21 Settembre 2025

Venticinquesima domenica del tempo ordinario

Am 8, 4-7
Sal 113
1 Tm 2, 1-8
Lc 16, 1-13

In quel tempo, Gesù disse ai farisei:
«C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe.
Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”.
Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”.
E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”»

Commento al Vangelo della Domenica di don Gianni Baget Bozzo

La morte interiore

Nel Vangelo di Luca il tema della ricchezza e della povertà torna costantemente ed è espresso in parabole, in piccole storie in parte paradossali, proprio per attirare, con la punta del paradosso, l’attenzione su un aspetto particolare. Nella parabola di Lazzaro e del ricco banchettante, Gesù parla della vita dopo la morte, senza fare accenno al giudizio finale della storia, al giudizio universale.

Egli tratta il tema che, nella tradizione cattolica, è stato definito «giudizio particolare». Dopo la morte, l’anima è giudicata da Dio ed è premiata o punita immediatamente. il Nuovo Testamento è sobrio circa la vita dopo la morte, essa non è descrivibile con il linguaggio di questo mondo. Tuttavia, diversamente dall’Antico Testamento, il Nuovo Testamento parla della dimensione spirituale dell’uomo e della vita dell’anima dopo la morte, oltre il tema della risurrezione finale. Questa parabola è uno dei non molti testi neotestamentari che ci parlano della vita post-mortale dell’anima.

Gesù parla di un ricco che banchetta e di un povero che sta vicino alla sua porta. Non sono contrapposti, semplicemente non vi sono rapporti tra di loro. Gesù non dice che il ricco non aiutava il povero. Dice che il povero desiderava saziarsi «di quanto cadeva dalla mensa del ricco». Ma nulla è detto circa la condotta del ricco. Ricchezza e povertà sono guardate qui non come problemi morali, ma come dati di fatto. Nel mondo di Dio c’è il ricco e c’è il povero. La parabola continua dicendo che il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo. La povertà aveva fatto di lui un vero israelita, erede della benedizione data da Dio ad Abramo. Il ricco invece finisce agli inferi nei tormenti.

Gli inferi della parabola non sono l’inferno della tradizione cattolica, potrebbero essere invece il
«fuoco purgatorio» tramandato da essa. Essi sono in contatto diretto con il mondo dei giusti, con il paradiso.

Il ricco vede Lazzaro nel seno di Abramo e gli chiede che Lazzaro venga inviato perché «immerga la punta del dito nell’acqua e dia refrigerio alla mia lingua». Ma Abramo risponde, non è possibile, siamo separati da un grande abisso. «Ma tu hai ricevuto i beni nella tua vita e Lazzaro i mali: ora egli è consolato e tu sei tormentato».

La ricchezza è, per Gesù, un tentatore, Mammona, cioè Satana. Il ricco ha vissuto come se ci fosse solo la ricchezza. Nella parabola egli, che pure ha voce, non ha nome. È il «ricco epulone», il ricco banchettante. La ricchezza è stata la sua vita, egli non ha avuto attenzione per Dio né per il prossimo. Lazzaro giaceva davanti alla sua porta, desiderava saziarsi di ciò che cadeva dalla sua mensa ed egli non lo sapeva. Il suo peccato è più interiore e radicale dell’ingiustizia, è l’indifferenza.

Il ricco banchettante è murato in sé stesso, nel godimento delle cose, diviene cosa con esse. È la morte interiore che Gesù imputa al ricco banchettante, non la ingiustizia esteriore. Non è rimproverato perché ha fatto ingiustizia a Lazzaro, ma perché non lo ha visto. Non considerando Dio come fine della vita, non considera l’altro come vicino, come prossimo.

Egli chiede che Abramo invii Lazzaro ai suoi cinque fratelli «perché dia loro testimonianza e non vengano in questo luogo di tormenti». «No, risponde Abramo, hanno Mosè e i profeti». Dio si è rivelato loro. Ma, dice il banchettante «se qualcuno dei morti va a loro, faranno penitenza». E la risposta di Abramo, che parla di risurrezione, e non più di vita dell’anima dopo la morte, è forse un accenno alla sorte stessa di Gesù: «neppure se uno risorge dai morti crederanno». La ricchezza è una terribile tentazione, toglie il senso di Dio e dell’uomo, se non esiste a custodia di essa e del desiderio di essa una interiorità profonda, una conversione radicale del cuore.

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