Commenti ai Vangeli delle festività

di  Ottobre – Novembre 2022

Tempo Ordinario

 

2 Ottobre 2022

Ventisettesima domenica del tempo ordinario
Il gelso trapiantato in mare. La fede è mistero e potenza, una grande forza per osare

Ab 1, 2-3; 2, 2-4
Sal 95
2Tm 1, 6-8.13-14
Lc 17, 5-10

 

Il Vangelo di oggi comincia, con un elogio della fede: «se aveste fede quanto un granellino di senape, potreste dire a questo gelso: sii sradicato e trapiantato nel mare ed esso vi ascolterebbe».

Le parabole sono paradossali, indicano una realtà impossi­bile e strana per mettere l’accento su un fatto interiore e possi­bile. La fede è una forza. Lo sanno quelli che l’hanno e quelli che vorrebbero averla. La fede è un mistero, perché essa è un dono di Dio, offerto a tutti certo, ma ad alcuni con insistenza, quasi con forza. Ma senza ingiustizia, perché Dio, vede il cuore, il profondo essere della persona, che è oltre l’atto di fede, è il mistero dell’immagine di Dio nell’uomo.

L’atto di fede, ragionevole, libero, determinato, è un grande dono. Certo, la fede si scontra sempre con il dubbio. In ogni momento chi ha fede sente che può venir meno. Basta che lo Spirito Santo attenui la sua presenza, perché l’ombra del nulla investa coloro che hanno fede con più violenza an­cora di quelli che non l’hanno. Coloro che hanno raccontato la storia della loro fede, i mistici, hanno espresso più volte la de­solazione che li invade quando lo Spirito non fa sentire la sua presenza. Ma la fede rimane una grande forza, perché spezza in radice la solitudine e induce alla più ricca delle esperienze umane: la preghiera.

Gesù indica con la parabola del gelso sradicato e piantato nel mare la potenza della fede, che spinge uomini a osare quello che non oserebbero senza questa forza. Ma si può credere senza saperlo? Accade spesso. E si può credere di cre­dere senza credere veramente? Il Vangelo parla proprio di questo secondo caso: di coloro che credono di credere ma non compiono gesti che abbiano come vero ed esclusivo motivo l’atto di fede.

La fede è azione, dice Gesù. Essa modifica il mondo. Non importa che siano grandi opere, occorre che esse abbiano la fede come anima, come motivo. E allora si compie l’impossi­bile. La fede è potente perché agisce nello Spirito con il suo solo desiderio. In chi ha fede abita lo Spirito Santo e lo Spirito agisce nel mondo realizzando i desideri che ispira nel cuore di chi crede. La fede è obbedienza alle ispirazioni dello Spirito.

È nella luce dei versetti sulla fede che possiamo leggere l’al­tro brano di questo Vangelo, che riguarda le opere. Gesù am­monisce a fare quanto si deve fare, definendosi, però, servi inuti­li. Egli sottolinea che è lo Spirito stesso ad agire nei credenti, a ispirare le azioni così che esse, come afferma s. Tommaso d’A­quino, sono più dello Spirito Santo che nostre. Ed è per questo che Gesù invita a non attribuirsi le opere compiute nella fede sotto l’ispirazione dello Spirito: significa togliere a esse la qualità divina che l’obbedienza allo Spirito porta con sé.

Le due parti del Vangelo si commentano l’una con l’altra. Esse indicano a un tempo il dono dello Spirito, che l’uomo accoglie, e le azioni dello Spirito, che l’uomo compie. Nell’a­gire cristiano le sorgenti sono sempre due: lo Spirito Santo e la libertà umana. Chi prega sa che lo Spirito ispira le azioni, che la preghiera è luce sulla vita quotidiana.

Ciò che è impossibile all’uomo è possibile all’uomo unito a Dio. Il segreto della vita rivelata dal Vangelo sta tutto in que­sta unità. Chi ha fede può compiere nello Spirito opere di lui ben maggiori e, per questo, sapere di essere un servo inutile.

 

 

9 Ottobre 2022

Ventottesima domenica del tempo ordinario
Là dove la fede è presente nella sua mancanza

2Re 5,14-17
Sal 98 2
Tm 2,8-13
Lc 17,11-19

 

Il Vangelo di Luca ci racconta un momento drammatico della vita di Gesù. Dieci lebbrosi vengono guariti da lui. Ma soltanto «uno di essi tornò indietro lodando Dio a gran voce, e cadde con la faccia a terra ai suoi piedi rendendogli grazie».

