Commento di Alessandro Gianmoena

all’approfondimento di don Gianni Baget Bozzo

Dio, Dimora dell’essere

Il “Nulla Divino” e la libertà dell’uomo

Dio più intimo dell’uomo a se stesso: Provvidenza e libertà

Interior intimo meo et superior summo meo”(Confessioni, III, 6, 11). Questa sublime intuizione di Sant’Agostino – la cui parafrasi può essere resa come: «Dio è più intimo a noi di quanto noi lo siamo a noi stessi» è un ausilio decisivo per riscoprire il senso autentico della libertà umana. Egli definisce il Divino agire, la Provvidenza, non come un intervento esterno e occasionale di Dio, bensì, l’azione sapienziale personale e continua con cui Egli sostiene e orienta l’essere verso il suo compimento. Tutto ciò che accade, anche se imperscrutabile, anche se oscuro è parte di una trama di un film che narra la Storia del mondo che tende al Bene in cui il Padre opera soprattutto ritraendosi per ricondurre il figlio a sé. In questo quadro la libertà dell’uomo non è limitata ma sostenuta e la Grazia, il Suo Amore, non sostituisce l’agire umano ma lo definisce inserendolo in una circolarità eterna oltre il chrónos, laddove l’uomo creato da Dio, vive da Lui sostenuto e vi ritorna in un intreccio reciproco in cui l’esperienza nel finito del mondano offre l’opportunità di un cammino dell’uomo ed uno di Dio in lui. La Provvidenza, in questa prospettiva, non è un destino imposto ma è una dinamica interiore che porta ogni uomo alla sua verità più profonda, in cui l’Anima ad Christum convertitur riscopre la sua identità partecipe della vita divina. La vera libertà umana, quindi, è una dimensione spirituale ascendente che segue le leggi nascoste e silenziose della Grazia di un Dio Padre che modula la sua Onnipotenza secondo la sua intima essenza che è la Bontà verso i propri figli. In fondo è anche questo il tratto distintivo che definisce il Dio cristiano, poiché offre una logica di coesistenza tra il Perfetto e l’imperfetto, in cui l’Uno crea l’uomo nella dualità della creazione come dono di sovrabbondanza di Amore affinché esso possa partecipare alla vita eterna con la medesima relazione che esiste tra un padre (e non padrone) e il figlio. Senza il Dio Padre il figlio non esisterebbe e senza il figlio — se l’uomo fosse solo creatura tra le creature — la sua relazione con l’Onnipotente sarebbe puramente esterna, come quella tra causa ed effetto, o tra artefice e opera. In tal caso, tra Dio e l’uomo si aprirebbe un “nulla” che sa di un niente: non un vuoto ontologico, ma l’assenza di una relazione personale.

Lo spazio tra le dita nella “Creazione di Adamo” del Michelangelo: la libertà come dono e distanza

Ma come può l’Assoluto stabilire una relazione con il relativo e contingente se non attraverso una Sua azione discreta che offra quello spazio per la libertà dell’uomo come Michelangelo ritrasse esemplarmente nella “Creazione di Adamo” della Cappella Sistina in cui le dita di Dio e dell’uomo cercano la convergenza ma non si toccano. In quello spazio c’è tutta l’essenza del Cristianesimo, di un Dio Creatore che nella sovrabbondanza genera l’alterità a se stesso del Creato e lo governa ritirandosi di fronte all’arbitrio delle cause seconde. E’ un Dio che si manifesta nel mondano essotericamente attraverso la più sublime azione finalistica del salvifico martirio del Figlio con il Kerigma della Croce ed esotericamente e nella profondità dell’anima di ogni individuo, esaltandone la divino-umanità, e con manifestazioni nel quotidiano di indizi e non prove: realtà che si aprono ad un significato che le trascende. In entrambe le azioni la Provvidenza divina opera nella kenosi ossia Dio si svuota del privilegio della potenza donandosi. E’ la logica dell’amore che trasforma la fragilità del Cristo in un luogo di rivelazione, che lascia spazio all’altro: “pur essendo in forma di Dio, svuotò se stesso”( Filippesi 2,6‑7).

