di Alessandro Gianmoena
Il problema non è che il lavoro sia cambiato: è che continuiamo a raccontarlo come se nulla fosse mai mutato. L’Italia parla ancora di “posto fisso”, “tutele”, “subordinazione”, trasformando il Novecento in un’era geologica invece che in un secolo ormai archiviato. Difendiamo categorie morte con la stessa ostinazione con cui si proteggono i ricordi quando si ha paura di guardare ciò che siamo diventati.
La verità è che il lavoro non è più una promessa di stabilità né un fondamento identitario garantito. L’articolo 1 della Costituzione resta un orizzonte simbolico più che un diritto effettivo. Le parole chiave del lavoro contemporaneo sono rischio, incertezza, temporaneità. Nel mercato del nuovo millennio ognuno è lasciato a sé stesso mentre fingiamo che esista ancora un “noi”.
Abbiamo costruito un’intera religione civile sulla figura del lavoratore subordinato, ma quel lavoratore non esiste più. Oggi l’uomo faber non vende più tempo, ma competenze; firma contratti che durano quanto una stagione e vive in un regime di incertezza permanente mentre gli si ripete il mantra più seducente della modernità: “Sii l’imprenditore di te stesso”. Non è più colui che crea il mondo, ma colui che deve continuamente ricreare sé stesso per restare nel mondo.
L’imprenditorialità personale può essere una forma di emancipazione coerente con la genealogia romantica del lavoro come espressione libera e creativa. Ma senza le condizioni materiali per realizzarla diventa un artificio retorico: una formula magica con cui trasformiamo la precarietà in virtù, lo sfruttamento in autonomia, l’abbandono in libertà. È un inganno perfetto: imprenditorialità senza capitale, responsabilità senza potere, rischio obbligato senza scelta.
C’è poi una verità che pochi hanno il coraggio di dire: l’unico luogo in cui sopravvive il vecchio fordismo della certezza non è l’industria, né il mercato, né la società civile. È lo Stato. Nel pubblico impiego il Novecento non è mai finito: è conservato in formalina, immune alla competizione e impermeabile alla trasformazione. Il rischio di licenziamento è quasi nullo e la stabilità è un sacramento che il resto del Paese non può più permettersi. Ed il precario pubblico non è definito come “fragile” ma come un lavoratore sospeso, in attesa di essere ammesso alla comunità dei garantiti.
Nel privato accade l’opposto. Se il lavoro è stabile, non è sicuro: ti assorbe ontologicamente. Non sei più un dipendente, ma un membro di una comunità chiamata azienda, e ne segui il respiro, le strategie, il modello di vita. L’impresa non offre certezze: chiede identità, adesione, partecipazione culturale. Non lavori per un’azienda: vivi dentro un mondo che ti plasma.
Per decenni il lavoro è stato il cuore della modernità italiana, fondato sul fordismo, sulla subordinazione giuridica e sulla stabilità come premessa esistenziale. Quel mondo aveva una sua coerenza antropologica: il lavoro era un luogo, un orario, un rapporto bilaterale; il giuslavorista proteggeva il debole, il sindacato era la casa della classe lavoratrice.
Quel paradigma è stato dissolto da una metamorfosi più profonda della semplice evoluzione economica. Oggi il lavoro non è più un rapporto duale, ma un ecosistema. La gig economy — i lavori “a gettone” — coinvolge milioni di persone. Lo smart working ha decentrato il luogo del lavoro. L’automazione algoritmica cognitiva ha dissolto la distinzione tra lavoro manuale e intellettuale: il pensare è incorporato nelle macchine, il fare è governato dagli algoritmi.
L’economista Jeremy Rifkin, con La fine del lavoro, aveva intuito parte di ciò che viviamo oggi: l’automazione erode il lavoro umano. Ma la sua tesi presupponeva ancora un soggetto politico capace di contrattare con il capitale. Trent’anni dopo, quella soggettività è un miraggio.
Ciò che Rifkin non poteva vedere è la qualità dell’automazione contemporanea: l’algoritmo non elimina solo il lavoro, ma ridefinisce l’identità del lavoratore. Il rider, il creator, il freelance digitale sono chiamati “partner”, “collaboratori”, “imprenditori di sé stessi”.
Il filosofo Michel Foucault direbbe che il potere non sottrae: produce. Produce un soggetto che si autogestisce, si autovaluta tramite rating, si autopromuove sui social. È un cubo metaforico nella società dei cubi: una prigione senza sbarre che il soggetto abita volontariamente, convinto di esserne l’architetto.