L’uomo ritornato era un samaritano, cioè l’appartenente a uno scisma religioso interebraico e, quindi, disprezzato dagli ebrei. Solo lui, lontano dall’israelita Gesù, torna in un gesto di ringraziamento a colui che ha agito con la potenza del divino. Gesù esclama: «I nove dove stanno? Non si è trovato chi tor­nasse a dare gloria a Dio, se non questo straniero?».

La ragione del non ritorno dei giudei è comprensibile. Gesù aveva detto loro di andare a mostrarsi ai sacerdoti, per­ché questi potessero constatare la loro purificazione, secondo quanto stabilito nel libro del Levitico. E i sacerdoti erano ostili a Gesù. Se i miracolati fossero tornati da Gesù dando lode a Dio, avrebbero espresso la loro fede nella autorità divina di Gesù: e ciò li avrebbe messi in contrasto con i sacerdoti giudei.

Ma il samaritano torna appunto lodando Iddio, e cioè rico­noscendo in Gesù un uomo con autorità divina, che compiva il gesto di Dio. Il samaritano poteva fare ciò che la fedeltà giu­daica impediva ai giudei di compiere. Egli fa così un vero atto di fede in Gesù, che lo riconosce e ammette il samaritano nel suo mondo, nella comunità dei credenti in Gesù e nel suo an­nuncio del regno di Dio.

La fede salva. Questa è la parola del Vangelo che ancora risuona per noi. E ci torna alla mente anche una domanda di Gesù: troverà il Figlio dell’uomo, cioè il Cristo dell’ultimo giorno, ancora fede sulla terra? Certo siamo oggi impressio­nati dalla scarsa conoscenza della fede rivelata, della dottrina della fede, come dicono i teologi. La fede cristiana è infatti un grande pensiero, è il punto di unione del pensiero dell’infinità divina e di quello della finitezza umana vista come raccolta in una sola cosa.

Non è facile a spiegarsi. Ma credere nella Trinità vuol dire imparare a sperimentare la Trinità vivente in noi e, quindi, ad assaporare la vita eterna, nel velo e oltre il velo della temporali­tà.

Se vi è così scarsa conoscenza dei misteri cristiani, vi è con­seguentemente anche poca esperienza di essi e, in questo sen­so, poca fede. Ma l’uomo, per altro verso, non può vivere senza fede, perché è chiamato a superare sé stesso: la scintilla di eter­nità che è in lui aspira al fuoco pieno dell’eternità divina.

In questo senso una fede, forse più piccola di un granello di senape, si trova anche tra coloro che rifiutano Cristo e la sua Chiesa. E forse, dinanzi a un segno improvviso, potrebbero rendere gloria a Dio come il samaritano della parabola.

In un film, Terra e libertà, ci vengono presentati, in forma idealizzata, gli anarchici spagnoli in lotta durante la guer­ra civile spagnola del ‘36-‘39. In essi vi è l’odio per il simbolo cri­stiano e per questo non rifuggono dalle peggiori violenze. Ma in essi brilla la fede in un regno sulla terra, un regno dell’egua­glianza umana. La storia distrugge questo loro sogno violento, ma innanzi a Dio anche questo è stato un desiderio di fede.

Ho incontrato, anni dopo la guerra civile, anarchici dive­nuti cristiani, come il samaritano del Vangelo. L’uomo ha in sé un desiderio di Dio e questa radicale innocenza, che ha origine nell’amore creatore del Padre, non si estingue mai. È da lì che si accende il desiderio del divino, anche se la parola cristiana è rifiutata proprio in nome di un desiderio che va oltre l’umiltà del limite della storia.

La Chiesa conosce i limiti della storia e le costrizioni che essi esercitano sulle speranze degli uomini. Il cristiano, che ha gli occhi della fede, può trovare sempre nel mondo il volto se­greto e nascosto del Padre. Anche là dove la fede è presente solo nella sua mancanza.

 

 

16 Ottobre 2022

Ventinovesima domenica del tempo ordinario
Può cessare nella storia il tempo della preghiera?

