di Alessandro Gianmoena

In questi giorni Genova è più abitata del solito. Le strade sono affollate, e non per una manifestazione della sinistra antagonista degli spaccavetrine, né per i centri sociali in assetto da guerriglia urbana, né per le frange ultraradicali che incendiano cassonetti come gesto identitario. Ci sarebbe, forse, da chiedersi se in quei casi le femministe avrebbero puntato il dito moralizzatore contro di loro o se i radical chic genovesi — figli del Sessantotto e la loro progenie — sarebbero scesi anch’essi in piazza per sentirsi “impegnati”, arricchendo la propria biografia con l’ennesima contestazione contro capitale e proprietà privata.

Ma qui non c’è nulla di tutto questo. Genova ospita gli Alpini e ciò crea un corto circuito in una certa sinistra, perché gli Alpini incarnano quello che essa non sa più decifrare: una comunità reale, una radice popolare viva.

Gli Alpini non sono semplicemente un corpo militare: sono una figura genealogica dell’identità italiana, uno dei pochi luoghi in cui questo Paese ha generato una forma di appartenenza non ideologica, non partitica, ma antropologica. È questo, più di tutto, che disturba una certa sinistra.

Essi nascono quando l’Italia è ancora un’ipotesi in un territorio cucito più sulla carta che nella coscienza collettiva. Proprio per questo diventano il laboratorio culturale in cui lo Stato tenta la sua prima operazione di identità di popolo ossia di trasformare dei contadini, degli abitanti della montagna e dei giovani di valli isolate in cittadini di una comunità politica che non hanno mai conosciuto.

La montagna diventa, di fatto, la prima scuola della Repubblica ancora prima della Repubblica stessa. E’ l’Italia che impara a respirare insieme agli italiani come corpo unico, dalla cui etica comune scaturiscono parole come responsabilità, solidarietà e disciplina non servile, distinguendosi dallo spirito risorgimentale di fusione a freddo dell’unità d’Italia, prodotto dalle elites politiche e militari su un Paese dalle molte lingue retrocesse a dialetti e da un ecosistema umano eterogeneo come pochi in Europa.

Gli Alpini sono l’Italia che ha imparato a farsi popolo dal basso senza retorica, senza astrazione, con il passo alpino cadenzato di chi conosce la fatica senza ostentazione, il pericolo e quindi il coraggio, il silenzio e quindi l’affidabilità.

Nel Novecento, mentre la politica si divideva e si ideologizzava, gli Alpini rappresentarono una forma di patriottismo non retorico. La Grande Guerra li trasformò nella matrice morale del Paese. Sull’Ortigara, sul Pasubio, sull’Adamello, non difesero solo un confine ma l’idea stessa che l’Italia potesse esistere come popolo. La ritirata di Russia, poi, ne definì il mito fatto di resistenza, di cura reciproca, di una fraternità che si pone oltre ogni appartenenza politica.

Oggi il Corpo degli Alpini continuerà a mantenere la propria legittimazione proprio in questa fase storica in cui, dopo la lunga illusione del globalismo, lo Stato riaffiora come forma necessaria di protezione, identità e continuità di popolo.

L’Alpino diventa così una figura morale, un archetipo dell’italiano che non si arrende, non tradisce e non abbandona. E’ una rarità in un Paese attraversato dagli individualismi.

Nel dopoguerra, mentre lo Stato repubblicano tentava di costruirsi, gli Alpini diventano ciò che la politica non riusciva a essere: una comunità nazionale capace di mobilitarsi per terremoti, alluvioni, emergenze e ricostruzioni. L’Associazione Nazionale Alpini diventa una delle più grandi infrastrutture civiche del Paese. Dove lo Stato arriva tardi, loro ci sono; laddove la burocrazia si inceppa, loro agiscono e dove la politica divide, loro uniscono.

In un’Italia lacerata dalla frattura tra mondo sovietico e mondo atlantico, gli Alpini furono la prova vivente che il Paese può ancora riconoscersi in un’etica comune.

