Seconda domenica dopo Pentecoste: ss. Corpo e Sangue di Cristo

Gen 14, 18-20
Sal 110
1 Cor 11, 23-26
Lc 9, 11b-17

In quel tempo, Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure.
Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta».
Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C’erano infatti circa cinquemila uomini.
Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa». Fecero così e li fecero sedere tutti quanti.
Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla.
Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste.

Commento al Vangelo della Domenica di don Gianni Baget Bozzo

La preghiera silenziosa innanzi al tabernacolo è la cura del popolo cristiano

In questa domenica la liturgia cattolica celebra la festa del Corpo e del Sangue del Signore, cioè della eucaristia. Per la fede della Chiesa nel pane e nel vino eucaristici è presente il Signore nel suo corpo e nel suo sangue, cioè nella sua umanità offerta in sacrificio. Gesù è morto per mostrare la sofferenza che a Dio causa il male, l’offesa che gli uomini causano in lui, per condannare l’odio e la violenza dell’uomo sull’uomo, per indicare che il peccato dell’uomo produce un dolore mortale in Dio. Dio è morto per noi, recitiamo nel Credo. E perché è morto se non per bilanciare con il suo dolore e la sua morte il dolore e la morte che regnano sulla terra e far sì che essi divengano una via dell’umanità all’eternità?
Cristo è morto per i nostri peccati, dice l’apostolo: il male umano è sofferenza e morte per Dio. La croce del Figlio di Dio indica il coinvolgimento della Trinità increata nella vicenda storica, il suo patire e morire nel Figlio per il patire e morire dell’uomo. Per questo l’eucaristia è il memoriale vivente, fatto nuovamente presente, della croce di Gesù. Per questo la presenza del Signore corporea eppur invisibile, nel suo corpo glorioso che non conosce i limiti del tempo e dello spazio nel pane e nel vino eucaristici avviene esprimendo la divisione del corpo dal sangue. Per gli ebrei, il sangue era il principio della vita. Parlando nei segni del suo tempo, Gesù indicò la sua morte come separazione del corpo dal sangue.
L’eucaristia è dunque principalmente ricordo del mistero cristiano, del Figlio di Dio che scende nel nostro patire e morire e li trasforma nella sua gloria, nell’eternità che non ha tempo né spazio assegnati, ma tutti li comprende nel suo ineffabile presente.
L’eucaristia è la messa. Ma la pietà cristiana ha voluto onorare, in modo diverso dalla messa, il Corpo e il Sangue del Signore: ha voluto onorare la sua presenza. La festa di oggi nasce dalla pietà dei cristiani, che hanno voluto avere con sé il Signore non solo nel tempo della messa, ma come compagno della vita. Da ciò è nata l’adorazione eucaristica, che ha fatto del tabernacolo il centro della chiesa. Una chiesa cattolica si distingue da ogni altra chiesa cristiana per via del Tabernacolo, cioè del luogo della presenza di Gesù Cristo tra i cristiani per tutto il tempo. E del resto vi è un altro senso dell’eucaristia che questa festa mette in luce: la risurrezione. Il termine tabernacolo è giunto a noi dal latino dell’Apocalisse in cui la città celeste di Dio, il paradiso, è definito come «il tabernacolo di Dio con gli uomini: egli abiterà con loro». Il culto al Corpo e al Sangue del Signore è divenuta una prefigurazione del paradiso in cui non c’è tempio, ma la luce di Dio e dell’Agnello illumina la città di Dio. Questa festa è un’invenzione della Chiesa, sviluppa l’intelligenza della Scrittura, non si ferma alla sua lettera.
In anni recenti si è voluto separare l’eucaristia dal linguaggio del sacro e trasformarlo in banchetto di fraternità umana. Fu un momento di perdita del valore reale del simbolo, del profondo inesprimibile che esso contiene. In questo cambiamento abbiamo perso l’universalità della lingua liturgica, il latino, lo splendore del rito, il gregoriano. Abbiamo acquisito certo altro in cambio, le liturgie postconciliari hanno l’aspetto di una partecipazione maggiore dei fedeli. Anche la liturgia delle chitarre ha i suoi lati buoni. Ma questa partecipazione si è accompagnata ad un senso di partecipazione al divino o di fatto si risolve in una manifestazione di religione popolare.
La preghiera silenziosa innanzi al tabernacolo è il cuore di un popolo cristiano conscio del mistero. Il sacro proteggeva il mistero, permettendo di percepirlo. E tolto il sacro, non può la partecipazione eucaristica ridursi nella coscienza immediata dei molti comunicanti dei nostri giorni all’assunzione di un pane benedetto?

I volumi dei tre anni di commenti al Vangelo della domenica di don Gianni Baget Bozzo (“Buona Domenica. Commenti ai Vangeli domenicali”) sono acquistabili in libreria, sul sito delle Edizioni Dottrinari o sui siti delle maggiori catene di librerie.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *