Il continente nella sua zona d’indecisione sovrana

Novalis — il poeta romantico tedesco che scelse quel nome come una vocazione — scrisse dell’Europa come di un organismo vivente che porta dentro di sé il sacro anche quando lo dimentica. Per lui il Vecchio Continente non era una semplice geografia, ma un destino: «Alter Christus», qualcosa che vive nella tensione irrisolta tra crisi e rigenerazione, tra frammentazione e unità. Era una visione nobile, forse ancora vera nelle sue premesse profonde. Eppure oggi la domanda che il nostro tempo ci pone è molto più impietosa: non se l’Europa voglia ancora incarnare quell’ideale, ma se ne sia rimasta capace.

L’Europa di oggi respira con il fiato corto. È chiusa nella morsa di un mondo che sta cambiando pelle rapidamente — un mondo che si è ormai lasciato alle spalle il progetto distopico del globalismo finanziario ed elitario sovranazionale — e che esige il redde rationem delle scelte compiute. Il termometro più affidabile di questa condizione non è un discorso altisonante né un manifesto, ma il Multiannual Financial Framework per il 2028-2034, il Quadro Finanziario Pluriennale che gli Stati membri e il Parlamento europeo dovranno approvare entro il 2026. È la sua pietra angolare. Basta leggerlo con attenzione.

Due trilioni di euro. La cifra suona imponente, ma perde consistenza non appena si considerano l’inflazione e il peso del rimborso del debito Next Generation EU, stimato allo 0,11% del Reddito Nazionale Lordo a partire dal 2028. Questo bilancio non rappresenta una spinta in avanti: è una contabilità della sopravvivenza che tenta di ridistribuire il potere interno all’Unione attraverso i 27 Piani di partenariato nazionali.

L’impianto filosofico-politico che emerge da questa proposta è chiaro: l’Unione ambisce a configurarsi come un superstato sotto mentite spoglie. Da un lato la Commissione spinge per imporre priorità comuni con nuove risorse proprie (tasse europee autonome) e strumenti come Catalyst Europe, destinando 131 miliardi alla difesa comune — un chiaro profilo da soggetto sovrano. Dall’altro, la Rubrica I, che raggruppa oltre il 53% del bilancio in un’unica strategia politica di finanziamento (coesione, PAC, pesca, migrazione, sicurezza e politiche sociali), riporta peso alla logica confederale di gestione diretta degli Stati membri e all’unanimità. Due logiche opposte che convivono in attrito permanente.

Il risultato di questa tensione non è neutro. Le spinte della Commissione finirebbero per colpire ciò che aveva dato all’Europa un volto più umano: il territorio. La rinazionalizzazione della spesa, pur presentata come concessione agli Stati, rischia di trasformarsi in un cordone ombelicale che li mantiene dipendenti da Bruxelles. E questa eterogeneità dei fini, che genera lentezza e immobilismo, fa sì che l’Unione incarni ciò che Carl Schmitt definiva la sua categoria più inquietante: la zona di indecisione costituzionale.

L’europeista dogmatico ha la soluzione pronta: abolire l’unanimità. Lo fa però con un’incuranza (o malafede) singolare, fingendo di non vedere che il popolo resta l’istanza ultima della democrazia. Come ricordava Schmitt, «ogni democrazia si fonda sull’omogeneità». Ed il costituzionalista tedesco Dieter Grimm lo ha ribadito con lucidità: senza un demos europeo unitario, nessuna maggioranza sovranazionale potrà mai avere la legittimità di una maggioranza nazionale.

E le reazioni degli Stati non sono semplici tatticismi, ma disegnano la cartografia di un continente che ha smesso di condividere una stessa idea di futuro. I frugali difendono la disciplina fiscale, i mediterranei la coesione, l’Est la sicurezza, la Germania il proprio bilancio, la Francia la propria ambizione geopolitica. Il Parlamento europeo chiede più soldi, la Corte dei conti lancia allarmi di insostenibilità, le regioni temono di scomparire. È il DNA stesso dell’Unione: un organismo che si nutre di conflitti irrisolti, di compromessi che non generano forma e di equilibri privi di télos ossia senza uno scopo che li tenga insieme.

La genealogia di questa situazione affonda nel peccato originale dell’Unione. Jean Monnet aveva scommesso sul funzionalismo: integrare i mercati e la politica avrebbe seguito. La politica non ha seguito. Il mercato si è consolidato e la sovranità si è dissolta in un labirinto di norme.

Max Weber lo aveva previsto con grande lucidità: la razionalità formale finisce per svuotare la razionalità sostanziale, quella orientata ai fini. L’Unione europea ne è diventata l’esempio più lampante. Ed è questa la domanda centrale: l’UE è ancora salvabile o stiamo assistendo al suo lento e irreversibile disincanto?

Nel bilancio europeo e nelle priorità della Commissione affiora una tensione che non è tecnica ma culturale. Bruxelles investe nelle politiche di uguaglianza di genere, considerate parte dell’identità normativa dell’Unione, mentre l’azione contro l’immigrazione irregolare resta frammentata e delegata agli Stati. Questa asimmetria rivela una gerarchia di valori. La trasformazione dei codici culturali interni è trattata come priorità politica, mentre la gestione dei flussi migratori — anche da contesti islamici con sistemi normativi molto distanti da quelli occidentali — è ridotta a una prassi amministrativa. L’Unione sembra assumere che l’integrazione sia automatica, quando invece richiede una visione e una reale consapevolezza delle differenze culturali. Senza di essa, la coesione si indebolisce e il tessuto sociale si frantuma, e gli Stati dovrebbero ricorrere anche alla reimmigrazione nei casi in cui l’integrazione possa fallire.

