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DOCUMENTAZIONE CENTRO STUDI GIANNI BAGET BOZZO

Commenti al Vangelo della Domenica

Febbraio 13, 2020 Patrizio Odetti No comments

Commenti alle domeniche di Settembre e Ottobre 2020

 

6 Settembre 2020

 

XXIII domenica del tempo ordinario

Chi prega per il Padre fa il gesto più alto

 

Ez 33,7-9
Sal 95
Rm 13,8-10
Mt 18,15-20

I testi evangelici di questa lettura domenicale non sono lo svolgimento di un filo logico. Sono stati connessi dall’evange­lista perché hanno un riferimento al medesimo tema: la comu­nità dei discepoli. Nessuno sostiene più la tesi di un Gesù pre­dicatore della fine del mondo, e quindi non disposto a dare re­gole per la vita nel tempo. Gesù vuole invece dare regole, ma sono le regole della presenza di Dio in mezzo ai discepoli.

Questo è il Regno per Gesù: un luogo in cui la fraternità umana avviene come partecipazione alla vita di Dio, una co­munità in cui Dio è di casa.

Forse il testo più esplicito dei tre frammenti di cui la lettu­ra si compone è l’ultimo: «dove sono due e tre uniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro». Questa presenza non è una presenza solamente umana. Sarebbe in tal caso affidata alla memoria, al ricordo. Sarebbe una metafora.

Gesù indica il suo modo divino di essere presente, la sua reale esistenza divina. Lo si vede con chiarezza dal testo che precede immediata­mente queste parole: «Se due o tre di voi si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio, che è nei cieli, la concederà». E questa sicurezza nell’esaudimento divino è do­vuta appunto al fatto che Gesù è realmente presente e real­mente prega con i cristiani.

Il cristiano si domanderà se è veramente così. Oggi se lo domanda con più insistenza. Vi è, per esempio, una richiesta di beni temporali, come la salute: le guarigioni divengono in molti gruppi cristiani una dimensione abituale, specie in Africa e in America latina, ma anche in Europa.

In questo vi è un fatto positivo: la scoperta della importanza della preghiera, anche di quella più semplice, che domanda non grazie spiri­tuali, ma cose temporali. La preghiera libera le braccia di Dio.

Quest’espressione può sembrare impropria, ma è di Charles Péguy, questo grande poeta mistico a cui dobbiamo qualcuna delle più belle espressioni cristiane del secolo. Péguy la mette in bocca a Dio Padre che non può soccorrere il Figlio crocifisso, non può seppellirlo nemmeno perché, dice, «ho le braccia incrociate da questa avventura».

L’avventura è la creazione del mondo. Quindi della libertà delle cose e degli uomini. La creazione è reale e la sua realtà è un limite per il Creatore. La preghiera apre nella creazione uno spazio al Creatore, lo libera dalla «avventura» del rispetto alla causalità della cosa e alla libertà della persona. Per questo si deve ten­tare di aprire la via al Dio che ci ama, ci vuole soccorrere, esaudire.

Pregare vuol dire limitare la potenza della creazione sul Creatore e aumentare la libertà del Creatore nella creazione, permettendogli di manifestarsi come Padre. «Padre nostro, dacci oggi il nostro pane quotidiano». Questa regola della pre­ghiera è la regola prima che Gesù dà alla comunità.

Occorre pregare: pregare per il mondo, per chi conoscia­mo, per chi non conosciamo, per chi soffre, per chi fa soffrire. Siamo un popolo sacerdotale, un popolo dell’intercessione, che conduce il Padre a rivelarsi come Padre.

Negli anni passati la preghiera è divenuta troppo collettiva, fredda e astratta. Ora impariamo di nuovo che ogni persona, che prega il Signo­re, fa il gesto più alto, e lo fa in quanto persona, perché il Si­gnore è in lui. E se unisce due o tre persone nell’invocazione, allora il Cristo appare più forte, il suo grido si unisce al grido delle persone, il gemito dello Spirito si fa più incessante.

La preghiera è l’atto dell’onnipotenza umana.