“Ecce Homo”(Giovanni 19,5). Il Cristo flagellato e mostrato da Ponzio Pilato innanzi alla folla che lo vuole crocifiggere è l’esempio di Dio che, Figlio dell’Uomo, sospende l’esercizio della sua Onnipotenza e consuma il suo martirio per far sì che la più profonda identità di Dio venga rivelata urbi et orbi ossia la Bontà. Quell’Amor divino che si declina con la Misericordia divina per la redenzione dei peccati dell’umanità, instaurando un nuovo rapporto tra Dio e l’uomo in una rinnovata Creazione in Cristo. La Passione, quindi, può considerarsi una teologia kenotica in cui il Verbo si abbassa all’uomo e la divino-umanità del Cristo raggiunge il grado più basso del suo processo di spogliazione dalla Potenza divina che si rivela in pura Bontà nel momento in cui Egli esala l’ultimo respiro sulla Croce. E la Sua morte diventa il luogo in cui l’apparente vuoto si apre alla rivelazione della Pienezza divina: Dio mostra al mondo il suo Amor divino, il suo Genius divino, la sua intima forza vitale, il principio regolatore dell’Uno.

Il martirio di Cristo che, attraverso il “Nulla divino”, rivoluzionerà la Storia del mondo è un messaggio di un Dio che non tocca il dito di Adamo, che non vuole un uomo che si riduca alla verifica empirica che chiese il discepolo Tommaso, che non si manifesta per la sua Potenza ma attraverso la fede. Entrambi gli sguardi del Padre e del figlio nell’opera di Michelangelo non si incrociano, ma si focalizzano su quel vuoto che separa le due dita. Gli occhi di Adamo sono lo specchio della sua anima, il suo sguardo è la fede con l’occhio capace di introspezione, in grado di scrutare il mondo sottile oltre quello tangibile. Lo sguardo divino, invece, osserva ed attende la libertà delle cause seconde, di Adamo. E’ un legame tra Padre e figlio che trova la sua apicale manifestazione quando il figlio, con i suoi limiti e fragilità, intraprende anch’egli la kenosi del suo io psicologico in forma inversa e ascendente al fine di rendere lo spazio interiore “vuoto” di un’anima che si fa specchio per accogliere l’Altro, il “Nulla divino” divenendo, come scrive don Gianni, la “casa dell’essere”.

Il Nulla come luogo teologico

Il nulla, quindi, è il luogo in cui l’uomo, tornando verso il divino, scopre che Dio stesso cammina in lui: un intreccio di libertà e Grazia che compie la circolarità dell’exitus–reditus.

Nella mistica cristiana, il rapporto tra l’Essere e il nulla non è mai nichilistico: il “nulla” non è annientamento, ma uno spazio liberato. E lo si ottiene attraverso un percorso di ascensione dell’anima verso la sua purezza e, al contempo, di immersione nel silenzio della sua intimità divino-umana; la spoliazione dell’anima, quindi, è un transito dal molteplice all’unificato e la conduce in una regione in cui la coincidentia oppositorum indica la soglia del divino in un linguaggio metalogico che tenta di dire l’eterno dal punto di vista del chrónos.

Le vie della kenosi dei mistici cristiani

Quello spazio tra le due dita del Padre e del Figlio definisce i gradi di libertà che Adamo riceve nel processo di kenosi, affinché possa colmarsi del “Nulla divino”. La fede è un ponte verso Dio, plasmato dall’anima la cui singolarità impedisce ogni intercambiabilità tra persone. Ogni soffio, ogni sé spirituale possiede un’ancora, un genius inscritto nella parte più imperscrutabile del nostro essere, e — come insegna il mistico Meister Eckhart — un Seelefünklein, un “piccolo scintillio dell’anima”, increato, indivisibile e fuori dal tempo, nel quale Dio nasce in essa ed essa nasce in Dio. La kenosi verso il “Nulla divino” è la ricerca del nome che Egli ha dato a ogni anima, attraverso la libertà di scelta di accogliere il proprio genius e di obbedire ai piani divini.

Accettare il proprio genius significa, quindi, riconoscere che la libertà non è arbitrio, ma adesione alla forma che Dio ha inscritto nel profondo; obbedire ai piani divini non è sottomissione, ma fioritura della propria singolarità. Così, la distanza tra le dita del Padre e del Figlio diventa la misura della dignità umana: uno spazio minimo e infinito, in cui l’anima può scegliere di colmarsi del “Nulla divino” e diventare ciò che è da sempre nel suo scintillio increato.

