Commenti ai Vangeli delle festività

di Luglio e Agosto 2021

 

4 luglio 2021

Quattordicesima domenica del tempo ordinario

A Nazaret la prima sconfitta di Gesù: il rifiuto dei suoi concittadini

Ez 2, 2-5
Sal 122
2 Cor 12, 7-10
Mc 6, 1-6

Il Vangelo di oggi ci parla di una sconfitta di Gesù: il ri­fiuto subito da parte dei suoi concittadini di Nazaret. Gesù era vissuto anni a Nazaret, era una persona nota, lui e la sua fami­glia.

Che cosa faceva Gesù a Nazaret? Non era noto come rab­bino, come uno studioso della Torah, ma come il figlio del fab­bro. Ciò significa che probabilmente egli faceva la medesima professione. Da dove veniva a lui tale scienza e tale autorità? Lo studio era un’attività molto seria per il popolo ebraico: lo era anche per il popolo galileo. I galilei non erano veramente ebrei.

Cento anni prima, i re sacerdoti di Gerusalemme ave­vano conquistato quel territorio e ne avevano circonciso a forza gli abitanti. Non era dunque, per i neoconversi galilei, una garanzia vedere un loro concittadino insegnare con auto­rità e compiere prodigi.

Se avessero veramente pensato alla storia di Israele, i nazaretani avrebbero ricordato che i profeti di Israele non erano mai stati rabbini o studiosi della scrittura, almeno quelli di cui si conoscono i dati biografici.

Geremia era un fanciullo, Amos un pastore: su di essi era scesa immediata la potenza della Parola. La conoscenza della Bibbia non è nella Bibbia una condizione per diventare pro­feta. Al contrario, Dio sceglie, anche nel Vecchio Testamento, le cose «che non sono» per confondere «quelle che sono».

L’u­miltà dei natali di Gesù avrebbe dovuto testimoniare che egli era un profeta. È per questo che Gesù si adira: essi non hanno capito che Dio non guarda la potenza e la sapienza, Dio guarda il cuore. Dio sceglie per amore, non per giustizia.

La scienza, la buona scienza, e le opere, le buone opere, non sono titoli di preferenza innanzi a Dio. Ogni scelta del Signore è una meraviglia agli occhi del mondo. Un santo che non scon­certa non è un santo.

Colui che appare sotto i segni della scienza sacra, della religione, della giustizia, non ha in questo un titolo alla elezione divina per un compito universale o al­meno sociale. Solo chi è di scandalo innanzi agli uomini ha in questo il segno di essere scelto da Dio. E «uomini» vuol dire soprattutto «uomini religiosi» come erano i concittadini di Gesù.

Fuori di Nazaret, Gesù godeva del prestigio dello sco­nosciuto: ma uno dei nostri, di cui conosciamo madre e fratelli può essere un profeta? Israele aveva consegnato nella Scrit­tura tutta la parola di Dio: essa non poteva inventare cose nuove. Dio era per essi una memoria immobile, incorporata nella Scrittura. La Torah è la sapienza di Israele.

Anche nella Chiesa possiamo rischiare di dimenticare che il Signore com­pie sempre cose nuove e che la Chiesa cambia: Quando volle mostrare agli anglicani la verità della Chiesa cattolica, Henry Newman la descrisse come variante nei secoli, descrivibile sempre in forma diversa, ma continua attraverso le sue varia­zioni. Anche noi abbiamo visto, in questi tempi la Chiesa va­riare: la Chiesa di Pio XII non è la Chiesa di Paolo VI e quella di Giovanni Paolo Il non è la Chiesa di Paolo VI; e la Chiesa che verrà dopo Giovanni Paolo II sarà ancora diversa.

Il pri­mato di Pietro consente di mantenere l’unità attraverso le va­riazioni. Ci saranno sempre cristiani dell’ieri e del domani, che non si sentono in pace con la Chiesa del loro tempo.

Nascono gli scismi a destra («vecchi cattolici» dopo il Vati­cano primo, Ecône dopo il Vaticano secondo), o fratture a si­nistra, in forma di criptoeresie, eresie nascoste. Ma, dice Gesù, «il Padre sempre opera».

Il Padre crea la storia e sceglie in tutti i punti di essa, nella religione, nelle scienze, nella politica gli operatori di novità. Ci può essere chi accoglie il dono, chi lo respinge, chi ne abusa, ma il governo divino della storia unisce sempre le cose vecchie alle cose nuove e conduce il mondo na­turale e quello umano verso il giorno in cui il Padre sarà tutto in tutti. Il regno di Cristo è il filo d’oro che custodisce la me­moria di Dio nella storia umana. E il Regno «sussiste» nella Chiesa cattolica nel tempo che corre e che varia.