 

 

 

13 Settembre 2020

XXIV  domenica del tempo ordinario

E se l’amore di Dio non si può conciliare con l’eterno inferno?

 

Sir 27,33-28,9
Sal 103
Rm 14,7-9
Mt 18,21-35

 

Il perdono, quanto abbiamo sentito parlare di perdono. È nato persino il termine astratto e negativo di «perdonismo». Il testo del Vangelo che leggiamo in questa domenica è all’ori­gine del tema del perdono. Gesù dice a Pietro che deve perdo­nare «settanta volte sette» il suo avversario. E cioè sempre.

E questo un precetto morale, una indicazione per il com­portamento? Non precisamente. Vi è nel Vangelo un altro te­sto circa il comportamento in caso di offesa: e non è questo, non dà un comandamento assoluto.

Esso dice: se il tuo fratel­lo pecca contro di te, dillo ad altri fratelli, poi all’assemblea dei fedeli e poi rompi i rapporti di fraternità con lui. Su questo testo, la teologia ha fondato il diritto della gerarchia ecclesia­stica alla scomunica: un gesto poco perdonante, soprattutto se, come in casi di eresia e affini, comportava il rogo.

Questo brano non ha l’idea di dare una regola di comportamento, in­dividuale o collettiva. Vuol dire «qualcosa» su Dio: vuol dire che Dio perdona sempre. E la nostra perfezione consiste nel­l’imitarlo.

Tuttavia questo è un consiglio mistico, non è un precetto morale. La mistica riguarda il rapporto umano divino, sia con Dio che con gli altri uomini: la mistica è nella storia, ma è ol­tre la storia. La morale, no: è nella storia e vi rimane tutta. Essa deve governare la prassi dei singoli e delle comunità, tra­dursi dunque in responsabilità.

I termini etici e politici non possono prendere questo testo come riferimento.

In parabola, Gesù vuol dirci che Dio non condanna ma perdona. È un insegnamento su Dio. È difficile per il mondo, tutto il mondo religioso, per cui il divino è colui che colpisce: secondo capriccio o destino nel mondo pagano, secondo giu­stizia e legge nel mondo della Bibbia. Ma infine come un pote­re temibile.

Un Dio che perdona, un Dio della compassione non induce il rispetto: e del resto, se Dio perdona, chi punirà coloro che hanno fatto male agli altri uomini, uccidendoli, violandoli, umiliandoli, coloro che hanno fatto del dominio dell’uomo sull’uomo il gusto della loro vita? Può il Signore della giustizia andare oltre la sanzione, oltre la pena? Anche Gesù conosce il giudizio divino, il luogo «dove è pianto e stri­dore di denti».

Come conciliare l’inferno eterno con il Dio che è assoluta­mente perdono, per essenza misericordia? E d’altro lato: qua­le uomo vorrebbe per il suo tormentatore un tormento eter­no? Nessuno. L’eterno non è una misura umana.

Diciamo che questo testo ci pone innanzi a tutte le difficol­tà della fede, che sono molte. La fede ci dice che Dio è per es­senza amore: e l’amore per essenza comprende la giustizia, compresa quella penale. Ma nell’amore infinito ogni giustizia finita si comprende e si cancella. Possiamo dire a un tempo che Dio è sempre giusto e che perdona sempre.

La concilia­zione di queste parole è oltre la ragione. E il mistero di Dio: Gesù ha scelto una parabola per dirlo, cioè un paragone. Lo ha detto in forma velata. Gesù parla in parabole perché non è facile all’uomo comprendere il mistero divino.

Per questo an­che i predicatori si limitano abitualmente a dire solo un lato della verità. Però risolvere questo testo in una generica esor­tazione al perdono è dimenticare che Gesù è a un tempo fuoco e Regno.

Non si può risolvere il tema della giustizia e dell’in­ferno nel silenzio, anche se si può dire che la condanna non è mai la realtà essenziale di un Dio che è per essenza amore.

 

 

 

20 Settembre 2020

XXV domenica del tempo ordinario

L’eterno che è in noi va oltre la giustizia

 

Is 55,6-9
Sal 145
Fil 1,20-27a
Mt 20,1-16

 

Gesù vuol dare di Dio un altro concetto di quello di cui di­spone il lettore della Bibbia ebraica. Vuol dire che Dio è amo­re: e che l’amore è ingiusto, perché ama anche chi non lo me­rita. Per questo usa un paragone: un proprietario di una vigna cerca di buon mattino degli operai per lavorare nella sua vi­gna. Il prezzo convenuto è un denaro.

Il padrone va altre tre volte al mercato, prende ancora operai, non concorda il prez­zo. Alla fine dà a tutti la medesima somma: un denaro. Ma quelli che hanno lavorato tutto il giorno si indignano: noi ab­biamo sopportato il peso della fatica e del caldo, ma gli ultimi hanno lavorato solo un’ora. Che giustizia è questa?

Giustizia non è, dice il padrone: io sono stato giusto con voi, vi ho dato il pattuito, agli altri ho dato secondo la mia generosità.

Noi non potremmo approvare il padrone della vigna. E neanche Gesù ce lo dà per modello. La parabola è un rac­conto impossibile, che vuole mettere in luce una verità, non detta.

Gesù vuole includere tutti nel suo Regno, non solo gli ebrei, quelli che hanno ricevuto la promessa, in questo caso l’accordo per un denaro, ma anche i pagani, quelli che non hanno ottenuto promessa alcuna.

Nel nostro linguaggio, che riprende un altro testo del Vangelo e dello stesso Antico Testamento, possiamo dire: il Regno non è fatto solo per i giusti, ma anche per i peccatori. E fatto per coloro che credono in Dio e per coloro che non vi credono: è fatto per quelli che amano l’uomo e per quelli che non lo amano.

Dio è fatto così, e per questo il Dio che Gesù ha rivelato è un mistero per gli uomini: specialmente per tutti quelli che hanno ascoltato l’invito divino ad amare Dio e il prossimo e che vedono in questa parabola sconvolgente il Regno dato a coloro che non hanno fatto queste cose. È vero che tutti questi operai della vigna hanno lavorato, magari per una sola ora. Ma vi è un uomo che non abbia avuto un momento di fede, una oncia di amore?

Vi è qualcuno che possa essere definitiva­mente escluso dal regno di Dio? Noi penseremmo di sì.

I giornali ci hanno parlato di coloro che uccidono i bambi­ni brasiliani per cavare loro gli occhi. E la Bosnia ci ha offerto un tale campionario di violenza umana che vorremmo essere sicuri ci fosse una giustizia divina, magari oltre i confini della morte. E Dio farà in modo che così sia, perché la misericordia contiene in sé anche la giustizia. Ma Gesù ci dice che Dio è as­sai diverso da noi, che la nostra giustizia non lo misura: Dio ha una misura più alta della giustizia.

L’ora di Dio è il tempo eterno, quello che è oltre noi, che non possiamo misurare con la ragione, ma che è la sola misura del nostro desiderio e della nostra speranza.

L’eterno che è in noi è una misura anch’essa più alta della nostra ragione e della nostra giustizia: è espresso dall’idea di amore, che per ogni uomo è un’idea senza confini, come l’eternità è senza limiti di tempi. Nell’eterno l’ultima parola è l’amore: per questo, con­clude il Vangelo, gli ultimi saranno i primi. Dio dona a tutti sé stesso, la pura eternità, per puro amore.

Questa è la giustizia divina, che Gesù ci insegna con questo paradossale racconto.

 

 

27 Settembre 2020

 

XXVI  domenica del tempo ordinario

Ma com’è diverso questo Dio attratto dal bisogno e dal peccato!

 

Ez 18,25-28
Sal 25
Fil 2,1-11
Mt 21,28-32

 

Il Vangelo di oggi contiene une delle parole più contur­banti di Gesù, raramente citate dai cristiani stessi, per il loro tono duro e popolaresco. Gesù dice ai capi di Israele «ai prin­cipi dei sacerdoti e agli anziani del popolo», cioè a tutta la diri­genza religiosa e morale del suo popolo: «I pubblicani e le puttane vi precederanno nel regno di Dio».

Nel nostro linguaggio, il nome dei «pubblicani», i percet­tori esosi di tasse su Israele imposte dall’occupante romano, non suona chiaro. Potremmo tradurre questa parola «pubbli­cani», indicando i collaborazionisti in regime di occupazione, i traditori, gli uomini di malaffare peggiori.

Il termine è ancora più violento di quello di puttana: i pubblicani erano odiati dal popolo perché agenti delle tasse imposte da un potere sentito come la negazione della santità del popolo di Dio e perché so­spettati di abusi a proprio vantaggio in tale esercizio.

Ebbene, Gesù dice che questa gente è più vicina a Dio che i prìncipi dei sacerdoti e gli anziani del popolo. E lo sono perché pubblicani e meretrici hanno accettato di confessarsi come peccatori nel pentimento innanzi a Dio, accettando l’invito di Giovanni Battista. Si sono sentiti bisognosi di Dio e hanno cercato un rapporto diretto con lui.

Gesù guarda al cuore dell’uomo, non alla sua condizione sociale o culturale, nemmeno a quella religiosa. Secondo la legge di Israele, fondata sulla Bibbia, gli uomini coperti dal sacro erano portatori del divino. Gesù dice che è vicino al regno di Dio il peccatore che porta il bisogno, noto o ignoto, di Dio nel suo cuore.

Colui che sente in sé il proprio nulla ha nello sguardo la potenza di vedere il divino, di percepirne la presenza. La quantità delle opere di religione non avvicina a Dio se esse sono soltanto opere. Invece il sentirsi nudi innanzi a Dio, privi di meriti propri, bisognosi solo del suo amore, attira il divino come la forza di gravità attira il peso.

Come è diverso il Padre che Gesù rivela dal Dio detto da tutte le religioni! Un Dio attratto dal bisogno e non dalla pie­nezza, dal peccato e non dalla virtù: un Dio che trascende ogni limite del sacro e dell’etico, un Dio che è per essenza solo amore e non resiste all’umile invocazione, alla domanda d’amore. Per questo Gesù vede Dio presente ovunque il dolore umano pone la sua traccia. E l’invito a fare opere buone nel Vangelo è quello di visitare Dio affamato, assetato, dolente, carcerato, ammalato, morente, perché presente nel­l’uomo che è in tali condizioni.

Gesù ci ha insegnato chi è Dio: duemila anni di cristianità non ci hanno ancora fatto apprendere tutto ciò che Gesù ci ha detto del Padre.

La storia dei cristiani è l’apprendimento co­stante di questo volto divino così diverso da quello del divino di tutte le altre religioni: o almeno in esse cifrato e nascosto e nella parola di Gesù rivelato.

 

 

4 Ottobre 2020

XXVII domenica del tempo ordinario

Credenti, la fede è una sfida: l’Europa non può perderla

 

Is 5,1-7 
Sal 80 
Fil 4,6-9
Mt 21,33-43

 

Gesù racconta una parabola. Cioè insegna mediante l’allu­sione. Vuole dire ai giudei una parola grave: «Vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che lo faccia fruttifica­re». E una affermazione terribile e Gesù la nasconde dietro a un piccolo racconto.

Un padrone pianta una vigna e l’affitta: manda i servi a chiedere l’affitto, gli affittuari uccidono i servi. Invia il figlio: uccidono anche questo. Che farà il padrone della vigna? do­manda Gesù ai suoi ascoltatori. Essi gli rispondono: «Farà morire miseramente quei malvagi e darà la vigna ad altri vi­gnaioli che gli consegneranno i frutti a suo tempo». Bene, dice Gesù, è quello che Dio farà con i giudei. E a chi darà il Re­gno?

Gesù cita la Bibbia, leggendola in modo inconsueto per i suoi ascoltatori: «La pietra che i costruttori hanno scartata è diventata testata d’angolo: dal Signore è stato fatto questo».

Il senso è chiaro: Gesù stesso è «la pietra scartata» dal po­polo ebreo ed è la pietra che Dio costituisce testata d’angolo del suo Regno.

Quando i cristiani leggono i testi che nel Van­gelo riguardano i giudei, non debbono pensare agli ebrei ma a sé stessi, nuovo popolo di Dio.

Questa antica cristianità euro­pea potrebbe sentire rivolta a sé stessa queste parole. E, in particolare, le Chiese europee.

Come gli ebrei del tempo di Gesù, i cristiani di oggi sem­brano avere smarrito la verità della fede: la realtà di Dio, l’im­mortalità dell’anima, la vita eterna. Lentamente il loro oriz­zonte diviene limitato solo a ciò che si muove nel tempo. Alle opere politiche e sociali. Ma la fede non è un’opera sociale, è l’orientamento del cuore verso l’Eterno.

Dalla fede nascono le opere dei credenti, che sono tali solo se il regno di Dio è il loro orizzonte.

Si possono fare tante opere buone senza la fede. Per molti, non credenti, l’opera è l’unico modo di mostrare la fede nei valori che non vedono: ci sono molti modi per scorgere l’invi­sibile. Ma quello proprio degli ebrei cui Gesù si rivolgeva allo­ra, quello dei cristiani cui il suo Vangelo si indirizza oggi, è di riconoscere il Dio eterno che li ha resi partecipi della sua vita divina.

Attraverso la «fede che opera attraverso l’amore» so­no chiamati ad agire in quanto credenti. Sta in essi la potenza di intercessione della preghiera: sta ad essi diventare il segno vivente della compassione divina, del Dio che vive assieme agli uomini il peso dell’esistere, la sofferenza del morire.

Innanzi alla cristianità è sempre esistita la drammatica sfi­da dell’islam. Essa è stata una sfida della spada e della coerci­zione, oggi può essere quella della conversione. Quanti euro­pei, credenti in Cristo o non credenti, si danno all’islam!

Se i cristiani perdono il senso del Cristo, Figlio di Dio, il valore cristiano del primato della persona, di cui si nutre la cultura europea, sarà colpito nella sua stessa radice.

Le parole di Gesù ci dicono che Dio può abbandonare chi lo abbandona.

 

 

 

11 Ottobre 2020

XXVIII  domenica del tempo ordinario

Chiesa cattolica debolezza di Dio

 

Is 25,6-ba
Sal 23
Fil 4,12-14.19-20
Mt 22,1-14

 

Le parabole di Gesù appartengono al genere degli enigmi. Sono storie impossibili, mediante cui egli vuole insegnare agli ebrei una verità amara: essi, gli uomini religiosi, saranno cacciati dal regno di Dio, perché non ne hanno accettato la Parola. Invece, i non religiosi, i pagani, saranno chiamati a entrare nel Regno.

La parabola racconta: il regno dei cieli è simile a un re che fa un banchetto di nozze per suo figlio. Ma i servi inviati vengono respinti e, in alcuni casi, insultati e uccisi. Il re si indigna, manda i soldati e mette in fiamme la loro città. Poi invia i servi in giro per le strade della sua città e invita al banchetto quelli che i servi incontrano lungo la strada.

Buoni e cattivi, dice Gesù: nessun riguardo, non solo a qualità sociali, ma nemmeno a qualità morali.

Se pensiamo al contesto storico in cui la parabola fu pronunciata, vediamo in essa la profezia della distruzione di Gerusalemme e della fondazione della Chiesa, composta di popolo comune, senza qualità né morali né sociali.

La parabola si è compiuta nella storia: Gerusalemme è stata distrutta e la Chiesa è sorta, fatta di uomini mediocri, come testimonia san Paolo tante volte nelle sue lettere.

Dio ha scelto ciò che non è secondo questo mondo per confondere la volontà di potenza del mondo, ha scelto ciò che è stolto secondo questo mondo per confondere chi si crede sapiente. Sia i cattolici che i non cattolici dimenticano queste parole del Nuovo Testamento quando parlano della Chiesa. Con intenzione diversa, ne manifestano un concetto troppo alto.

La Chiesa cattolica non è la forza di Dio, è la debolezza di Dio: non è la sua sapienza, ma la sua insipienza.

A guardare quest’insieme di volontariati di vario tipo, di congregazioni religiose tanto orgogliose della loro diversità quanto copia l’uno dell’altra, queste parrocchie divenute un termine medio tra gli operatori turistici e quelli sociali, ci viene difficile credere che la Chiesa cattolica sia il segno e l’inizio del regno di Dio sulla terra.

Ma infine Gesù non ha voluto che i cristiani fossero i vertici del genere umano. Li ha chiamati «sale della terra» e «luce del mondo», ma secondo lo Spirito, non secondo la ragione o la storia. Né i più sapienti, né i più potenti, né i più buoni.

Dio non vuole vincere con la potenza, né con la sapienza, né con la virtù. Dio è così, ci insegna Gesù.

Ma la parabola non è finita. Il re gira tra i convitati e vede uno di essi che non ha abito nuziale. Ma come avrebbe potuto averlo, se è stato raccolto lungo la strada? Il re lo fa cacciare fuori dalla sala del convito, nelle «tenebre esteriori».

La parabola è un enigma e richiede una interpretazione. Agli invitati raccolti ai bordi delle strade è domandato di accettare l’invito con il cuore. «Con il cuore si crede alla giustizia», insegna san Paolo: cioè con lo spirito, la dimensione profonda dell’uomo, il suo «io». Sono coloro che, chiamati, scelgono di amare Dio.

Quelli, che scelgono di amare Dio, tra i cristiani, sono pochi. Termina infatti così la parabola: «molti sono i chiamati, pochi gli eletti». Molti i cristiani secondo la professione di fede e le opere: pochi, secondo il cuore.

In essi il cuore di Dio può riposare e perciò Gesù li chiama «eletti».

 

 

18 Ottobre 2020

 

XXIX domenica del tempo ordinario

Distinguere ciò che è di Cesare da ciò che è di Dio

 

Is 45,1.4-6
Sal 96
lTs 1,1-5b
Mt 22,15-21

 

Poche frasi del Vangelo sono tanto note quanto quella che chiude il testo letto in questa domenica: «Restituite a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio». Quale è il criterio per distinguere ciò che dobbiamo a Cesare da ciò che siamo chiamati a restituire a Dio?

Nessun problema ha tormentato maggiormente le coscienze cristiane nei secoli. La scelta è facile davanti al tiranno. Quante volte, e con quanta forza, i cristiani hanno scelto il martirio! E con quale amore segreto i cristiani, costretti dai musulmani o dai giapponesi, hanno calpestato tre volte il crocifisso, come veniva imposto loro! L’amore in questi casi ha compensato l’infedeltà.

E però più facile essere cristiani di fronte a un Cesare nemico che non di fronte a un Cesare amico.

Sarebbe il cristianesimo divenuto la fede di tanti popoli se il primo imperatore a convertirsi non fosse stato Costantino ma Nerone, se il Cesare folle non li avesse uccisi a migliaia sul colle Vaticano? Credo che la verità del cattolicesimo sia posta dal fatto che la Chiesa cattolica è di gran lunga la Chiesa che ha avuto il maggior numero di martiri.

Le Chiese d’oriente e le Chiese protestanti sono state Chiese di stato. Per esse Dio e Cesare sono stati sempre dalla medesima parte. La Chiesa cattolica regge male i tempi di prosperità.

La Chiesa italiana ha visto la fede diminuire nel suo seno, come mai prima era accaduto, in questi cinquant’anni di cattolicesimo politico.

La condizione storica propria del cristiano non è la pace con Cesare, ma il conflitto con esso: il testimone, il martire è la figura essenziale del cristiano, come appare nell’Apocalisse.

Saper vivere da cristiano i tempi di pace con Cesare è ancora più difficile che vivere i tempi di conflitto. Si richiedono modi diversi. I cristiani debbono amare tutti, anche Cesare. E questo è il senso dell’impegno cristiano in politica.

Il Cristo porta nel suo cuore la compassione per l’uomo e tale è la motivazione della presenza politica del cristiano. Non può essere solo la lotta per il potere.

Quando l’agire politico si riduce a questo, restituire a Dio ciò che è di Dio significa abbandonare la politica. Ha detto Gesù che a nulla vale conquistare il mondo e perdere la propria anima.

Il cristiano non è il rivoluzionario per cui la storia è un assoluto. Se il potere corrompe, (e il potere può corrompere), il Vangelo impone di buttarlo via.

Non si è uomini di potere per la vita, non si invecchia di potere e nel potere: questo segno non è il segno cristiano, anche se chi lo compie di cristiano ha il nome.

Gli eventi recenti della nostra storia indicano che vale per i cristiani, anche per quelli impegnati in politica, la parola del Vangelo sul sale insipido: «a nulla serve se non a essere buttato via e calpestato dagli uomini».

L’Apocalisse ci insegna, in forma diversa e più rutilante, quello che un proverbio dice in forma semplice: i mulini del Signore macinano lento ma macinano fine. Ed è quello che, sia pur dopo lungo tempo, si è compiuto sotto i nostri occhi in questi giorni difficili e rari.

 

 

25 Ottobre 2020

XXX domenica del tempo ordinario

Il Vangelo dice che l’unica regola è l’amore

 

Es 22,20-26
Sal 18
lTs 1,5c-10
Mt 22,34-40

 

Gesù parla con i farisei. I sadducei erano gli uomini del tempio e del culto, i farisei erano gli uomini della legge. Per essi la Torah ebraica, scritta nei primi cinque libri della Bibbia, fasciava tutta la vita. Ogni attimo, ogni spazio era coperto da un precetto del Signore.

I farisei erano uomini religiosi: la religione legava i loro atti e in essa vedevano il loro rapporto con Dio. E grazie ai farisei che Israele si è salvata, quando perse con Tito il tempio e con Adriano la terra di Palestina.

I precetti della religione conservarono l’esistenza storica del popolo ebreo.

Ma Gesù viola la legge: dichiara che il sabato è per l’uomo e non l’uomo per il sabato. Non rispetta il giorno sacro al Signore, il vincolo in cui il riposo dell’uomo imita il riposo di Dio nella creazione. Un gesto esteriore, il riposo, era il vincolo tra il tempo e l’eterno.

Gesù non era per i farisei un uomo religioso: egli violava e insegnava a violare la legge che è l’essenza di Israele. Che cosa è la legge per Gesù, gli chiedono i farisei?

Gesù risponde citando due espressioni della torah, date in contesti diversi. Afferma che due sono i precetti che contengono la legge: «Amerai Dio con tutto il cuore» e «Amerai il prossimo tuo come te stesso».

Per Gesù, il vincolo di Dio con l’uomo non è più la legge, è l’amore, non è più un gesto, ma un sentimento del cuore. Non appartiene più all’uomo sociale, che tutti possono vedere, ma all’uomo interiore che solo Dio vede.

Gesù ha citato la Bibbia ebraica, ma ha cambiato radicalmente il suo significato.

Nonostante ciò ancora oggi ci interroghiamo sulla legge. Sembra che l’uomo debba ancora riconoscersi per le sue opere esteriori: nel sesso, nei rapporti economici, sociali, politici. Sembra che la memoria del precetto sia la chiave della salvezza.

La Chiesa non parla che di morale, la cultura laica ha riscoperto l’etica pubblica. È curioso che si parli tanto di morale in tempi in cui non esiste consenso sulle regole di comportamento.

Il Vangelo ci dice che l’unica regola è l’amore. San Giovanni ha scritto che l’amore è Dio.

Sant’Agostino paragona l’amore alla forza di gravità, allora non conosciuta come legge, ma ben sperimentata nella realtà.

Dice Agostino: il mio amore è il mio peso, da lui sono portato ovunque sono portato. La gravità non si vede, si sente. Non sono le opere buone a testimoniare l’amore.

L’amore è il paradosso cristiano, è altro da ogni opera. Se dessi i miei beni ai poveri e il mio corpo alle fiamme e non avessi l’amore, ciò a nulla vale, dice Paolo.

I veri santi, quelli che amano Dio con tutto il cuore e il prossimo come se stessi, non sono una qualità sociale riconoscibile. Li conoscono solo Dio e coloro che si sentono amati.

Non ci salverà lo splendore della legge, ma l’umiltà dell’invisibile amore. Perché esso è Dio.

 

 

 

 

 

 

 

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