DOCUMENTI

DOCUMENTAZIONE CENTRO STUDI GIANNI BAGET BOZZO

Commenti al Vangelo della Domenica

Febbraio 13, 2020 Patrizio Odetti 1 comment

Commenti ai Vangeli delle Festività

di Gennaio e Febbraio 2021

 

1° gennaio 2021
Maria ss. Madre di Dio

Maria Vergine: tempio dello Spirito di libertà

Nm 6, 22-27
Sal 66
Gal 4, 4-7
Lc 2, 16-21

Santa Madre di Dio è il titolo costitutivo, essenziale del mi­stero di Maria. In ella avviene la congiunzione tra Dio e l’uomo in una sola vita, la vita divino-umana.

Non vi è un perché alla elezione di Maria: solo il gesto unico dello Spirito Santo, che trascende ogni motivo, ha in sé le ragioni che l’uomo cerca per ogni evento che accade. Maria è il tempio dello Spirito Santo, la sua opera propria. Lunga­mente preparata.

Tutta la storia di Israele è in preparazione di questo unico evento. Per lei Abramo lasciò la sua terra, per lei Isacco fu offerto in sacrificio, per lei Giacobbe lottò con l’An­gelo, per lei Mosè ascoltò la voce dal roveto ardente la voce che diceva e nascondeva il Nome, espressione, in linguaggio umano dell’essere divino.

Per lei si era mossa la storia dei sa­cerdoti, dei re e dei profeti, per lei Isaia aveva contemplato il tre volte Santo, per lei Dio aveva toccato la bocca di Geremia, per lei Ezechiele aveva visto il carro della gloria, per lei Da­niele aveva contemplato il regno di Dio e la fine del mondo, per lei Osea aveva sposato una meretrice, per lei Amos era stato strappato al suo gregge.

Per lei erano caduti i primi mar­tiri ebrei sotto la spada del tiranno. In ciò operava lo Spirito, muovendo e adattandosi alla libertà umana, tutto disponendo e tutto accettando e tutto ricevendo come solo Dio può fare.

Lo Spirito Santo aveva rivelato all’autore del Cantico dei cantici le nozze umane simbolo delle nozze tra Dio e il suo po­polo; in Proverbi e Ben Sira aveva descritto la Sapienza, il mondo creaturale racchiuso nel mondo eterno di Dio.

E tutto ciò aveva condotto a una creatura, che portava in sé il riflesso di questa storia, la portava in una singolare purezza, perché Dio l’aveva prepurificata, associandola, sin dall’inizio, alla pu­rezza del compito che le aveva assegnato: divenire la Madre del Figlio di Dio e congiungere in un solo vincolo l’Eterno e la carne e il sangue dell’uomo.

Dentro di lei parlava la memoria di Israele di cui ella era l’ultimo, il supremo frutto. Nulla in lei era opera sua, tutto era opera dello Spirito Santo. Che le dava il dono più grande: la pienezza della libertà.

Ella, scelta da Dio prima dei secoli, preparata dallo Spirito come supremo frutto di Israele, fu chiamata a consentire all’opera di Dio in lei, ad accettare, liberamente, di essere la serva del Signore. Così in lei si realizzava, in forma di persona, ciò che la storia aveva realizzato come sequela di eventi, e di quali eventi.

Il suo consenso, che il Vangelo registra, indica che in quel mo­mento, nella pienezza di una libertà prepurificata, Maria Ver­gine, tempio dello Spirito Santo, dello Spirito di libertà, pro­nunciò il suo libero consenso a ciò che la storia aveva predi­sposto.

Il «termine fisso d’etterno consiglio» come la chiama Dante, scelse di dare termine all’eterno consiglio con un atto di assunzione libera di una responsabilità umana: essere la Madre di Dio. La divino-umanità iniziò.

 

 

 

3 Gennaio 2021
Seconda domenica dopo Natale

Dio si è fatto uomo perché l’uomo divenisse Dio

Sir 24, 1-4.8-12 
Sal 147  
Ef 1, 3-6.15-18 
Gv 1, 1-18

Il Vangelo di questa domenica è il prologo del Vangelo di Giovanni: è il testo che, più di ogni altro, offre il linguaggio della fede della Chiesa nella Trinità divina. La fede cristiana non è un semplice monoteismo. Crediamo in un solo Dio, ma Dio è una relazione di persone: il Padre, il Figlio e Io Spirito Santo.

La Trinità divina è in sé il puro amore di cui siamo chia­mati a far parte, che già possediamo nella fede, nella speranza e nella carità. Il Credo che si recita ogni domenica è la profes­sione di fede trinitaria: quale è la differenza tra la fede cri­stiana nella Trinità divina e il monoteismo ebraico o islamico?