 

 

 

 

11 luglio 2021

Quindicesima domenica del tempo ordinario

Il miracolo? Può accadere nell’Africa «naturale» o sulle nostre strade

Am 7, 12-15
Sal 84
Ef 1, 3-14
Mc 6, 7-13

Il brano del Vangelo di Marco che si legge in questa dome­nica, indica la prima distinzione tra Gesù e i dodici. Con la sua autorità vengono inviati a compiere un segno miracoloso: cac­ciare i demoni e guarire dalle malattie. Non è chiesto a loro al­cun annuncio, nessuna parola: Gesù solo insegna. I discepoli vengono inviati non per dare un messaggio, ma per suscitare una domanda: perché, come avvengono tali cose?

Chi può comandare ai demoni? Chi può guarire le malat­tie, considerate allora opere dei demoni? Un altro segno è l’abbigliamento dei discepoli, che è curiosamente prescritto da Gesù: possono avere sandali e bastoni, ma non due tuniche, non bisaccia, non denaro. Essi non hanno denaro o viveri per­ché devono essere accolti da coloro che beneficiano.

Coloro che li rifiutano vengono trattati come gli ebrei trattavano i pa­gani quando, allontanandosi dalle terre pagane e rientrando nella terra sacra di Israele, scuotevano la polvere dai piedi.

Infine, l’approccio di Gesù è realista: se coloro che vengono liberati dai demoni o guariti dalle malattie non accolgono nelle loro case i loro benefattori, non hanno avvertito il mes­saggio, non sono stati provocati da esso, non chiedono il signi­ficato dei benefici ricevuti.

È passato l’angelo vicino a loro e non Io hanno sentito, lo spirito umano non si è interrogato, le loro mani hanno incassato ingordamente il beneficio.

Oggi si chiede spesso se le guarigioni siano un segno pe­renne del cristianesimo: vi sono gruppi e movimenti che chiedono, e talvolta ottengono, la grazia della guarigione come frutto di una preghiera comune. Il miracolo è un segno del cri­stianesimo? A questa domanda, il Vangelo e il Nuovo Testa­mento ci invitano a rispondere di sì.

Certo, i miracoli sono rari, la via divina li usa come segni, quindi come eccezioni, ma nella Chiesa di Dio i miracoli ci saranno sempre. La fede non è ac­cessibile con la sola ragione, essa nasce da un movimento dello spirito in noi, della parte della nostra anima in cui Dio è pre­sente come creatore e come salvatore.

Dio può convertire chi vuole solo con la potenza della attrazione interiore. Non lo fa sempre, perché non tutti, forse nemmeno molti, sono attirati sulla via della fede viva, che è un grande dono ma anche una responsabilità, una particolare assimilazione al Cristo nella sua sofferenza redentrice. Ma il Signore può, alle volte, dare ai sensi, questa parte così dominante nell’uomo, la gioia di ve­dere un miracolo.

Ciò avviene nei popoli che hanno un rapporto con la na­tura meno razionalizzato e tecnologizzato del nostro. Avviene in Africa, dove c’è l’idea che la malattia sia opera di uno spi­rito maligno, di uno stregone, di un vicino invidioso. È acca­duto che, proprio lì si verificasse in un vescovo (il vescovo Milingo) il segno della guarigione ottenuta attraverso la pre­ghiera.

Un cristiano, innanzi alla malattia, può chiedere sem­pre il miracolo, come può chiederlo in altre circostanze della vita. La fede cristiana ci annuncia che siamo parte non solo della Chiesa sulla terra, ma della Gerusalemme celeste, del mondo umano in Dio, il mondo che attende nell’eternità la ri­surrezione e che ci soccorre. Come santa Teresa di Lisieux, i santi desiderano passare il loro paradiso soccorrendoci.

La fede negli angeli è destinata a chiederci di sperare, di credere nel loro aiuto. Tecnologizzati, ricreati dai miracoli della tecno­logia, dimentichiamo il soccorso degli angeli e dei santi, non ci ricordiamo della eternità divina e umana che ci avvolge.

Questo Vangelo ci invita a ricordare che il Signore si cura di noi, che vive con noi il nostro quotidiano, che soffre i nostri dolori, è presente nei nostri drammi. Gli angeli circolano nelle nostre strade divenute, tante volte, a causa della velocità e del­l’ebrezza, vie di morte.

 

 

 

 

 

18 luglio 2021
Sedicesima domenica del tempo ordinario

Il pathos della tenerezza quando Gesù intuisce che è giunta la sua ora

Ger 23, 1-6
Sal 22
Ef 2, 13-18
Mc 6, 30-34

Forse questo testo di Vangelo di Marco, letto nella liturgia domenicale, è comprensibile solo all’interno del «dramma» del Vangelo. Il testo ci dice che Gesù è circondato dalla folla, al punto da decidere di allontanarsi, in barca con i discepoli, per raggiungere un’altra sponda del lago. Ma quando vi giunge, la folla è già là. Ed egli si intenerisce perché vede que­gli uomini e quelle donne come «pecore senza pastore».