Es 17,8-13
Sal 121
2Tm 3,14-4,2
Lc 18,1-8

 

La parabola che leggiamo nel Vangelo di Luca è un testo sulla preghiera. Racconta di un giudice che «viveva senza ti­more di Dio né rispetto per l’uomo». Una vedova chiedeva giustizia. Una vedova era una povera donna senza potere, quindi un giudice, che non aveva coscienza, poteva benissimo non ascoltarla. Renderle giustizia avrebbe forse significato per lui contrastare un potente, la donna non aveva dalla sua parte altro argomento che il suo buon diritto. Ma la donna era insi­stente e il giudice era stanco della sua insistenza. Alla fine de­cise di farle giustizia. E Gesù commenta: «Ascoltate quanto dice il giudice dell’iniquità. E Dio non farà giustizia ai suoi eletti, che gridano a lui notte e giorno?».

La parabola è «sul dovere di pregare sempre e di non ve­nire mai meno». Le parole del Vangelo sono una sfida alla no­stra fede.

Gli «eletti» sono coloro che hanno a cuore il regno di Dio e hanno il desiderio che sia fatta giustizia sulla terra. «Vi dico: farà giustizia ad essi subito». Ciò sembra contraddire quanto Gesù dice in altra parte del Vangelo, in cui egli annun­cia persecuzioni ai cristiani.

Difficile situazione quella dei cristiani. Gesù annuncia loro le persecuzioni e chiede loro la preghiera continua per la ve­nuta della giustizia divina sulla terra. Nella prospettiva di Gesù, la preghiera, l’atto maggiore della fede, della speranza e della carità, è la causa che attira la giustizia divina sulla terra. Le persecuzioni sono il giudice iniquo della parabola, l’insi­stenza della donna è la potenza della preghiera degli «eletti», di coloro che credono in Gesù come salvatore, quindi, di per sé, dei cristiani. È in questo senso che un testo del Nuovo Te­stamento, applica loro la definizione di «sacerdozio regale». Il termine indica a un tempo la preghiera e la potenza, quindi, la potenza della preghiera. Ma non è facile essere cristiani, lo ve­diamo nel nostro tempo.

Se la fede dei cristiani ha un potere su Dio, se essa deter­mina gli atti divini, come la preghiera della vedova determina il comportamento del giudice iniquo, essa non deve venir meno. Eppure essa è un atto libero, non necessario. Dipende da essi, non soltanto da Dio. Per questo il testo evangelico ter­mina con una domanda: se ritarda la venuta sulla terra della divina giustizia, si conserverà la fede?

In sé, la parabola non parla della venuta del Signore nel­l’ultimo giorno e, quindi, della instaurazione del regno di Dio sulla terra. Riguarda la condizione di transito, la presente, non quella finale. Eppure, con un salto improvviso, Gesù si fa una domanda paradossale: «il Figlio dell’uomo venendo troverà ancora fede sulla terra?». È possibile che cessino la fede, la speranza, la carità dei cristiani, che cessi la realtà storica e spi­rituale della Chiesa?

È una domanda inquietante, una di quelle frasi del Van­gelo che ci sconcertano. Esse indicano una possibilità per scongiurarla, infatti, lo scopo della parabola è quello di invi­tare alla perseveranza nella preghiera. Ma, Gesù, per sottoli­nearne il carattere libero, forma l’ipotesi più drammatica: che la preghiera cessi. È un richiamo alla vocazione e alla respon­sabilità dei credenti.

Dio conchiude, con la venuta del Cristo in gloria, la storia umana: ma è la fine della storia un atto di incontro del divino e dell’umano o l’umano può essere assente all’incontro con il Dio che viene?

In tempi estremi quali oggi viviamo, in cui l’uomo tra­sforma il corpo della terra, il suo corpo e il suo cuore, queste domande, che vanno alle radici dell’esistenza, hanno una eco propria, sono un segno delle responsabilità dell’uomo sulla creazione, su sé stesso, su Dio.

 

 

23 Ottobre 2022

Trentesima domenica del tempo ordinario
Dio è il Padre e ne ha la dolcezza, Il Padre è Dio e ne contiene il mistero

Sir 35,12-14.16-18
Sal 34
2Tm 4,6-8.16-18
Lc 18,9-14

 

Chi non conosce la parabola del fariseo e del pubblicano? È una parabola che va al cuore del Vangelo, cioè del rapporto con Dio che Gesù offre. Ci è facile parlare male dei farisei, ma è a essi, alla loro concezione di portare nella vita del popolo le regole rituali della Legge riguardanti i sacerdoti, che si deve la sopravvivenza di Israele dopo che i romani distrussero il Tempio di Gerusalemme.