Nel testo del quarto Vangelo c’è la risposta a questa domanda: «Il Verbo divenne carne e abitò tra di noi». I cristiani condivi­dono con gli ebrei e i musulmani la fede in un Dio unico, tra­scendente, creatore del mondo: ma per essi Dio, rimanendo trascendente ed unico, è divenuto uomo. Un assioma del se­condo secolo cristiano, presente in s. Ireneo di Lione e ripreso da Giovanni Paolo II, suona così: Dio si è fatto uomo perché l’uomo divenisse Dio.

Questa parola può sembrare a noi strana, perché nulla è più lontano dall’idea di Dio dallo spettacolo che ci dà l’uma­nità di oggi, invasa dal sesso e dalla violenza, divisa in potenti e abbandonati, in ricchi e poveri.

Dove è Dio in tutto ciò? Dove sono la sua potenza e la sua bontà? Dove è il divenire Dio dell’uomo, se il progresso stesso nel dominio del mondo genera mostri? Non c’è più divinità o umanità in questo mondo che fa paura, perché fondato sull’indifferenza e sull’estraneità dell’uomo all’uomo. Nella pura estraneità, l’uomo diviene «cosa» per l’altro uomo: l’incertezza e la paura mu­rano le persone in sé stesse.

È ancora possibile sperare nel fu­turo o dobbiamo nasconderci nel nostro segreto, ai margini della vita, dimenticando ogni pensiero che non sia quello della nostra continua rassicurazione contro l’angoscia e la paura? Esse sono lo sfondo del nostro esistere di uomini, in questa fine di un secolo che ha cambiato la condizione umana più di tutti i precedenti messi assieme.

Il Vangelo che leggiamo oggi indica la sicura speranza: Dio si è fatto uomo, non per vedere l’autodistruzione dell’umanità, ma per guidarla sino a lui.

La storia umana, di tutti gli uomini, del singolo uomo o donna, è una grande avventura, che ha Dio per principio e l’u­manità divinizzata per fine. La mano del Signore conduce l’av­ventura umana, essa non esisterebbe senza il costante av­volgimento della maternità divina.

L’uomo può essere un or­rore per l’uomo, ma Dio vive quell’orrore, soffre la violenza della vittima, assume su di sé la colpa del carnefice, perché egli, il Dio Trinitario, è amore puro. La Trinità delle persone esprime l’essenza di Dio come amore.

Ogni uomo e ogni donna portano nella loro angoscia e insi­curezza la potenza di costruire un mondo alla misura del desi­derio infinito che abita il cuore umano.

Dio vive la vicenda umana dall’interno perché «ha posto la sua residenza in mezzo a noi» come dice il Vangelo di oggi. Il lato sofferente e il lato gioioso di Dio abitano con noi il nostro tempo.

Tutti coloro che sono passati in questa terra e ora vivono in Dio come sua piena immagine e somiglianza sostengono noi, membri della Chiesa militante, che portiamo per tutti la fatica di vivere nel tempo, dandoci ogni giorno, nello Spirito, la speranza che non confonde.

 

 

6 Gennaio 2021
Epifania del Signore

La sapienza cosmica s’inginocchia dinnanzi alla sapienza di Dio
incarnata

Is 60, 1-6
Sal 71
Ef 3, 2-3a.5-6
Mt 2, 1-12

Celebriamo l’epifania del Signore, la sua manifestazione, il momento breve in cui il riconoscimento del Padre e quello de­gli uomini anticipano sul volto di Gesù la gloria divina di cui egli è il portatore. E leggiamo il Vangelo dei sapienti venuti da oriente a cercare «il re dei giudei».

Giunge qui a Gesù il mondo pagano, il mondo che non conosceva la parola di Dio rivolta ad Abramo, a Giacobbe, a Mosè, che leggeva la sa­pienza divina sparsa nei segni del mondo. Non era questo il mondo babilonese, il più lontano da Israele, il popolo che aveva strappato Israele dalla sua terra e trasformandolo in mi­grante e in esule, gli aveva aperte le vie del mondo? Era il mondo del segno e del mito che veniva incontro a Gesù in questo incontro che Matteo ci riferisce, sensibile come è a mo­strare Gesù sotto il segno della Sapienza.

Il Figlio di Dio con­tiene in sé la sapienza del mondo, quella stessa che i pagani cercano nel segno e nel mito, tentando di interpretare il mi­stero del mondo con la potenza, misteriosa quanto il mondo, che è posta nella mente umana.