Questa espressione è carica di significato religioso e poli­tico: vuol dire che i capi di Israele, i sacerdoti e gli scribi, gli uomini di culto e quelli della Legge, non si curano del popolo di Israele, il popolo di Dio non ha più la guida che ha diritto di avere come nazione eletta dal Signore. Gesù proclama con queste parole l’illegittimità dell’autorità di Israele.

Quello che segue nel Vangelo è il gesto supremo di sfida alle autorità di Israele: il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci. In sé, questo è un miracolo come gli altri. Ma altro è cacciare i demoni, guarire gli ammalati, altro fare il ge­sto di Mosè nel deserto, che diede al suo popolo, per inter­vento miracoloso di Dio, la manna e poi le quaglie.

Radunare il popolo in quanto popolo, per dargli miracolo­samente cibo è un gesto che pone in rilievo Gesù come princi­pio di una nuova condizione del popolo di Dio.

Il brano che leggiamo non ci dice, se separato dal suo con­testo, la drammaticità di cui è carico. È l’inizio della svolta nel ministero di Gesù. Tuttavia il testo evangelico letto, anche separato dal suo contesto, conserva un altissimo pathos: il pa­thos della tenerezza.

Gesù sente la stanchezza dei discepoli, oppressi dalla folla, e li conduce in un luogo tranquillo. Ma la folla è anche là ed egli si intenerisce sulla folla.

Egli decide allora che è giunta la sua ora, anche se sa il dramma che la conchiude. Esso non è solo divinamente intui­bile, è anche umanamente comprensibile. Chi affronta disar­mato tutti i poteri soccombe. È ciò che Satana gli ha fatto comprendere umanamente nelle parole della tentazione: tutti i regni della terra sono miei, gli dice il tentatore. Ma Gesù per tenerezza entra nella sua «ora».

Questo Vangelo ci ricorda un Vangelo più noto, quello delle nozze di Cana. In esso, è Maria che esprime la tenerezza per gli ospiti che non hanno più vino. E Gesù risponde: non è ancora venuta la mia ora. Ma poi, egualmente, compie il mira­colo: ha fatto venire l’ora che termina con la Passione per la tenerezza della Madre.

E così qui. Questo testo ci svela nella tenerezza di Gesù uomo la tenerezza del Verbo, la tenerezza divina. Dio non è un giudice, è un salvatore perché è un uomo che conosce il soffrire.

La tenerezza divina e quella umana, il dolore divino e quello umano si mescolano nel Sacro Cuore di Gesù Cristo.

 

 

 

 

 

25 luglio 2021

Diciassettesima domenica del tempo ordinario

Il buon cristiano deve tenersi lontano dalle tentazioni del potere

2 Re 4, 42-44
Sa 144
Ef 4, 1-6
Gv 6, 1-15

La liturgia abbandona il testo di Marco e assume quello di Giovanni: ciò è dovuto al fatto che Marco e Giovanni raccon­tano il miracolo sul lago di Genèsaret della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Nei due Vangeli il testo assume tuttavia un di­verso significato: in Giovanni introduce il discorso su Gesù pane di vita, che verrà sviluppato nelle domeniche successive.

Il punto caratteristico del Vangelo di Giovanni è che, dopo il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, i parteci­panti al miracolo vogliono impadronirsi di Gesù per farlo re.

Questo episodio è noto solo a Giovanni, perché nella tradi­zione sinottica non vi è cenno di questo punto terminale del ministero di Gesù in Galilea. Ma come si giustificherebbe tutta la successiva accusa a Pilato da parte dei capi giudei, se veramente un movimento di messianismo politico non si fosse concentrato attorno a Gesù?

Gesù rifiuta il messianismo politico, ma dopo di lui ci sono stati dei re cristiani. Non vi è tuttavia nessuna grande figura politica cristiana che non sia segnata dall’ambiguità o dalla sconfitta. San Luigi di Francia è un re canonizzato, ma fu tutt’al­tro che un re fortunato, le sue crociate finirono in sonore scon­fitte.

Gli imperatori cristiani romani furono a un tempo un bene e un male per la Chiesa, nessuno, nemmeno Teodosio, è divenuto santo. È vero che la Chiesa spesso non canonizza nemmeno la grandezza spirituale, grandissimi mistici sono fuori dell’onore degli altari, ma questa è un’altra ragione. San Tommaso d’Aquino scrive che la grandezza del re santo è maggiore di tutti gli altri santi, perché la santità politica è la più difficile.

Le vicende politiche italiane del cinquantennio ci dicono di questa difficoltà. Eppure non è possibile al cristiano essere in­differente alla città, non può accettare che il potere rimanga in mano alla cupidigia, alla violenza, all’ambizione. Non può ten­tare e forse non può riuscire.

Ma non è del resto anche l’inse­gnamento della tradizione greca, il destino tragico dell’eroe? La storia non è fatta dai vincitori. I vincitori totali fanno paura.

Il potere totalitario, il potere senza limiti, è il segno dell’Anticristo. Il culto dei re è ancora oggi, come nei giorni dell’Apocalisse di Giovanni, il vero avversario ideale e spiri­tuale del cristianesimo. Chi ha visto le esequie di Kim Il Sung e il pianto del popolo coreano ha visto la potenza del culto dei re; e non è così per i grandi tiranni di questo secolo, sul mo­dello di Hitler o di Stalin?

Il Cristo ha scelto di governare i cuori, non gli stati. Per sua parte ha scelto la gente comune, il popolo, i suoi pescatori, quelli che non contano nulla e ha dato loro di divenire figli di Dio, di conoscere non il sapore del potere temporale ma il gusto della vita eterna.

L’assenza del nome cristiano nella politica italiana è un’oc­casione per la libertà spirituale dei cristiani, nel comprendere che essi non sono contro il potere, perché ne riconoscono la le­gittimità, ma servono un uomo che, Figlio di Dio, è fuggito quando cercavano di farlo re perché aveva dato da mangiare alla folla.

Se avesse accettato, avrebbe obbedito all’«intelli­gentissimo spirito» (Dostoevskij) che, nel deserto gli aveva suggerito: «Se sei figlio di Dio, di’ a queste pietre che diven­tino pane». Il consiglio di Satana conduceva al potere; Gesù non ha disprezzato il potere, ma non ha seguito il consiglio. Dalle conseguenze del suo gesto, che pareva riecheggiare le parole del tentatore, egli si è sottratto con la fuga. Dando così un esempio ai cristiani.

 

 

 

 

 

 

1 Agosto 2021

Diciottesima domenica del tempo ordinario

Gesù è pane di vita eterna così la fede sfida la povertà del concetto

Es 16, 2-4.12-15
Sal 77
Ef 4, 17.20-24
Gv 6, 24-35

Leggiamo il Vangelo di Giovanni in uno dei suoi testi più significativi, il testo della autodefinizione di Gesù come «il pane di vita». Si tratta del linguaggio simbolico, perché solo il simbolo è capace di esprimere le realtà che il concetto non contiene. Ma «simbolo» non vuol dire irrealtà.

Il simbolo è una espressione francamente umana (a esem­pio «pane») usato per indicare una realtà divina: Dio è pane per l’uomo. Non nel senso che egli dà il nutrimento della terra, non nel senso di questo mondo, di questa creazione.

Dio è pane in quanto ci dà la sua stessa vita, la vita divina. Chi man­gia questo pane non muore perché mangia Dio.

Cosa vuol dire «mangiare Dio»? Vuol dire «diventarlo». Dio non è soltanto il Dio che sta oltre il mondo, né solo il Dio creatore: è il Dio che può comunicare agli uomini la sua stessa realtà di Dio oltre il mondo.

Questo discorso di Gesù è chiamato «eucaristico» perché certamente il riferimento alla eucaristia ne segue spontaneo. Tuttavia esso è la «spiegazione» della eucaristia. Dio dà agli uomini la vita che sta oltre i limiti del nostro tempo, la sua vita.

Non dobbiamo confondere questa parola, «la vita eterna», con la vita dopo la morte. Intanto, la «vita eterna» ci vien data subito: ci vien data, come dice il Signore in questo Vangelo, in questa vita mortale.

Ci vien data quando crediamo in Cristo: ci vien data spiritualmente con l’atto di fede, ci vien data sacra­mentalmente con il battesimo. La Chiesa insegna che l’anima è immortale per natura, in conseguenza della sua creazione.

La vita eterna non è dunque la vita dopo la morte. Essa è oltre la natura stessa dello spirito umano come immagine di Dio. La vita eterna è la vita stessa di Dio. Secondo una espres­sione antica, noi diventiamo per grazia ciò che Dio è per na­tura. E questo ci accade in questa vita. Ci possiamo doman­dare allora: perché non ce ne accorgiamo? La vita cristiana consiste nell’accorgerci di questa presenza: Dio vive la nostra vita, noi viviamo la sua.

Un cristiano deve imparare a vivere alla presenza di Dio, non come un giudice, ma come un salvatore. È un limite della predicazione ecclesiastica insistere soprattutto sul Dio giu­dice. Ma questo è il limite del Vecchio Testamento, superato dal Cristo, che ci ha insegnato che Dio è amore.