Il concetto che usiamo spesso di «popolo di Dio» è un concetto che non può prescindere dalla memoria dei farisei.

Il fariseo che prega nel tempio, di cui parla la parabola, è un uomo religioso, preoccupato di osservare nella sua vita delle regole che non erano richieste dalla legge, ma che egli osserva in ossequio alle tradizioni farisaiche. «Io digiuno due volte la settimana e do le decime di quanto posseggo».

La legge non chiedeva tanto. Il fariseo dava a Dio più di quanto gli avesse chiesto. E non è nemmeno che il fariseo attribuisse a sé, e non a Dio, il suo essere un uomo virtuoso. Anzi, la sua preghiera è una preghiera di ringraziamento, così importante nella tradizione ebraica. Il fariseo ringrazia Dio di averlo fatto giusto. Un cristiano potrebbe ringraziare Dio di averlo fatto cristiano e sarebbe l’equivalente della preghiera del fariseo.

Il pubblicano è un peccatore, in un senso molto concreto, perché può alterare il dovuto sulle imposte. Tangentopoli è di tutti i tempi. I pubblicani, collettori di imposte, hanno la fama che i collettori di imposte hanno sempre avuto, cioè di guada­gnarci sopra. Il pubblicano che sale al Tempio in preghiera dice soltanto: «Dio, sii propizio a me peccatore». E Gesù dice che Dio rese giusto il pubblicano, che sapeva di non esserlo, e non il fariseo, che credeva di esserlo.

E l’argomento è semplicissimo: «chi si esalta sarà umiliato, ma chi si umilia sarà esaltato». Qui appare lo «scandalo» evan­gelico. L’uomo è giusto perché ha fiducia nell’amore divino, indipendentemente dalle opere che egli compie.

È facilissimo essere cristiani, Gesù ha aperto una via larga. Eppure egli stesso l’ha chiamata una «via stretta». Perché? L’uomo che offre a Dio le sue buone opere le usa come schermo protettivo innanzi a lui. L’uomo che offre a Dio la sua mancanza di opere ha soltanto fiducia nell’amore divino. Ha confidenza con Dio, ha intimità, non lo sente alieno e lon­tano.  Questa parabola è ancora più scandalosa nel nostro tempo, in cui sembra che sia proprio del cristiano fare opere buone superogatorie. E chi può negare che il mondo sia tenuto in­sieme dalla compassione e dalla solidarietà? Ma esse non sono lo specifico del cristianesimo, sono proprie dell’uomo in quanto tale.

Ciò che è specifico del cristianesimo è un certo rapporto con Dio, lo stesso che Gesù ebbe con il Padre: un impegno to­tale eppure libero.

Un rapporto, appunto, con il Padre, se­gnato dalla fiducia e dalla confidenza. Senza perdere il senti­mento della maestà divina. Ricordandosi che Dio è il Padre e ne ha la dolcezza, e che il Padre è Dio e ne contiene il mistero.

 

 

30 Ottobre 2022

Trentunesima domenica del tempo ordinario
Gesù ha separato il sangue e la terra dal loro rapporto con Dio

Sap 11,23-12,2
Sal 145
2Ts 1, 11-2,2
Lc 19,1-10

 

Il cristianesimo ha la sua difficoltà proprio perché è «umano, troppo umano». Gesù vede un uomo che, secondo la Legge ebraica, è un uomo ingiusto, ancora una volta un pub­blicano, un collettore delle tasse. Ingiusto per la sua personale ingiustizia, ingiusto perché le imposte che riscuoteva erano nell’interesse dei romani. Per gli ebrei, la dominazione dei ro­mani non era un semplice evento politico, era una sciagura spirituale e religiosa.

Dio aveva dato a Israele la terra, lo aveva reso libero. La servitù politica era un segno dell’abban­dono divino. Invano i sacrifici venivano offerti nel tempio di Gerusalemme, se non ottenevano che l’ira di Dio allontanasse i romani dalla terra sacra donata da Dio al suo popolo.

Possiamo capire qualcosa del dramma di allora, perché lo riviviamo oggi nei medesimi termini.