L’uomo faber cubo del 2026 vive in un mercato “frammentato, liquido e digitale”, attraversato da figure ibride sospese tra autonomia e subordinazione.
In questo scenario la vecchia grammatica giuslavorista non regge più. Eppure continua a legiferare, definire diritti, orientare conflitti. Il risultato è una dissonanza cognitiva strutturale: da un lato il discorso pubblico, ancora novecentesco; dall’altro la realtà di milioni di lavoratori invisibili, intermittenti, autonomi ibridi, partite IVA, esclusi da ogni protezione reale.
Questa dissonanza non è neutrale. Difendere la grammatica fordista significa difendere chi ha già tutele contro chi non le ha mai avute. È una rendita di posizione travestita da solidarietà, un conservatorismo che si crede progressismo.
Il giuslavorista Marco Biagi aveva compreso tutto questo. Portare la realtà dentro il diritto era un gesto riformista, e per questo insopportabile a chi preferisce la purezza del conflitto alla fatica del cambiamento. Lo pagò con la vita. E persino la legge che porta il suo nome venne distorta, confermando che il riformismo ha avversari più efficaci della violenza: la strumentalizzazione e il conformismo intellettuale.
La domanda è: esistono ancora eredi di quel coraggio? Il riformismo richiede una virtù rara: accettare un costo elettorale immediato per un beneficio diffuso ma postumo. Nessuna forza politica sembra disposta a farlo.
Il nodo gordiano del lavoro italiano non si scioglie con nostalgia, massimalismo o micro-riforme, ma con un pensiero sistemico e con il coraggio politico.
La genealogia del lavoro moderno insegna che ogni conquista nasce quando si sposta il baricentro dal potere delle istituzioni alla dignità della persona.
Basta guardare altrove. Negli Stati Uniti il Social Security Number è un’identità lavorativa unica, indifferente alla forma contrattuale. In Francia il regime dell’autoentrepreneur e il Compte Personnel de Formation rendono i diritti portabili. La Danimarca ha costruito la flexicurity. La Spagna ha riconosciuto la zona grigia con il TRADE. La Germania ha portato il sindacato dentro le piattaforme digitali. Il Regno Unito, con la sentenza Uber, ha creato una terza via tra autonomia e subordinazione. Tutti questi modelli convergono verso un diritto del lavoro centrato sulla persona.
In Italia aprire una partita IVA è ancora un percorso accidentato: regimi fiscali instabili, contributi calcolati su imponibili irreali, esclusione dal welfare dei dipendenti. È un sistema che punisce gli outsider, come se l’autonomia fosse una colpa.
E poi c’è il nodo forse volutamente ignorato: il lavoro degli extracomunitari. Se un’economia si regge su lavoratori stranieri sottopagati e impiegati in mansioni meno qualificate, è un problema di tutti. È il sintomo di un welfare che non garantisce più equità. Il risultato è una spirale che precarizza tutti.
Lo Statuto dei Lavoratori del 1970 fu un monumento di civiltà, ma costruito su un solo tipo di relazione: padrone/dipendente. Oggi serve uno Statuto del Lavoratore, al singolare, che tuteli la persona indipendentemente dalla forma con cui offre il proprio ingegno.
Il sindacato, se vuole sopravvivere, deve compiere un salto genealogico, smettere di rappresentare una categoria e iniziare a rappresentare una condizione umana. Il lavoro come servizio non sminuisce il lavoratore ma lo riconosce come soggetto attivo. Su questa dignità ritrovata può nascere un nuovo universalismo dei diritti.
Il sindacato o diventa l’architetto della nuova cittadinanza del lavoro o resta un residuo del Novecento. Milioni di autonomi, freelance, professionisti digitali, educatori, operatori sociali, dipendenti delle cooperative vivono in un limbo: troppo autonomi per essere protetti, troppo dipendenti per essere liberi. Sono loro il nuovo centro del lavoro italiano, e sono proprio loro a non avere una casa.
Il sindacato deve diventare il cuore del nuovo paradigma del lavoro-servizio: assicurazioni mutualistiche, continuità del reddito, formazione permanente, tutela fiscale, previdenza complementare, strumenti di transizione professionale. Deve diventare il sindacato del lavoratore-imprenditore di sé stesso, affinché questa formula non resti una suggestione ipocrita, ma una promessa reale di cittadinanza nel mercato.
Alessandro Gianmoena
