice esserne il senso: lui stesso. Forse l’unico modo per capire le parole di Gesù è vedere tutto Israele, il popolo di Israele, come una profezia di Gesù Cristo. È Israele che è ucciso, perseguitato, sacrificato perché tutte le nazioni, tutti i popoli ricevano la remissione dei peccati. La figura dell’Antico Testamento che annuncia meglio il Cristo è la totalità dell’Antico Testamento, il popolo eletto nel suo insieme.
Ci sono figure che esprimono questa dimensione di profezia di Gesù Cristo meglio di altre: il Servo di Jahvè nel libro di Isaia o la figura stessa di Geremia o quella di Ezechiele. Ma nessuna meglio di Israele stesso indica l’Antico Testamento quale profezia di Gesù, come le parole di Luca affermano. E del resto la continuità tra i due Testamenti, tra Israele e la Chiesa è espressa nelle ultime parole del testo evangelico, che indicano il ritorno degli apostoli a Gerusalemme con grande gioia: «… e stavano sempre nel tempio lodando e benedicendo Iddio». Il tempio di Israele è il primo luogo di riunione della Chiesa dopo l’ascensione di Gesù al cielo. Questa domenica celebra infatti l’Ascensione del Signore. È il coronamento del messianismo ebraico. Gesù, il Messia, siede alla destra di Dio, ne riveste la potenza.
Forse il libro del Nuovo Testamento che ci rivela meglio il senso di questa festa è l’Apocalisse, che descrive Gesù alla destra di Dio, lo mostra come il signore della storia. E, al tempo stesso, come capo di una Chiesa perseguitata, una Chiesa di martiri. La Signoria di Gesù in cielo è, nell’Apocalisse, correlativa al martirio dei cristiani sulla terra. La potenza del Signore, la sua potenza dall’interno di Dio, dal cielo, accade mentre la Chiesa è percorsa dalla violenza e dal male, da quello che essa subisce come da quello che essa fa. Per la potenza del Signore asceso, essa non può essere cancellata dalla storia. Secondo le parole di Gesù a Pietro, parole che indicano che nella fondazione e nella permanenza della Chiesa, si esprime la signoria celeste di Gesù Cristo. «Le porte dell’inferno non prevarranno».
La festa dell’Ascensione indica lo stato del Cristo nella gloria e, al tempo stesso, la continuità con il suo corpo terrestre, la Chiesa come segno e forma di tutta l’umanità, come popolo della universalità umana. Il regno del Signore nel tempo è crocifisso come lo fu il Signore nel tempo. L’orrore che ci percuote ogni giorno da tante parti del mondo e del resto il peso di ogni sofferenza umana, di ogni morte umana, ci indicano la continuità della croce e della gloria, ci mostrano l’umiliazione temporale quale involucro della gloria di Dio nel tempo.
Quando soffriamo la violenza che colpisce ancora la terra, misuriamo la potenza della croce di fronte alle porte dell’inferno e alla potenza del demonio, principe dei poteri di questo mondo: misuriamo la figura del regno di Gesù, crocifisso e risorto. E vediamo il passaggio degli uomini nella loro morte umana alla gloria di Dio come l’ultimo frutto della Ascensione del Signore, una celebrazione del medesimo mistero.
Certo, l’uomo avrebbe desiderato che il Cristo non ascendesse, che il Regno dall’interno di Dio coincidesse con la storia dell’uomo. È infatti la domanda che gli apostoli pongono a Gesù nel brano degli Atti che oggi leggiamo: «quando rinnovi il regno di Israele?». Ma la risposta di Gesù è l’Ascensione. E il mistero dell’Ascensione è la volontà del Padre: questa è l’ultima parola di Gesù sulla terra che il Nuovo Testamento contiene.
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