Gli ebrei ortodossi oggi percepiscono il ritiro di Israele dai territori occupati nel ‘67, perché questi sono «Giudea e Samaria», cioè proprio la terra donata da Dio al suo popolo. Per essi abbandonare i territori, in particolare Hebron, dove è sepolto Abramo, non è una sconfitta politica, è una tragedia spirituale. Anche se il sioni­smo fu opera di ebrei secolarizzati, il ritorno sulla terra di Israele ha riprodotto il senso della appartenenza sacrale della terra a Israele. D’altro lato, essi sanno che quella terra è, per i musulmani, terra d’Islam e mai i musulmani accetteranno re­ligiosamente e spiritualmente che quella terra sia sottratta alla Umma musulmana.

Abbiamo fatto questa digressione perché la parabola evan­gelica sarebbe risultata banale. Che cosa c’è di più ovvio per un cristiano (o per un postcristiano) che Gesù perdoni un pub­blicano, un peccatore?

Con quel gesto avveniva un salto spirituale nell’umanità, di cui l’Occidente, cristiano nei fondamenti spirituali, ma dimen­tico del cristianesimo nella cultura, ha perso la memoria. Gesù ha separato il sangue e la terra dal rapporto con Dio, ha abo­lito il concetto di terra santa e di terra sacra, ha abolito il sa­cro, terrestre e sociale, e lo ha sostituito con il mistico, cioè l’uomo interiore. Ha introdotto nell’umanità lo spirito come nesso libero tra Dio e l’uomo, ha unito Dio e l’uomo oltre le realtà temporali.

La sua scelta era una scelta debole, perché la terra e il sangue sono le maggiori potenze della storia. E, quando la cri­stianità è divenuta Occidente, la terra e il sangue sono tornati di nuovo sacri, nella forma della nazione imperiale e della na­zione rivoluzionaria.

Anche oggi la terra e il sangue continuano a chiedere vit­time, magari sotto i segni di un cristianesimo ridotto a sem­plice segno esteriore, come è accaduto nella post Jugoslavia, dove la fede cristiana è stata duramente combattuta nel popolo per quasi cinquanta anni.

Gesù ha tolto l’interdetto sacro sul pubblicano, non lo ha considerato come segnato dalla terra e dal sangue. E lo ha po­tuto fare perché apriva agli uomini la vita eterna, la possibilità di vincere la morte, di diventare una sola cosa con Dio. Ciò avrebbe consentito l’affermarsi dell’idea della universalità umana, intesa come concetto razionale. Ma l’idea che la storia fosse solo ragione è stata confutata dalla realtà.

Il culto della sola ragione ci ha condotto alle terribili stragi che segnano, dal 14 a oggi, la storia del novecento. Era an­nunciato come il secolo della ragione e della scienza e così è accaduto. Ma è stato il secolo della lunga guerra civile euro­pea, dalla Bosnia all’Albania. Ancora oggi l’orizzonte di Gesù, la vita di Dio comunicata all’uomo, è una parola dimen­ticata, anche dai cristiani. Ma il Vangelo consiste nell’annun­cio che il regno di Dio è sceso in terra, perché Dio «ha posto la sua tenda in mezzo agli uomini». Sta agli uomini di accorger­sene, di compiere la vocazione del Regno.

 

 

 

1° Novembre 2022

Tutti i santi
Gesù vuole raccogliere nel nuovo popolo di Dio tutti gli uomini

Ap 7,2-4.9-14
Sal 24
l Gv 3,1-3
Mt 5,1-12

 

La festa di oggi, che riguarda tutti i santi che sono in Paradi­so e i cui nomi sono sconosciuti ai cristiani, ci propone il Van­gelo delle «beatitudini». il primo dei grandi discorsi di Gesù che ci tramanda il Vangelo secondo Matteo. E qui si vede il di­stacco del Nuovo Testamento dall’Antico, la radicale novità che Gesù porta con sé.

L’Antico Testamento costruiva un po­polo di Dio, un popolo politico fondato sulla legge di Dio, un popolo che, come popolo e nelle sue persone, apparteneva al Signore. Il culto e l’osservanza della legge era ciò che il popolo doveva al Dio che l’aveva fatto suo popolo. Quando Gesù ini­zia a parlare ai suoi discepoli, è un altro linguaggio.