I magi sono l’espressione della sapienza cosmica, di quella sapienza che legge il mondo senza conoscere Dio oltre il mondo, rivelato a Israele. Ma ora viene nel mondo il creatore del mondo, l’oggetto cercato nei miti e nei segni. E la sapienza del mito e del segno si inginoc­chia innanzi a colui in cui il mistero del cosmo e il mistero della mente trovano la loro congiunzione e la loro forma origi­naria.

Questa misteriosa stella è anch’essa parte del linguaggio del segno e del mito, è una lettura che i sapienti danno di un evento divino e storico di cui rintracciano i segni nel cielo e negli eventi del mondo.

È nella loro conoscenza del segno e del mito, nella loro apprensione della connessione tra il cielo e la terra espressa dalle stelle, che i sapienti pagani giungono a percepire un evento unico. Essi, che non conoscono il Dio ri­velato, conoscono egualmente la sua opera, Io leggono pre­sente nel mondo.

Il mondo è come un immenso messaggio di­vino di cui ignoriamo l’origine, ma in cui percepiamo una pre­senza. I magi hanno visto la stella del re d’Israele e vengono ad adorarlo.

Torna alla mente un testo dell’Antico Testa­mento, il Libro dei Numeri, un profeta non ebreo, Balaam, è invitato a maledire Israele. Egli, che è un profeta pagano di JHWH, un profeta pagano del Dio rivelatosi a Mosè, benedice Israele invece di maledirlo: «Vedo una stella spuntare da Gia­cobbe, uno scettro sorgere da Israele».

Balaam e i magi dicono le medesime cose, vedono una stella e uno scettro. È il mede­simo tema, annunciato nell’Antico Testamento che torna nel Nuovo: Dio è l’autore della storia del popolo di Dio che la Scrittura raccoglie: Dio dispone un evento in vista dell’altro, un racconto in vista dell’altro.

Ciò che è iniziato nell’Antico Testamento è compiuto nel Nuovo. Ora i magi ci dicono che il tempo del compimento della profezia è giunto.

Il Re Messia, Gesù Cristo, coinvolgerà il mondo intero nel­l’avventura divino-umana che Dio ha iniziato in Israele. È questo il Vangelo della epifania del Signore, una modesta glo­ria degli uomini che è un grande segno di Dio.

 

 

10 Gennaio 2021
Domenica dopo l’Epifania

Il silenzioso ospite che alberga in noi

Is 55, 1-11
da Is 12, 2-6
1 Gv 5, 1-9
Mc 1, 7-11

Il tempo di Natale si conchiude con la memoria della mani­festazione di Gesù agli uomini, dell’inizio della sua azione pubblica. Essa comincia con un atto di umiltà, che diviene una manifestazione di gloria. Giovanni Battista annuncia un mes­saggio singolare per l’Israele del suo tempo: per essere giusti innanzi a Dio, occorre riconoscersi peccatori.

Dio chiede solo la conversione del cuore, il pentimento. Giovanni è un uomo rude, pratica una severa ascesi, ma annuncia l’amore divino proprio verso coloro che la legge di Mosè condanna. Egli an­nunzia un giorno dell’ira divina, ma proclama che la miseri­cordia del Signore protegge dall’ira stessa di Dio.

La giustizia di Dio consiste nella sua misericordia. E la misericordia è ri­volta a tutti, anche ai pagani, anche ai soldati romani. Uomo singolare Giovanni, che verrà poi ucciso perché denuncia l’a­dulterio di un re, cioè una violazione della legge di Mosè.

I Vangeli ce lo descrivono già nella loro luce. E Gesù dirà di lui che egli è l’ultimo profeta del Vecchio Testamento. Ep­pure, dirà ancora Gesù, il più piccolo di voi che mi ascoltate è più grande di Giovanni il Battista, il maggiore dei nati da donna. Con ciò Gesù rivela che egli porta al mondo non solo la misericordia di Dio, ma la vita stessa di Dio.

Nel battesimo di Gesù avviene questo passaggio dal Vecchio al Nuovo Testa­mento: i Vangeli ci raccontano in forma diversa il medesimo evento. Quando Gesù esce dalle acque del Giordano, la voce del Padre risuona e Io Spirito scende su di lui in forma di co­lomba. La voce dice: questi è il mio Figlio amato, ascoltatelo.