La Trinità divina è l’espressione dell’amore divino. Come possiamo temere il Giudice divino, quando il Figlio diviene nostro pane per darci ciò che egli è? Se la vita cristiana fosse insegnata e vissuta nella sua verità, il mondo sarebbe meno oscuro. Noi saremmo più felici: Dio è il nostro pane per essere la nostra gioia e per portare il nostro dolore.

Questo ci insegna il Vangelo di Giovanni nel capitolo se­sto, che continueremo a leggere in parte nelle prossime dome­niche. Il cristiano deve chiedersi, di fronte a questo testo, se egli conosce veramente il suo Dio.

 

 

 

 

 

8 Agosto 2021

Diciannovesima domenica del tempo ordinario

Il mondo dell’amore divino

1Re 19, 4-8
Sal 33
Ef  4,30-5,2
Gv 6, 41-51

«Io sono il pane di vita … questo è il pane che scende dal cielo, affinché se ne mangi e non si muoia». L’affermazione di Gesù ci può sorprendere. Più il discorso di Gesù va innanzi, più il riferimento all’eucaristia, non visibile all’inizio si fa ma­nifesto. E sorge in noi la domanda: da secoli la cristianità si nutre dell’eucaristia, da due millenni e i cristiani sono morti come gli ebrei che si erano nutriti di manna nel deserto.

Come è vera questa parola? Per comprenderla, bisogna ricordare che Gesù parla della vita divina, la vita che Dio ha in sé stesso, non in quanto creatore ma in quanto Dio che è oltre il mondo e la creazione. È questa vita che vien data, già nel tempo, a co­lui che crede in Gesù: «In verità, in verità vi dico, chi crede in me ha la vita eterna».

Sin da ora, abbiamo la vita divina, la vita per cui Dio è Dio. Mi domando quanti cristiani lo sappiano. I musulmani cono­scono la loro spiritualità più dei cristiani, forse perché l’Islam è una geniale, radicale semplificazione del cristianesimo.

Nell’I­slam Dio è adorato come creatore e rivelatore, ma non dà ai credenti la sua vita. L’immortalità cui essi aspirano non è espressa come vita divina, anche i mistici islamici hanno di fatto raggiunto il linguaggio cristiano. La vita di Dio noi pos­siamo sperimentarla già in questa vita, «la nostra vita è nasco­sta con Cristo in Dio», dice s. Paolo.

E grandi mistici cristiani hanno visto la nostra vera realtà come il divino progetto con cui Dio ha amato ciascuno di noi «prima che il mondo fosse».

La vita divina è immortale, ma essa è infinitamente di più che una mera sopravvivenza oltre la morte.

Tutte le religioni hanno pensato a una vita immortale senza gioia, dagli egizi e da Platone è venuta in occidente l’idea di una immortalità ra­diosa e felice. Nel Cristo sappiamo che già nel tempo diven­tiamo una sola cosa con Dio.

Quando passiamo il confine della morte, entriamo nel mondo dell’amore divino, che nella fede abbiamo conosciuto in questa vita. Per questo Gesù dice che chi crede in lui non muore. La vita divina è per essenza senza morte. Per questo è cristiano il ricordo dei cristiani morti, an­che il purgatorio è il luogo della vita divina e dell’amore di­vino.

Come vide santa Caterina da Genova, il fuoco del Purga­torio è l’amore di Dio, è Dio stesso, è la vita eterna. Non do­vremmo perciò temere la morte, perché anzi è compito dei cri­stiani ricordare che il mondo della pienezza divina comincia quando la nostra anima è innanzi alla gloria divina, che fascia non vista il mondo della creazione.

L’eucaristia che noi riceviamo è il pegno della risurrezione della carne, che conchiude la storia del mondo. Ma essa ci dona la vita eterna, che viviamo in questo tempo mortale.

È troppo difficile la fede cristiana? Ma in questo Vangelo ci si ricorda che è lo Spirito Santo il maestro che ci istruisce nel cuore.

 

 

 

 

 

15 agosto 2021

Assunzione della Vergine Maria

Nel Figlio l’umanità è assunta, nella Madre la divinità è diffusa

Ap 11, 19a; 12, 1-6a.10ab
Sal 44
1 Cor 15, 20-26
Lc 1, 39-56

Che cosa è un corpo glorioso? Questo dogma solleva nel nostro spirito un problema di fisica celeste: dove è, in cielo, il corpo di Maria? Quando la Bibbia parla del cielo, non intende il cielo astronomico: esso è il grande simbolo del divino, il principio metaforico del divino, la sua trascrizione nel linguag­gio umano, che è un linguaggio tolto dall’esperienza dei sensi. Indica uno spazio senza spazio, un tempo senza tempo: il tempo e lo spazio di Dio.