Dio non è nel culto né nella legge: egli è nei poveri di spirito, perché di es­si è il regno dei cieli. Degli afflitti perché saranno consolati. Dei miti perché erediteranno la terra. Di coloro che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati. Dei misericordiosi, perché troveranno misericordia. Dei puri di cuore, perché ve­dranno Dio. Dei perseguitati a causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Dei perseguitati a causa del Cristo, per­ché grande è la vostra ricompensa nei cieli.

Non si staglia innanzi a noi il popolo ebreo, ma semplice­mente l’umanità. I perseguitati a causa della giustizia sono ovunque, i puri di cuore, ovunque così via. Ma Gesù non pensa a un messaggio puramente individuale, egli vuole co­struire il nuovo popolo di Dio, e lo apre a tutta l’umanità. Vuole raccogliere nel nuovo popolo di Dio tutti gli uomini nella loro umanità.

Certo la Chiesa non è semplicemente questo, è divenuta una società, con un suo ordine. Possiamo dire che questo po­polo di Dio è la Chiesa di Cristo che sussiste nella Chiesa cat­tolica? Sembrerebbe di no, ma coesisterebbe un popolo di Dio senza una grande istituzione? Mai quelle parole del sermone sulla montagna sarebbero risuonate se non ci fosse stato un corpo sociale a sostenerle. Gesù non era un utopista, ma estre­mamente realista. È da notarsi che Gesù lascia la folla per il sermone sulla montagna e lo dice solo ai discepoli, cioè alla Chiesa. Vi è nel cristianesimo la tensione verso l’universalità e tuttavia Gesù fonda una società: Gesù non era l’idiota, uno che non conosceva il mondo, come scrisse Nietzsche. Lo cono­sceva benissimo. Egli sapeva che Israele, a cui egli sostituiva un popolo universale come suprema manifestazione del Dio d’Israele lo avrebbe ucciso. La differenza, oggi dimenticata, tra Antico e Nuovo Testamento è profonda tanto quanto la loro continuità.

 

 

 

6 Novembre 2022

Trentaduesima domenica del tempo ordinario
Dio ha creato il mondo rimanendovi presente nel segreto

2Mac 7,1-2.9-14
Sal 17
2Ts 2,16-3,5
Lc 20,27-38

 

Il Vangelo di oggi ci parla della risurrezione. La risurre­zione è nel cristianesimo il termine ultimo della creazione, il suo destino. Dio ha creato il mondo, rimanendovi presente nel segreto. Quando san Francesco scriveva il Cantico delle crea­ture, voleva esprimere questa presenza segreta di Dio nel mondo.

La presenza delle cose è, nel cantico di Francesco, «signifi­cazione» di Dio. La mistica cristiana non è solo mistica della trascendenza divina, della presenza di Dio nell’anima, ma an­che della presenza dì Dio nel creato. Ma non è tuttavia questa l’ultima parola del cristianesimo.

L’ultima parola è «risurre­zione» che significa l’apparizione di Dio nascosto nella crea­zione e con lui di tutte le anime che egli ha accolto in sé.

Quale è la condizione di questa umanità in cui Dio è tutto in tutti, e ciascuno appare come parte di Dio, secondo la bella espres­sione di s. Gregorio Nazianzeno?

Il problema si poneva già ai tempi di Gesù, la cultura e l’e­sperienza di Israele erano da tempo giunti a pensare a un mondo in cui il rapporto tra Dio, l’uomo e le cose fosse di­verso da quello presente. Era il gruppo dei farisei quello che più si era avvicinato a questo tema. E farisei sono gli interlocu­tori di Gesù, che gli fanno una domanda astratta di un caso difficile.

Sette fratelli sposano successivamente la stessa donna, per la legge del levirato, che obbligava un fratello a sposare la vedova del fratello, se questa non aveva avuto figli. «Questa donna, dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie?».

Il caso è astratto, impossibile a verificarsi. Ma è una do­manda a Gesù: la vita della risurrezione, la vita in cui Dio compare nell’umano e l’umano nel divino, è la continuazione della vita di questo mondo? È una domanda centrale.

Nell’Islam, il mondo della risurrezione è un mondo car­nale. La risposta di Gesù è diversa: «quelli che sono giudicati degni dell’altro mondo e della risurrezione dai morti, non prendono moglie né marito. E nemmeno possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, essendo figli della risurre­zione, sono figli di Dio».