Il messaggio di Gesù nella sua vita pubblica consisterà nel ren­dere comprensibile il senso di queste parole. Il Figlio diletto è anch’egli Dio e lo Spirito Santo è anch’egli Dio. La finale del Vangelo di Matteo riporta le parole di Gesù risorto che invita gli apostoli a ripetere la scena del battesimo nel Giordano. Gesù li manda ad annunziare il dono della vita divina a tutti gli uomini, battezzandoli nel nome dei Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

Ciò significa che nel battesimo di ogni cristiano viene ri­petuto quello che è avvenuto nel battesimo di Gesù. Di­scende su di essi lo Spirito per renderli, come Gesù, figli del Padre. Dalle origini della Chiesa è nata la tradizione di dare il battesimo ai neonati: ciò è legato anche a una dottrina del peccato originale come peccato imputabile a ogni uomo che Agostino ha fondato argomentando proprio dall’uso diffuso del battesimo dei bambini.

La nuova liturgia si stacca da questi pensieri, ricolloca il battesimo nel suo vero significato, legato alla misericordia di­vina del battesimo di Giovanni e alla vita divina conferita agli uomini da Gesù. Ma non esiste oggi nel popolo cristiano una educazione alla vita di orazione, cioè alla presa di coscienza della presenza di Dio in noi nella vita quotidiana.

Il nuovo Catechismo ha dedicato giustamente una parte rilevante alla orazione, cioè alla relazione filiale con il Padre nello Spirito che è la vita divina in noi. Non basta andare a Messa per par­tecipare al dono divino. Il frutto della Messa è proporzionale all’attenzione alla presenza di Dio in noi durante la vita quo­tidiana.

L’orazione silenziosa, la preghiera del cuore è l’es­senza della vita cristiana, che il battesimo ci dona. Il batte­simo vuol dire questo. La vita mistica, l’esperienza di Dio in noi, è aperta a ogni cristiano che sappia intendere l’ospite si­lenzioso e comunicante che porta in sé.

 

 

Tempo ordinario

 

17 Gennaio 2021
Seconda domenica del tempo ordinario

Una minacciosa stagione violenta

 

1 Sam 3, 3b-10.19
Sal 39
1 Cor 6, 13c-15a.17-20
Gv 1, 35-42

Nel Vangelo della seconda domenica del tempo ordinario, leggiamo il racconto della vocazione di Pietro e degli apostoli. La vocazione è una chiamata del Signore. Ciascuno di noi ha una vocazione diversa e, quindi, ha una vita diversa. Per questo il Signore ci ammonisce a non giudicare gli altri.

La via del bene in ogni uomo è nota solo a Dio e alla persona che la per­corre, ora in linea retta, altre volte, il più delle volte, in linea curva. Le apparenze non consentono il giudizio. La persona non può essere compresa solo con le regole. Il male serve sem­pre il bene, questo è il segreto dell’onnipotenza divina. Sia il male fisico che il male morale sono parti di un cammino, che riguarda al tempo stesso ogni persona e la storia umana uni­versale.

Nel racconto del Vangelo, ci sono discepoli che cer­cano il Cristo: tra essi vi è il discepolo del cuore, il discepolo «che Gesù amava», Giovanni. Simone va solo su invito: Gesù lo guarda e gli muta il nome, Io chiama Pietro, la pietra su cui è fondata la Chiesa. Non c’era alcun gesto antecedente di Pie­tro: è il Signore che sceglie. E il Signore vuole tutti salvi, cioè partecipi della natura divina.

Ogni uomo soffre e così, se non è partecipe alla legge di Dio, comunica alla salvezza gloriosa, alla croce di Cristo.

La Chiesa cattolica si allontana gradual­mente dalla terribile dottrina della predestinazione alla dan­nazione, che ha costituito l’essenza del protestantesimo calvi­nista e del giansenismo, ma che ha fondamento nella sistema­zione dottrinale di s. Agostino.

Il riferimento a Pietro e alla vocazione ci rimanda a una parola che il successore di Pietro, quindi una parola della Pietra su cui la Chiesa è fondata, ha ri­volto al nostro popolo italiano in una lettera ai vescovi del no­stro paese. Non è un documento elettorale, ma un ricordo della vocazione che ciascuno di noi ha come membro di que­sto popolo, che il papa Pio XII, di santa memoria, indicò come «il paese più legato all’opera di Cristo».

In Italia nacque il cri­stianesimo d’occidente, vive la sede di Pietro: questa è la terra della Chiesa universale. Non è una tradizione apostolica che il papa debba risiedere sempre a Roma, ma rimane in ogni caso sull’esistenza del nostro popolo il segno di essere il popolo dell’universalità, non etnico per eccellenza.

Il Papa sente, e noi con lui che noi corriamo il rischio della scristianizzazione, non del pensiero (questa avviene già da più di un secolo), ma la scristianizzazione del cuore.

Quando pen­siamo a ciò che è accaduto in Bosnia e notiamo atterriti che ciò è accaduto nell’indifferenza delle nazioni, non possiamo, innanzi al Vangelo, non chiederci se una stagione di violenza minacci il nostro popolo, o gli altri.