In esso gli eletti entrano come spi­rito, nella radice profonda del loro essere, che si manifesta come mente e coscienza. Entrano come anime. E contem­plano la gloria del Signore, vivono in Dio la vita dell’universo, il loro conoscere si estende senza misura o meglio nella misura illimitata a ciascuno propria. Gesù e la Vergine sono nel cielo, non solo come soggetti individuali, ma come portatori del tutto divino umano.

Sono la dimensione umana dello spazio senza spazio e del tempo senza tempo di Dio. Dio diviene così umano, interamente, Dio incarnato nel Verbo e nella Sposa del Verbo, nella Madre del Figlio. La coppia umana segna la presenza umana nella misura senza misura dell’eternità.

In questa solennità noi celebriamo la coppia umana: l’uomo non è solo uomo, è uomo-donna. Non bastava un uomo a segnare la dimensione umana dell’eterno, ci fu anche una donna. In subordine all’uomo, ma con pari dignità.

Nel Fi­glio l’umanità è assunta, nella Madre la divinità è diffusa.

Il mistero delle nozze tra Dio e l’umanità si compie in modo pie­namente visibile con l’assunzione di Maria. Con molta proprietà, un grande teologo del secolo scorso, M. J. Scheeben, ha parlato, a proposito della Vergine Madre, di maternità spon­sale di Maria.

Essa è annunciata nell’Antico Testamento come la Vergine d’Israele, la Sposa del Cantico dei cantici. E il ter­mine sponsale compare al termine dell’Apocalisse, quando la nuova città, Gerusalemme, scende sulla terra come una sposa preparata per il suo sposo.

Alla coppia originaria del Genesi, la fede cattolica contrappone ora il coronamento dei corpi glo­riosi di Cristo e Maria. La presenza delle anime nello spazio senza spazio e nel tempo senza tempo di Dio, nel cielo ha il fondamento nell’umanizzazione di questo spazio eterno se­gnato dai corpi e dai cuori di Gesù e di Maria.

 

 

 

 

 

22 Agosto 2021
Ventunesima domenica del tempo ordinario

La dura prova della fede che Gesù impone ai suoi discepoli

Gs 24, 1-2a.15-17.18b
Sal 33
Ef 5, 21-32
Gv 6, 60-69

Non leggiamo, nella calda estate, Vangeli facili. Il discorso eucaristico è il più difficile testo del Vangelo di Giovanni e, al tempo stesso, uno dei passaggi qualificanti del Nuovo Testa­mento. I discepoli mormorano contro Gesù.

Se si pensa che, solo il giorno prima, molti di essi pensavano di farlo re, si com­prende lo scandalo per una parola che propone la sua carne come cibo e il suo sangue come bevanda. Gesù non rende più facile il loro compito: non si spiega, non spiega. È la dura prova della fede.

Egli chiede loro di amarlo senza capirlo: non è, ovunque, in ogni tempo umano, questa la suprema prova d’amore? E lo è anche, e soprattutto, quando Dio si pone come oggetto di puro amore. Non è in gioco solo la dinamica dell’amore umano, che va oltre la ragione, ma la trascendenza divina, in cui la parola va oltre il concetto. Non si può racchiu­dere Dio nel discorso umano.

Non lo si può soprattutto quando egli manifesta la sua on­nipotenza ponendola da lato: divenendo uomo, pane, vino. In questa condizione, si può riconoscere l’amore divino soltanto salendo quanto lui è disceso, affidandosi non allo splendore della natura, ma alla voce umana, a una parola umana, ai segni che essa traccia nelle cose.

La fede indica questo andare oltre i sensi e oltre la ragione, come Dio è andato, per dir così, oltre lo status della divinità. Gesù chiede ai discepoli la fede nelle sue parole quando, proprio nella loro incomprensibilità, esse esprimono, in un’umiliazione senza limiti, l’assolutezza del­l’onnipotenza, che va oltre la sua stessa maestà.

Proprio mentre egli ha affermato che vuol dare la sua carne per cibo e il suo sangue per bevanda, egli aggiunge, nel brano di Vangelo che oggi leggiamo: «… è lo Spirito che dà vita, la carne non giova a nulla». Con ciò egli vuol escludere una lettura mate­riale delle sue parole: non è la sua carne mortale che egli vuol dare come cibo, ma quella resa divina, tramutata nella realtà di Dio, dalla potenza della risurrezione.

Non a caso egli ha sempre indicato sé stesso come il Figlio dell’uomo, cioè come l’uomo eterno, oltre il tempo e lo spazio, che la sua carne di­viene, nel momento in cui egli ritorna al Padre. È di quella carne e di quel sangue glorioso ed eterno, di quella carne glo­riosa ed eterna, che egli vuole cibare i suoi amati affinché di­vengano a lui fratelli non solo nella vita mortale, ma nella vita eterna, non solo nell’umanità ma nella divinità.