Se l’anima non è intercambiabile anche la sua kenosi non può essere identica ad altre e ciò giustifica gli approcci differenti scelti dai mistici ed il loro linguaggio apofatico (ossia un parlare di Dio per negazione) che possono essere classificati come testimonianze virtuose di chi consapevolmente o inconsapevolmente ha solcato le vie dell’ Amor divino in analogia con la spogliazione del Verbo che si è fatto carne. E ciò emerge nei mistici attraverso la loro consapevolezza cristiana dell’Amor divino. In Ildegarda di Bingen, ad esempio, è un abbassamento luminoso che diventa profetico, perché l’anima si fa trasparente alla “luce vivente”. In Meister Eckhart, invece, la kenosi è il distacco radicale (Abgeschiedenheit): l’anima si svuota di tutto, persino delle immagini di Dio per tornare al suo scintillio originario in cui accoglie la nascita del Divino. Per Santa Caterina da Siena la kenosi consiste nello spogliamento radicale della propria volontà, che si trasforma in forza operativa capace di convertire la vita interiore in missione pubblica e responsabilità storica. Mentre in Margherita Porete vi è un “annientamento” amoroso dell’anima “annichilata” che lascia che l’Amore divino viva in lei, oltre le virtù, i meriti e le volontà. In Giovanni della Croce la Notte oscura diviene un itinerario di purificazione dell’anima, privata di ogni appoggio sia sensibile sia spirituale, che lascia lo spazio solo all’azione di Dio. La spogliazione di Santa Teresa D’Avila è un cammino di progressiva interiorizzazione: attraverso le “stanze” del castello interiore l’anima si libera per giungere alla stanza centrale dove Dio risiede. Altro esempio di via mistica è Anna Katharina Emmerick in cui la kenosi è una partecipazione mistica alla Passione condividendo interiormente le sofferenze del Cristo. In Teresa di Lisieux, invece, la spogliazione è la “piccola via”: l’umile offerta quotidiana, uno “svuotamento dolce” in cui l’anima rinuncia ad ogni tipo di grandezza per abbandonarsi alla Misericordia divina. In Padre Pio è partecipazione alla sofferenza di Cristo non come punizione ma come mezzo di unione con il Divino a beneficio del prossimo. In Natuzza Evolo, invece, lo svuotamento è abbandono, lasciarsi attraversare dalla volontà divina nella sofferenza e nella carità verso gli altri.

Anche attraverso l’inconsapevolezza di alcuni mistici che hanno vissuto al di fuori del Cattolicesimo si evidenziano le analogie alla kenosi di Gesù Cristo. Nell’ebrea Etty Hillesum, ad esempio, la svuotamento è fare spazio a Dio nel cuore, rifiutando l’odio, nel suo caso, nei confronti dei nazisti che operavano come carnefici nei campi di concentramento ed in Simone Weil che vive lo svuotamento come decreazione fino alla pura “attenzione al Bene” attraverso le sofferenze nel mondo degli ultimi.

Don Gianni Baget Bozzo: mistica, politica e discernimento

In questo quadro anche don Gianni Baget Bozzo può essere compreso nell’ambito dei mistici, poiché la sua kenosi si radica nell’obbedienza alla voce interiore: un Dio che parla nel profondo, ma che al tempo stesso si ritrae, lasciando spazio alla libertà delle cause seconde nella storia. La spogliazione dell’io psicologico diventa così un atto insieme politico e spirituale: la motivazione politica si intreccia con la tensione mistica, nella responsabilità di aderire ai progetti nascosti del Divino attraverso l’azione nel mondo. La libertà si configura come vocazione al bene in Cristo, esercitata nel luogo in cui la storia dei popoli prende forma: la politica.

L’impegno politico di don Gianni non era ricerca di dominio, ma servizio alla Croce. In questo senso egli sfidò le logiche mondane, rompendo il confessionalismo politico che aveva caratterizzato la Democrazia Cristiana. La sua candidatura nel PSI fu espressione di una libertà interiore che non contraddiceva la sua identità di sacerdote, ma la radicalizzava. Anche il sostegno a figure come Craxi e, più tardi, Berlusconi nascono dall’intima scelta di interpretare la storia alla luce della mistica cristiana, nella convinzione che la grazia possa operare anche attraverso le sfide della politica. Il suo modus operandi era segnato dall’apatheia cristiana: la capacità di essere nel mondo senza appartenervi, di consigliare chi esercita il potere senza ricercarne i frutti, perseguendo la spogliazione dell’io attraverso l’abbandono della superbia. La sua conoscenza profonda del mondo nasceva da quel “nulla interiore” che non è vuoto psicologico, ma uno spazio spirituale in cui ci si dona a Dio, in cui il genius del discernimento — la capacità di intus legere il corso della storia — si univa all’umiltà ed alla obbedienza verso l‘Onnipotente.