Quando leggiamo del gioco dei massi gettati sulle macchine dai ponti delle auto­strade, o del massacro dei genitori, vediamo la tragica realtà che questi messaggi ci mandano: il nichilismo, l’amore del niente, l’uccidere per niente. Degli automobilisti vedono un uomo ferito e passano via. E solo uno ha il cuore del buon sa­maritano. Impressiona questa durezza del cuore. Saremmo ca­paci anche noi di uccidere per nulla il nostro vicino?

Queste sono le «profondità di Satana»: ma noi scherziamo ignari sul simbolo efficace della potenza del male, mentre la potenza del male ha raggiunto in questo secolo vertici mai toc­cati in tutta la storia umana.

L’invito del Papa agli italiani è un invito alla conversione del cuore verso Dio e verso l’uomo, prima che la potenza e il fascino della violenza ci abbattano sulla strada del niente.

 

 

24 Gennaio 2021
Terza domenica del tempo ordinario

La ragione dell’uomo, il desiderio infinito di Dio

Gn 3, 1-5.10
Sal 24
1 Cor 7, 29-31
Mc 1, 14-20

«Il regno di Dio è vicino»: queste le prime parole della pre­dicazione di Gesù. Che possiamo intendere con questa parola regno di Dio? Essa significa la presenza di Dio sulla terra.

Ciò poteva essere inteso in senso politico, cioè come la manifesta­zione del giudizio di Dio contro i malvagi, i pagani e gli ebrei che non osservavano la Legge. E così, infatti, lo annunciavano i testi, ritrovati cinquanta anni fa, nelle grotte del Qumran.

Essi ci indicano come, ai tempi di Gesù, ci fossero degli ebrei, che intendevano il Regno come una lotta dei figli della luce contro i figli delle tenebre: un combattimento tra Dio e le potenze mondane che avrebbe visto salvi solo i membri del gruppo qumranita.

Il regno di Dio di cui parla Gesù non è la vittoria della po­tenza divina che annulla il potere degli empi e crea nel mondo il potere dei giusti. Gesù dice che egli è venuto a chiamare non i giusti, ma i peccatori. I testi settari del Qumran (qualcosa come i testimoni di Geova del nostro tempo) sono altra cosa dal Vangelo, la buona novella che Gesù annuncia.

Il regno di Dio sulla terra è egli stesso, è la potenza disarmata della sua predicazione. È evidente che Gesù ha del Dio di Israele una immagine diversa da quella dell’Israele del suo tempo.

Egli manifesta un Dio della misericordia e della salvezza, non del giudizio e della potenza: il Dio che è lui. «I greci cercano la sa­pienza, gli ebrei la potenza: noi predichiamo Cristo croci­fisso». Queste parole di Paolo dicono, dopo la morte e la risur­rezione di Gesù, le stesse cose che Gesù dice iniziando la sua predicazione.

Gesù parlava di sé come del vero volto di Dio: di un uomo reale come della vera realtà di Dio. Nell’uomo Gesù Dio rivela agli uomini il volto segreto che egli aveva ce­lato a Mosè. Era finito il Vecchio Testamento, cominciava una storia di Dio, continua e diversa da quella rivelata agli ebrei.

La Chiesa dei primi secoli sapeva bene che la Bibbia ebraica, il Vecchio Testamento, andava letto dai cristiani non nel solo senso letterale, ma soprattutto come una profezia del Nuovo Testamento, cioè dell’Evangelo del Regno che Gesù aveva manifestato in sé stesso, nella sua predicazione. La distinzione non è sempre chiara, perché l’uso protestante di porre tutta la Scrittura sul medesimo piano si è diffuso anche tra i cattolici.

Vi è una storia della rivelazione di Dio, il Dio della legge ebraica manifesta nel Vangelo il suo amore, sino alla solenne definizione di Giovanni: «L’amore è Dio».

Il Vangelo che Gesù annuncia è quello di un Dio la cui potenza si manifesta nella debolezza. «Ciò che è stolto in Dio è più sapiente degli uomini, ciò che è debole in Dio è più forte degli uomini», dice Paolo.

Dio è, come diceva s. Anselmo d’Aosta in un celebre argomento, «maggiore di tutto quello che può essere pensato» attorno a lui. La potenza divina nascosta nella debolezza della parola umana disarmata dice di Dio quello che la ragione non può pensare di lui.

La ragione può stupirsi, con Einstein, della universale conoscibilità dell’universo. Ma solo oltre la ragione si può raggiungere il Padre che il Figlio nello Spirito manifesta al «cuore» dell’uomo, al suo spirito: al desiderio infinito che dell’uomo è la suprema realtà.