Di fronte al declino demografico strutturale e alla carenza di forza lavoro, invece di affrontare la radice — natalità, famiglia, coesione sociale dei popoli — si sceglie la via più comoda dell’immigrazione di massa, trattata prevalentemente come variabile economica.

Contestualmente, un individualismo radicale, centrato sui diritti soggettivi e sull’autodeterminazione assoluta, ha eroso i legami tradizionali di famiglia, di appartenenza e memoria storica. Non è difficile vedere in questo processo un disegno implicito: rendere liquido il tessuto dei popoli europei affinché sia più governabile. Globalismo liberista e cultura woke originaria della sinistra marxista convergono proprio qui, nella concezione di un uomo senza radici.

Il laicismo procedurale non unifica, disinnesca le appartenenze e produce individui regolati, “uomini‑massa” incapaci di generare un’autentica azione politica. È l’optimum per sostituire l’impianto storico‑culturale degli Stati con un organismo sovranazionale. Non stupisce, dunque, che nella Carta costituzionale si sia scelto di omettere le radici cristiane: fu un atto deliberato di recisione della memoria storica del Continente.

È qui che la critica si fa più radicale. L’Europa ha adottato una forma di liberismo economico senza la parte più nobile del liberalismo politico. Ha abbracciato la mobilità, la flessibilità, l’apertura dei mercati, ma ha trascurato la dimensione spirituale della libertà. Se la libertà si riduce a opzione di consumo e la democrazia a procedura, la cittadinanza europea diventa uno status amministrativo e niente di più. Ecco perché la democrazia «liberale» — così come l’Unione la pratica — non è in grado di dare lezioni di libertà.

E questo paradosso si riproduce anche nel dibattito pubblico italiano. Ci sono partiti che fanno della libertà il proprio vessillo identitario, ma che oggi si trovano schiacciati su posizioni di allineamento quasi automatico alle istituzioni europee. È una contraddizione che merita di essere ricordata, soprattutto da chi si richiama alla tradizione liberale e al primato della politica. Forza Italia, in particolare, dovrebbe fare i conti con la propria memoria storica.
Silvio Berlusconi fu il primo leader italiano a tentare di emancipare il Paese dal ruolo subalterno nell’asse franco-tedesco, restituendogli una voce autonoma nei rapporti europei.

Quella stagione si interruppe bruscamente nel 2011, quando il governo Berlusconi si dimise senza essere stato sfiduciato dal Parlamento. Lo spread divenne il «colpo» finanziario che accompagnò la caduta di un esecutivo legittimato dal voto popolare e aprì la strada a un governo tecnico, che servì a far chinare l’Italia, di fatto commissariata. Ogni governo tecnico è un commissariamento del primato della politica. È un fatto, non un’interpretazione.

La storia tende a ripetersi ogni volta che un Parlamento italiano fatica a produrre una maggioranza e il rischio di una nuova stagione tecnica si ripresenta con l’Italia nuovamente dipendente dalle dinamiche europee più che dalla volontà popolare. Esattamente il contrario del pensiero politico berlusconiano.

Guardando al futuro dell’Unione faccio fatica a scorgere un télos chiaro. Stati Uniti, Russia, Cina e India ce l’hanno. L’Europa sembra procedere per inerzia. Popoli senza télos non crollano all’improvviso: si dissolvono lentamente. Evidenziare questa dissoluzione è già una forma di resistenza.

L’Italia, terra di confine tra Mediterraneo e Mitteleuropa, non può permettersi di affondare nelle sabbie mobili di un’eurocrazia che parla sempre meno di popoli.

Sareste disposti ad accettare che un capo di Stato maggiore francese o tedesco comandi i nostri carabinieri? Anche la difesa è un aspetto essenziale della sovranità di uno Stato. Possiamo offrirla in cooperazione, ma da liberi, secondo le nostre leve del comando, come scelta politica consapevole e non come necessità amministrativa imposta. Abbiamo già delegato all’Unione il potere monetario attraverso l’euro, una scelta compiuta non dal popolo né dal Parlamento italiano in forma diretta, ma da una decisione politica dell’allora Presidente Ciampi e del Presidente del Consiglio Prodi. Il perimetro della nostra sovranità si è ristretto pericolosamente.

Agli europeisti dogmatici vale la pena ricordare che la costruzione europea non è stata solo un progetto di pace ma anche un terreno di competizione economica, e non neutrale. Nel lungo periodo, dopo l’ingresso nell’UE e soprattutto dopo l’adozione dell’euro, la competitività delle imprese italiane è diminuita rispetto ai principali partner europei. Chi oggi difende l’Unione in modo acritico dovrebbe ricordare che l’integrazione è stata anche un processo guidato dagli interessi dei Paesi più forti.

In un mondo che corre verso nuovi equilibri di potere, verso nuovi imperi e nuove civiltà, l’Italia non può restare appesa all’indeterminatezza di un’Europa senza télos. Se l’Unione continua a parlare il linguaggio delle procedure invece di quello dei popoli, finirà per diventare l’agnello sacrificale del mondo multipolare. Per questo il legame con gli Stati Uniti non è un atto di fede cieca, ma una lucida scelta di sopravvivenza strategica.

L’Italia deve stare in questo orizzonte più ampio occidentale, radicato nella forza delle proprie radici e della propria storia, non come ingranaggio di una governance senz’anima, ma come nazione che torna a dire «io» nel contesto internazionale, prima che altri lo dicano al suo posto.

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