Per questo don Gianni Baget Bozzo amava definirsi “un cristiano che pensa” più che un intellettuale: non cercò mai di assicurare un futuro mondano alle sue opere, perché non voleva consegnare il suo “scintillio” alla diminutio della vanità mondana. Se oggi possiamo ancora confrontarci con i suoi testi, lo dobbiamo all’intuizione del suo amico Patrizio Odetti, che ha dato vita a un Centro Studi non come iniziativa celebrativa o mondana, ma come testimonianza viva delle sue battaglie spirituali per una libertà intesa in senso mistico, politico e culturale, sempre radicata nella fede cristiana e nella responsabilità verso la Storia.

Tra il “Nulla divino” e il nulla della tecnica

In un tempo in cui il “nulla immanente” — che si manifesta come vuoto interiore, perdita di senso e dissoluzione — sembra prevalere sulla kenosi verso il “Nulla divino”, gli scritti di don Gianni offrono spunti che riportano l’uomo alla domanda più profonda della sua esistenza. Vi è ancora, nel cuore umano, uno spazio interiore in cui il “Nulla divino” — inteso non come assenza, ma come “silenzio originario”, come apertura che precede ogni rivelazione — può operare?
E come può l’uomo riconoscere l’invisibile presenza del Divino in un’epoca segnata dal nichilismo, in cui il “nulla” descritto da Sartre non è più attesa del Mistero, ma esito della proclamata morte di Dio di Nietzsche? In fondo le ansie di cui don Gianni soffriva non erano altro che l’incorporazione dello smarrimento dell’Adamo contemporaneo che vorrebbe ritrarre la mano dipinta da Michelangelo chiudendone il dito in un pugno, come segno di forza con il potere della tecnica e di sfida con la ricerca della risposta al quesito sublime incastonato nel nome di Mika-el: chi è come Dio? Dopo la decostruzione del razionalismo moderno che si era posto come ateismo sostitutivo nella radicalità delle sue utopie, il nichilismo ha reso l’uomo terribilmente solo innanzi allo sviluppo della sua tecnica. Egli si erge a punto sorgivo di una nuova creazione artificiale in cui il perfetto è un algoritmo di spigoli che ambisce a misurare, delimitare, controllare lo spazio del mondano e dell’universo. Ma al contempo l’Adamo dalle suggestioni transumaniste liquefa la propria natura originaria e l’immanenza del suo agire trasforma la libertà in un peso che isola, perché, come disse Sartre “l’uomo è condannato a essere libero”: non ha un’essenza data ed è costretto sempre a reinventarsi. Il nichilismo nella società odierna che chiamo “dei cubi” dove tutto è determinabile persino predittivo e saturo grazie ai mezzi della tecnica, perde la tragicità di Nietzsche e diventa asfittico e totalizzante: esaurisce il suo afflato filosofico e si riduce a mera circostanza esistenziale. In questo contesto la società dei “cubi” governata dalle macchine è colma di mezzi ma non ha fini. Produce e consuma in un ciclo di dipendenza sistemica fino al punto in cui l’uomo-creatore viene alienato dall’algoritmica impersonale delle macchine.

L’uomo, la libertà e il dono dell’essere

L’uomo può scegliere di ridursi a cosa pur di negare la proprio interiorità e quello spazio che può ospitare il “Nulla divino”, ma non è in grado di sostituirsi a Lui. Può solo decidere individualmente di rifiutare il dono dell’Amor divino, la vita per l’assenza di bene. L’umanità può ferirsi, devastarsi, peccare, ma non può negare il dono dell’essere, perché l’uomo non può togliere ciò che non ha dato. E questa semplice affermazione rompe gli schemi delle più complesse formule algoritmiche fondando la speranza di un ritorno alla centralità di una dimensione spirituale.

Il Kérigma della Croce diventa l’assioma, il centro della Storia che ci dimostra che l’apertura a Dio è sempre possibile. E più gli uomini tenteranno di chiudere il cielo, più coloro che, illuminati, vivono la kenosi verso il Mistero – il “Nulla divino”-, testimonieranno il Suo Amore irradiando luce spirituale ed incidendo sulla Storia dell’uomo.

Alessandro Gianmoena

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