Lo Spirito Santo compie il passaggio: per virtù dello Spirito il Verbo è di­venuto carne, per virtù dello Spirito Santo la carne diventa Dio: «… le parole che vi ho detto sono Spirito e vita».

Non sono Vangeli facili, quelli che leggiamo quest’anno e torneranno tra due anni nel ciclo delle letture evangeliche della Messa. Oggi è comune dire che basta amare e tutto ci è donato perché l’amore è Dio. E questo è vero, l’amore è l’es­senza di Dio, «chi non ama rimane nella morte».

Nelle sue lettere Giovanni dirà queste cose nella forma piè semplice. Ma l’amore, che è esso stesso conoscenza, come af­ferma san Gregorio Magno, ci dispensa dalla conoscenza della fede, dalla gioia della pienezza misteriosa che Dio ci ha rive­lato in Gesù Cristo?

Si può amare senza non voler sapere nulla dell’amato? Si può credere senza donare a colui in cui si crede la pienezza dell’attenzione, la delicatezza delle atten­zioni? La morte è il problema dell’uomo, la sfida di cui cono­sceremo il senso solo quando ne avremo superato la soglia. Allora apparirà nato in noi il Figlio di Dio che abbiamo parto­rito nel nostro tempo mortale, il Dio che siamo divenuti nel tempo.

Possiamo essere cristiani se la morte è per noi solo paura o tristezza, come ci accade oggi? Con Pietro, ripetiamo al Signore che egli solo ha parole di vita eterna; ma possiamo poi vivere come se esse non fossero per noi «Spirito e vita»? Solo l’attenzione alle parole del Signore ci anticipa nel tempo il gusto dell’eternità.

 

 

 

 

 

29 Agosto 2021

Ventiduesima domenica del tempo ordinario

Ci si può dimenticare più del Dio amore che del Dio legge

Dt 4, 1-2.6-8
Sal 14
Gc 1, 17-18.21b-22.27
Mc 7, 1-8.14-15.21-23

La liturgia domenicale torna al più antico dei Vangeli, quello di Marco. Il brano che si legge oggi racconta di una questione che i farisei, oppositori ebrei di Gesù in nome della tradizione orale legale di Israele, sollevano, notando che i di­scepoli di Gesù mangiano senza prima lavarsi le mani.

Non è un interesse igienico a muoverli: l’abluzione che essi chie­dono è per la decontaminazione religiosa dagli oggetti impuri, per motivo sacro, con cui si era potuto venire a contatto.

Le impurità erano o relative a pratiche interdette dalla legge ebraica, o a realtà naturali, dalla mestruazione alla morte, che sembravano «umane, troppo umane» per essere contigue a un gesto religioso come era per Israele la mensa.

Non pos­siamo facilmente comprendere, venti secoli dopo Gesù, le preoccupazioni dei farisei, ma esse non erano banali come ci possono sembrare oggi.

Essi volevano tutelare l’apparte­nenza della carne del popolo ebreo al culto divino, rivestire di sacralità tutta la vita di Israele. Dio stesso aveva separato il suo popolo dagli altri popoli, dunque dalla comune condi­zione umana, per farne il popolo di Dio: occorreva per i fari­sei esprimere in ogni gesto quotidiano la sacralità di Israele, la sua appartenenza all’Altissimo.

Gesù violava non una mera consuetudine sociale, ma una tradizione religiosa che voleva esprimere un legame che andava oltre l’umano.

Gesù risponde dicendo che i farisei trascuravano i precetti della legge ebraica in favore degli altri uomini, per esempio il soccorso dovuto ai genitori, con raggiri legali, come ad esem­pio, offrire in voto a Dio quanto dovevano dare ai genitori e li accusa di trasgredire la legge per una loro tradizione. Rovescia la critica, ma indica ora anche la sua lettura della legge ebraica.

La Legge non è rivolta ai gesti degli uomini, ma al loro cuore. Nella Bibbia ebraica il cuore è la dimensione profonda dell’uomo, il suo spirito. Gli uomini conoscono l’apparenza, Dio conosce il cuore, dice la Bibbia.

Non possiamo tradurre «cuore» con proposito o intenzione, il nostro linguaggio razio­nalista non ha parola corrente per indicare la parte più alta dell’anima: è la dimensione dell’anima dinanzi a cui Dio siede, il volto dell’anima rivolto verso il divino che, seguendo san Paolo, la tradizione mistica ha chiamato «Spirito».

Qui l’uomo e la donna scelgono il bene o il male e Dio solo sa se l’uomo e la donna hanno veramente scelto l’amore, o hanno agito per timore o per vanità.