La risposta di Gesù alla domanda dei farisei è che la risur­rezione è segnata dallo splendore della realtà divina. Gli uo­mini e le donne divengono una medesima realtà con l’imma­gine che Dio ha di loro, partecipano della natura divina.

La ri­surrezione avviene sulla terra, ma essa è avvolta dallo splen­dore divino. La creazione diviene una nuova creazione e Gesù rafforza la fede dei suoi interlocutori farisei nella risur­rezione: «Dio non è Dio dei morti, ma dei viventi». È una bella espressione della divinità e della immortalità dell’es­senza umana e del destino umano, mentre è una rivelazione dell’essenza divina e della sua relazione alla realtà terrena.

Il Vangelo tende non alla negazione ma al trascendimento del terreno, alla sua divinizzazione, alla sua trasvalutazione. Le parole della rivelazione giungono nuove, cercano un po­polo capace di ascoltarle.

I cristiani tra poco dovranno discutere sempre più di realtà spirituali con i musulmani, per cui la risurrezione è un luogo di gioie carnali per soli uomini. Il cristianesimo è radicalmente diverso. Ma gli islamici credono più alla risurrezione delle belle donne, delle urì, di quanto i cristiani credano a uno splen­dore della gloria in cui l’uomo e la donna risplendono nell’es­senza di Dio rimanendo umani.

 

 

 

13 Novembre 2022

Trentatreesima domenica del tempo ordinario 
Fedeli testimoni della parola del Cristo

Mal 3,19-20a
Sal 98
2Ts 3,7-12
Lc 21,5-19

 

Gesù guarda l’edificio del tempio di Gerusalemme, il tem­pio rinnovato da re Erode, la gloria di Israele. Ed egli annun­cia: «non resterà pietra su pietra che non venga distrutta».

Era una parola dura per chi lo ascoltava, perché il tempio era il luogo in cui abitava il Dio di Israele, la sua presenza in mezzo al popolo. Di lì si rifrangeva su ogni ebreo la dignità di membro del popolo di Dio, di lì sorgeva la certezza del pos­sesso della terra di Israele. Il tempio è, per ogni popolo, il suo centro, la sua identità. Ma per Israele era qualcosa di più. Per­ché il Dio di Israele era l’Uno e l’Unico, non un membro del pantheon degli dèi di tutti i popoli. Il Dio Uno, Unico, Uni­versale è il Dio di Israele, il tempio era il luogo dell’unico Dio su tutta la terra. La sua distruzione portava distruzione nell’a­nima di ogni ebreo.

I discepoli che ascoltavano Gesù sapevano che egli guar­dava oltre il tempio, che pensava che essi, il popolo di Gesù, fossero il nuovo popolo di Dio, perché discepoli del Messia, parte del suo Regno. Potevano, dunque, pensare che la prote­zione, che dalla presenza dell’Unico scendeva sul tempio, si sarebbe fermata su di loro, che la mano dell’empio, del pa­gano, che poteva su Israele, il popolo del Dio Unico, non po­teva nulla su di loro divenuti, in quanto discepoli del Messia, il regno di Dio, la nuova casa del Dio unico, presente nei loro corpi. I loro corpi sarebbero stati protetti dalla potenza dell’Unico.

Gesù confuta la loro presunzione di sicurezza, la convin­zione di essere divenuti, come popolo del Messia, un popolo inviolabile. Anzi, il loro segno sulla terra sarebbe stata la per­secuzione. Noi sappiamo che si sono verificate ambedue le profezie di Gesù. Il tempio di Israele è stato distrutto e oggi, sulla sua spianata, sorgono due splendide moschee islamiche, dedicate anche esse al Dio di Abramo e di Mosè, al Dio Uno ed Unico rivelato a Israele. E i cristiani sono perseguitati.

Ogni giorno sentiamo voci di questa persecuzione, che col­pisce l’appartenenza cristiana, sia per la professione di fede sia per la presenza della carità oggetto di persecuzione. E del re­sto, anche se non sono perseguitati i cristiani, lo è la loro fede, anche oggi, in mezzo a noi. È così difficile sentire parlare del­l’Uno e dell’Unico Dio, del Figlio, dello Spirito in terre cri­stiane! E la speranza cristiana è la più colpita.