 

 

31 Gennaio 2021
Quarta domenica del tempo ordinario

Ecco Gesù l’esorcista. Così il regno di Dio caccia il male dall’uomo

Dt 18, 15-20
Sal 94
1 Cor 7, 32-35
Mc 1, 21-28

Quest’anno leggiamo il Vangelo di Marco, il primo in or­dine di tempo tra i Vangeli. I Vangeli, racconti della vita di Gesù, affermano che, già prima della risurrezione, Gesù, nei suoi atti di uomo, porta in sé i segni della potenza di Dio. E ciò indica agli uomini che possono comunicare alla dimensione di­vina del Cristo, di cui sono costituiti, a un tempo, partecipi e testimoni.

Il primo atto di Gesù nella sua missione di evangelizzatore è un gesto di esorcista: è l’ordine a uno «spirito impuro» di ab­bandonare un uomo. Il regno di Dio compare nella storia come un gesto contro la potenza del male.

Nel Vangelo, il male ha il suo senso più vasto. Indica il male fisico, la malattia, la morte; il male morale, cioè l’abuso della violenza e del po­tere politico, economico, culturale, religioso; infine il Male, in­dicato in una sua causa, che è all’opera in tutti i mali, quelli fi­sici come quelli morali, cioè il demonio.

Per il Vangelo ogni male che colpisce l’uomo, ha un fonda­mento esterno all’uomo: ha radice nel tentatore, Satana. Gesù inizia l’annuncio e la presenza del regno di Dio sulla terra, ma­nifestandolo con un gesto di potenza sul demonio e di libera­zione dell’uomo.

Liberazione dal male fisico, dal male morale, dal male de­moniaco che si manifesta in essi. Questo è ciò che Gesù com­pie sin dall’inizio del suo ministero.

Il regno di Dio, che Gesù è e annuncia, non inizia con la ri­surrezione, ma è già presente nella sua attività prima della sua pasqua. La risurrezione è l’inizio di un’altra figura di questo mondo, una condizione rinnovata secondo la piena misura di Dio. Dunque diversa dalla condizione della creazione che co­nosciamo e sperimentiamo. In essa Satana, il Male e i mali che ne derivano, è ancora presente.

Il Regno che Gesù annuncia presente in lui è offerto a tutti quelli che ascoltano la sua parola per combattere nella po­tenza divina e umana la causa della sofferenza umana.

Nel mondo moderno Satana ha avuto un singolare successo. La letteratura lo ha narrato in varie forme: da Marlowe, a Goe­the, a Thomas Mann, a Bulgakov. Il Principe delle Tenebre af­fascina l’immaginazione, ma è disprezzato dalla ragione: si può pensare il divino, non si può pensare Satana. Non esiste una filosofia di Satana.

Satana non ha avuto nella Scuola d’A­tene il medesimo successo che ha avuto in Parnaso. Nella mu­sica Satana non è stato accolto, anche se il rock duro è ora ac­cusato di essere una forma di satanismo. Ci si meraviglia che Giovanni Paolo II parli di Satana: ma tutti lo fanno.

Nel suo film sugli angeli (il cielo sopra Berlino), Wim Wenders ha introdotto anche il demonio. Con la giusta teologia secondo cui Satana, come ten­tatore, finisce per permettere un bene maggiore del male che produce.

Questo brano del Vangelo di Marco, che ci parla del de­monio, non dovrebbe scoraggiarci, perché, infine, lo fa per dirci che Gesù ha portato sulla terra il regno di Dio e che lo of­fre a ogni uomo: esso è più potente dei mali e del Male.

 

 

7 Febbraio 2021
Quinta domenica del tempo ordinario

Gesù Cristo e le odierne crocefissioni

Gb 7, 1-4.6-7
Sal 146
1 Cor 9, 16-19.22-23
Mc 1, 29-39

La liturgia segue la lettura del Vangelo di Marco. Il testo di questa domenica coglie l’aspetto paradossale dell’inizio dell’a­zione di Gesù: il segno dei miracoli e il silenzio sul loro signifi­cato. Gesù mira a suscitare una domanda sul significato, sa che un annuncio può giungere solo se è preparato o atteso.

Il mira­colo non è fine a sé stesso, non è un’«opera buona», non mira cioè a beneficare soltanto il corpo afflitto. Anche questa di­mensione è già da sola un segno, indica la cura che Gesù si prende della sofferenza umana.