Ed è qui che nasce il fastidio della sinistra culturale contemporanea. Gli Alpini incarnano un’identità collettiva forte, popolare e patriottica: l’antitesi dell’individuo sradicato e cosmopolita che il progressismo assume come modello implicito. Sono una progenie civile, una comunità che vive la storia invece di raccontarla.

La sinistra ha progressivamente abbandonato il popolo reale con le sue feste, i suoi riti, le sue appartenenze sostituendole con un’idea astratta di popolo redento dalla coscienza critica. Quando incontra gli Alpini, incontra ciò che ha lasciato andare ossia una cultura popolare autentica che non ha bisogno di essere educata. Gli Alpini danno fastidio perché esistono senza chiedere permesso.

C’è poi il nodo irrisolto del militare. La sinistra post‑Sessantotto ha interiorizzato un antimilitarismo che le impedisce di distinguere tra imperialismo e tradizione e tra esercito di aggressione e un corpo di montanari che portano coperte ai terremotati.

Gli Alpini rappresentano ciò che la cultura woke non può tollerare ossia una comunità maschile non tossica, radicata, solidale e popolare capace di incarnare un’etica della responsabilità e del servizio.

Il woke – cultura nichilista liquida promossa dai Democratici americani- è l’ultimo stadio di una genealogia che nasce nel pensiero critico del Novecento e si nutre di categorie marxiste rilette in chiave culturale, manifestandosi come moralismo liquido che pretende di rifondare l’umano per dissolvere ogni radice. Non combatte il potere reale, ma quello simbolico: famiglia, comunità, tradizione e trascendenza.

Non attacca ciò che domina, ma ciò che ha significato. È un tentativo di produrre una nuova antropologia fondata sullo svuotamento nichilista e su una società dalle radici rizomatiche, come l’immaginò il filosofo Gilles Deleuze.

Il patriarcato che denuncia è spesso un pretesto per colpire la famiglia occidentale come luogo di trasmissione di identità, memoria, differenza sessuale, limite e responsabilità, ignorando i contesti differenti dalla cultura d’Occidente in cui esso è davvero strutturale, teocratico e totalizzante.

Il woke non è anticristiano perché odia la religione, è anticristiano perché il cristianesimo rappresenta l’ultima grande architettura simbolica che resiste alla liquefazione dell’umano in gusti e identità fluide.

In questo quadro l’attacco agli Alpini non è casuale, ma è un atto simbolico. Gli Alpini sono una radice culturale del popolo italiano, una memoria vivente di appartenenza, sacrificio e fraternità. Per questo devono essere delegittimati, proprio perché ricordano che esiste un’Italia che non si lascia dissolvere e né si riduce a individui o, peggio ancora, a uomini‑massa.

La cultura woke, cuore della sinistra, non è un movimento di liberazione, ma un processo di liquefazione antropologica nato non dal basso ma da un’élite che ha sostituito la lotta di classe con la lotta simbolica e la critica del capitale con la critica dell’identità. E’ un marxismo senza proletariato, una rivoluzione senza popolo.

In questo orizzonte, il canto alpino — “Sul cappello, sul cappello che noi portiamo / c’è una lunga, c’è una lunga penna nera” — non è un semplice inno ma un richiamo genealogico ed un segno di appartenenza a una storia italiana che anche io ho respirato fin da bambino. Non è folklore, è un codice culturale che unisce anche le mie radici liguri e trentine, un modo di dire “noi” e di trasmettere ai nostri figli la memoria storica di chi ha dato la vita per il Paese e di chi, ancora oggi, salva e aiuta nelle tragedie naturali.

 

Alessandro Gianmoena

Un commento su “Evviva gli Alpini!”

  • Bravo,un articolo pieno di verità semplici e genuine.
    Il mondo cosiddetto “culturale” come si diceva ama il
    Le folle che “guida” non ama mescolarsi con la folla che vive e cammina

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