Oggi sembra che la morte sia l’unico destino dell’uomo, perché non si parla più della immortale anima che egli è, né della vita divina che ha ricevuto. La persecuzione mediante il silenzio può essere più efficace che quella violenta. Ci sono anche colpe dei cristiani, certo. Ma la parola del Signore ci te­stimonia che non sono le colpe dei cristiani a essere causa di persecuzione della loro fede, ma l’odio contro la fede stessa: lo è la potenza del Male, il segno di Satana, che contrasta sulla terra il regno di Dio.

E per questo chiediamo, alla fine dell’anno ecclesiastico, la grazia di essere fedeli testimoni della parola del Cristo. È a questo che ci invita questo Vangelo, che ci annuncia come il regno di Dio sulla terra patisca violenza e che l’incontro tra Dio e l’uomo nella storia è difficile e doloroso.

 

 

 

20 Novembre 2022

Ultima domenica del tempo ordinario
Cristo, re dell’universo – Il ritorno di Dio nella cultura occidentale

2Sam 5,1-3
Sal 122
Col 1,12-20
Lc 23,35-43

 

L’anno ecclesiastico termina con la festa della regalità di Cristo. Essa venne istituita da papa Pio XI nel 1925 dopo che era sorto il comunismo e si preparava il nazismo. Significava la volontà di rispondere alla sfida totalitaria con la figura cen­trale ed essenziale della Chiesa: Gesù Cristo.

Quella solennità liturgica preparava i cattolici a reggere il più grande attacco congiunto alla fede aperto nella storia della cristianità: la volontà dello Stato totalitario di cancellare la fede cristiana dall’Europa. O presentandosi come l’invera­mento del cristianesimo, come faceva il comunismo, e quindi il suo totale superamento o cercando di strappare le radici cri­stiane della Germania per portarla nell’area della barbarie: la «bestia bionda» profetizzata da Nietzsche.

Oggi ci poniamo ancora la domanda di che cosa voglia dire oggi la regalità di Cristo. Essa in sostanza significa il ritorno di Dio nella cultura occidentale.

Il cristianesimo non è un uma­nesimo, anche se è nel cristianesimo che è stato espresso il pri­mato della persona umana su tutta la natura cosmica. Il cristia­nesimo è l’idea di una sinergia, di una cooperazione tra il Pa­dre e l’uomo per condurre la storia umana alla pienezza.

Il regno di Cristo nel tempo, quello che la solennità di Pio XI proclamò, è il regno di Dio nella storia.

L’Occidente ha bisogno di Dio. Proprio la concezione cri­stiana dell’uomo come superiore alla natura ha permesso la ci­viltà tecnologica entro cui siamo immersi e che realizza un su­peruomo, un cambiamento nello stato dell’uomo nel mondo.

L’uomo, che può conoscere e trasformare la realtà ultima della materia e dell’energia e può raggiungere con la sua ri­cerca nel cielo le tracce dell’origine del mondo, è altra cosa dall’uomo che abbiamo sinora conosciuto.

È un «più» rispetto a ciò che siamo stati, la nostra memoria è oggi in parte un li­mite a comprendere quanto siamo cambiati. Ed è il cristiane­simo che, stabilendo che l’uomo è maggiore della natura (un principio ignoto alle culture pagane) ha reso possibile questa grande avventura.

Ma la scienza e la tecnica, che la costruiscono, non hanno un fine o un progetto per il mondo. Non sanno se e come riu­sciremo a vincere le due grandi sfide del nostro tempo: quella ecologica e quella demografica.

Solo la certezza che questa grande avventura umana sia anche una avventura divina, un processo in cui Dio stesso è coinvolto, un frutto della sapienza increata che conduce l’evo­luzione della vita a una pienezza impensata, può dare a noi la certezza che non siamo degli apprendisti stregoni, che hanno scatenato energie che non sanno dominare.

Il regno di Cristo è l’idea di una sinergia di una coopera­zione divino-umana nella creazione di una terra costruita sul­l’immagine dell’uomo: una sintesi tra mente e natura che non era dato immaginare.

Questa solennità liturgica reca oggi un tale messaggio.

Il Vangelo che leggiamo, il Vangelo della crocifissione, ci dice che questo cammino è difficile e doloroso. Ma, infine, il Vangelo termina con la parola di speranza detta al buon la­drone: «Oggi sarai con me in paradiso».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un commento su “Commenti al Vangelo della Domenica”

  • La vostra iniziativa di pubblicare i commenti di Gianni ai vangeli della domenica è molto bella e mi auguro che sia programmata a tempo indeterminato.

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