Ma vi è anche un’altra dimen­sione dell’uomo, quella del suo spirito e della sua libertà. È in­fine questa la dimensione profonda dell’esistenza umana, quella da cui la stessa vita corporale dipende. Per questo Gesù vuole incuriosire gli spiriti degli abitanti di Cafarnao, vuole che essi comincino a interrogarlo sul significato del regno di Dio.

I miracoli di Gesù non sono dunque semplici segni di bene­volenza o manifestazioni di potere: sono inviti a domandare, a cercare, rivolti al cuore dei suoi ebrei.

Gesù rifiuta la via della semplice potenza del miracolo. Matteo e Luca ci presentano il grandioso affresco dell’incon­tro di Gesù con Satana nel deserto. E una delle grandi tenta­zioni del Tentatore è l’invito all’uso pubblico e manifesto della potenza: si butti Gesù dal pinnacolo del tempio. Se gli angeli ne guideranno la discesa, non sarà questa la prova che egli viene da Dio?

Gesù rifiuta questa ostentazione della potenza divina: non vuole dei servi del potere, nemmeno di quello di Dio. E anche in questo brano di Marco torna il Tentatore.

Gesù guarisce molti malati e compie esorcismi. I demoni esor­cizzati vogliono proclamare chi è Gesù: «il Santo di Dio», come abbiamo letto nel Vangelo di domenica scorsa. Vo­gliono che egli si glorifichi. Ma Gesù comanda ai demoni di tacere: non vuole che essi lo conducano sulla via del potere ac­quisito attraverso i miracoli.

Gesù vuole che l’uomo scopra la libertà e, nella libertà, il puro amore che è Dio. Gesù vuol par­lare del Padre, non di sé stesso.

Nel Vangelo di Marco, l’affermazione su Gesù: «Era vera­mente il Figlio di Dio», è fatta non da un ebreo, ma da un cen­turione romano. E avviene quando Gesù è sulla croce, morto. Solo allora comincia per Marco l’annuncio su chi è veramente Gesù.

Il brano del Vangelo che leggiamo ci racconta un Gesù che non ci è dato conoscere, un Gesù che si raccoglie innanzi al Padre, in orazione. Egli sa la via intrapresa, una via che è lontana dalla potenza e dalla giustizia che il popolo cerca. Sa che Israele desidera che la potenza divina divenga potere per Israele. E sa che questo desiderio condurrà Israele lontano dalla via di Dio, in una insurrezione impossibile contro il po­tere romano.

Chesterton scrive che questo Gesù segreto na­scondeva agli uomini la sua gioia: o forse nascondeva la sua pena. Troppo umano, questo Gesù che si lancia in una im­presa impossibile, quella di cambiare il cuore del suo popolo? Ma questo «troppo umano» indica che Dio vive umanamente nell’uomo, e che l’uomo lo conosce quando conosce vera­mente sé stesso.

Il merito di Marco è di mostrarci il modo dell’incontro di Gesù con il suo popolo, non sotto la forma dell’insegnamento, ma in quello della provocazione, dell’allusione: per suscitare una domanda prima di dare una risposta, per colmare un desi­derio prima di indicare una strada e un precetto. In questo oggi Gesù è nostro contemporaneo.

La sua immagine è tale che può riflettere ogni tempo: e ogni tempo ha letto Gesù in forma diversa. Anche Pilato fu forse profeta, quando disse ai giudei, presentando Gesù torturato: «Ecco l’uomo!». Solo nella sua luce possiamo leggere senza disperazione le crocifis­sioni contemporanee, dipinte in forma sempre rinnovantesi nel loro orrore sui nostri televisori.

 

 

 

14 Febbraio 2021
Sesta domenica del tempo ordinario

Dalla fede del lebbroso al miracolo di Gesù per entrare nel Regno

Lv 13, 1-2.45-46
Sal 31
1 Cor 10,31-11,1
Mc 1, 40-45

Il Vangelo di questa sesta domenica del tempo ordinario ci racconta un miracolo di Gesù: la guarigione di un lebbroso. Esso ci pare un fatto di cronaca: la società tecnologica ha visto ben altri miracoli che la guarigione di un lebbroso: e la lebbra non è oggi una malattia pubblica e comune come era al tempo di Gesù.

Abbiamo, per la verità, un’altra malattia pubblica e comune: la sovversione della dimensione immunitaria del no­stro corpo, l’AIDS. Tra le malattie del nostro tempo, essa ha l’aspetto inquietante della lebbra antica, un sovvertimento del piccolo e complesso cosmo che è il mondo umano. Forse la guarigione di un tale ammalato sarebbe oggi percepibile come un grande segno del bene.