Da questa dimensione profonda nasce il male storico, la violenza dell’uomo sul corpo suo e dell’altro uomo; l’impurità sessuale come quella sociale: prostituzioni, furti, omicidi, adulteri, cupidigie, malvagità, inganno, impudici­zia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. «Il precetto della Legge è unico: imitare Dio, amare Dio con tutto se stessi e il prossimo con tutto l’amore di Dio». L’uomo è contaminato dalla non imitazione di Dio.

Gesù guarda oltre la legge ebraica e Israele, vede tutti gli uomini e tutte le donne, creati, secondo la Bibbia, a immagini di Dio, a immagine del puro amore. È dal punto dell’anima che è in contatto con il divino che nasce il male: esso diviene vio­lenza dell’uomo sull’uomo perché è violenza sul Dio che abita il «cuore» di ogni uomo.

Questo capitolo di Marco inizia, quindi, a indicare la novità cristiana rispetto a Israele e a delineare così il conflitto che si apre: un conflitto non banale, tra due diverse concezioni, da due diversi tempi del medesimo Dio. Per i farisei e gli scribi venuti da Gerusalemme (e Gerusalemme è il nome del conflitto nella storia di Gesù), la risposta di Gesù è la negazione del si­gnificato divino di Israele.

Per i cristiani, questo Vangelo dice che l’attenzione al «cuore», al Dio che abita in noi, lo stare in sua presenza nel quotidiano, è la lotta cristiana contro l’impurità, contro la di­menticanza di Dio. Ci si può dimenticare del Dio amore più facilmente che del Dio legge.

 

 

 

 

 

5 Settembre 2021
Ventitreesima domenica del tempo ordinario

Un miracolo per i pagani

Is 35, 4-7a  
Sal 145  
Gc 2, 1-5   
Mc 7, 31-37

«Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo: griderà di gioia la lingua del muto». Sono le parole del profeta Isaia, che leggiamo come prima lettura.

Vi era la speranza del profeta che un cambiamento della condizione umana avrebbe accompagnato il ritorno degli esuli giudei dall’esilio. Essi sa­rebbero tornati con un Dio alla loro testa, un Dio che avrebbe compiuto prodigi.

Siamo ancora all’interno della visione car­nale e terrestre in cui si esprime il linguaggio dell’Antico Te­stamento, che conduce alla verità dello Spirito Santo un po­polo carnale, che chiede il segno della potenza divina per di­stinguerci su Dio dal divino del mito.

Israele nei segni chiede la realtà di Dio. Ed è perché l’Antico Testamento è «peda­gogo» al Cristo, perché lo Spirito Santo guida con parole adatte al tempo il suo popolo di Israele che noi leggiamo l’An­tico Testamento, per essere cristiani, per comprendere Gesù Cristo. Solo in questa luce possiamo comprendere il Vangelo di oggi.

Esso è il semplice resoconto di un miracolo. Un miracolo compiuto fuori della terra di Israele, quindi, probabilmente, un miracolo compiuto per un pagano. Infatti, il Vangelo ci dice che Gesù «di ritorno dalla regione di Tiro, passò per Sidone», quindi in terra fenicia. Gli viene presentato un sordomuto.

Gesù compie un miracolo. Il Vangelo ci indica le condizioni singolari in cui è compiuto il messaggio. Egli lo porta in disparte lontano dalla folla. E lo guarisce emettendo un sospiro. E infine comanda alla folla di non dirlo a nessuno.

Egli compie un miracolo, avvolgendolo nel silenzio. Certamente, egli com­pie il vaticinio del libro di Isaia: ma lo compie in modo di­verso. Lo compie come atto di amore verso un uomo, non come segno di potenza rivolto a una folla.

La folla si appropria del miracolo. E infine Gesù lo consente. Il miracolo era chie­sto non come desiderio di possedere il potere divino, ma per essere rassicurati dalla sua presenza. Infine Gesù può chiedere una fede senza miracoli offrendoci un grande miracolo, quello del dono dello Spirito Santo.

Lo Spirito Santo diviene una presenza nella persona del cristiano, prega per lui, crede in lui. Lo Spirito Santo trasforma i cristiani in membri del corpo del Cristo, li investe della potenza della risurrezione. Per questo Gesù può non offrire ai cristiani il miracolo come segno conti­nuo della sua presenza.

Nella Chiesa i miracoli sono: il segno della presenza dello Spirito Santo nei cristiani e il segno della loro con­tinuità col Cristo. Per questo essi hanno un ruolo minore, lo stesso che Gesù attribuisce al suo miracolo nella regione di Tiro e Sidone.

Fatto per i pagani, ma per onorare la parola dei grandi profeti ebrei.

 

 

 

Un commento su “Commenti al Vangelo della Domenica”

  • La vostra iniziativa di pubblicare i commenti di Gianni ai vangeli della domenica è molto bella e mi auguro che sia programmata a tempo indeterminato.

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