Per capire il significato del miracolo del Signore, raccon­tato agli inizi del Vangelo di Marco, occorre fare una «compo­sizione di tempo e di luogo»: pensare alla lebbra come la si ve­deva nel tempo in cui essa era un incombente misterioso ag­gressore. Essa era, per il mondo di Gesù, analoga alla morte: rappresentava il limite della creazione e, quindi, il limite di Dio.

Israele produsse, prima di Gesù, la speranza della risurrezione universale e quella di una «nuova creazione», senza i limiti del male: senza morte e, quindi, senza lebbra.

Per i rabbini del tempo di Gesù, guarire un lebbroso era come risuscitare un morto: andava oltre i limiti della creazione, e perciò rendeva visibile nel tempo il Dio creatore che trascende il mondo. Il miracolo è essenziale sia per l’ebraismo che per il cristianesimo, perché mostra Dio come maggiore della creazione.

Tutte le religioni del mondo conoscono miracoli, ma solo in Israele, e nel cristianesimo che ne deriva, il miracolo assume il carattere di «segno» della trascendenza divina, del Dio che è oltre il mondo.

Quando il lebbroso va da Gesù e gli dice: «Se vuoi, mi puoi mondare», fa una professione di fede nella dimensione divina di Gesù. Lo vede come una figura che si pone oltre i confini della creazione e manifesta il potere divino che è presso e ol­tre la creazione e da cui la creazione proviene. «Ed egli (Gesù), eccitato, stese la sua mano, lo toccò e gli disse: lo vo­glio, sii mondato!». L’«eccitazione» è il segno dello straordina­rio, indica il sentimento umano della discesa nella creazione della potenza divina. Il miracolo avviene istantaneamente.

I li­miti della condizione storica dell’uomo sono per un momento rotti. Un momento dopo essi ritornano: ritornano con i limiti delle istituzioni e della Torah ebraica: «Va’, (dice Gesù), mo­strati al sacerdote, e offri per la tua purificazione ciò che Mosè ha prescritto, in testimonianza per loro».

Gesù non vuole mettere il suo miracolato contro le istitu­zioni e gli intima di procurarsi un certificato sacerdotale in buona e debita forma. La risurrezione è balenata per un mo­mento, ma il tempo della risurrezione non è ancor giunto. Ci saranno ancora lebbrosi non guariti in tutto il mondo.

Il leb­broso del Vangelo è un uomo che ha potuto andare oltre la storia, entrare nel Regno, misurare la potenza che è oltre la realtà. E anche Gesù rientra nell’ordine, dice al lebbroso: «Guarda di non dir niente a nessuno».

Egli sa bene che i sacer­doti e i farisei capirebbero il significato del suo gesto. E vor­rebbero subito ucciderlo, per mostrare i diritti del tempo e della storia, perché, «essendo uomo, si fa Dio». Sono parole dei giudei nel Vangelo secondo Giovanni. «Ma, quello, uscito, cominciò con gran fervore, a propalare il fatto».

Non era in fondo quello che Gesù voleva, sapendo che la morte si sarebbe chiusa ancora sul tempo, su di lui e dopo di lui? Ma egli sapeva anche che egli avrebbe introdotto la co­scienza dell’eternità nella storia e manifestato agli uomini il regno eterno di Dio in Dio cui ogni uomo è chiamato.

La fede è il miracolo maggiore, è il modo in cui l’uomo va oltre il tempo e il mondo rimanendovi, congiungendo le realtà di questo tempo e quelle del tempo eterno. È la fede del leb­broso che ha reso attuale la possibilità del miracolo di Gesù.

 

 

Tempo di quaresima

 

21 Febbraio 2021
Prima domenica di quaresima

Morale, culto e politica sono cose buone nonostante il liturgismo

Gen 9, 8-15
Sal 24
1 Pt 3, 18-22
Mc 1, 12-15

La prima domenica di quaresima parla della tentazione di Gesù nel deserto, che dà inizio alla sua vita pubblica. Il tempo quaresimale è la memoria della predicazione di Gesù e ter­mina nel triduo pasquale della morte e risurrezione. In questo anno, il Vangelo seguito è quello di Marco.

La narrazione della tentazione di Satana a Gesù è, in que­sto Vangelo, spoglia e densa. Manca quella potente presenta­zione della soggettività di Satana, che è propria della tradi­zione comune a Matteo e Luca e che, oltre che una memoria dell’evento, è una grande pagina di letteratura. Essa indica con potenza «le profondità di Satana», come le chiama l’Apo­calisse.

Marco non ci offre nulla di simile. La sua intenzione è quella di indicare la predicazione di Gesù come un riinizio dell’umanità. Gesù è visto come Adamo nel paradiso terre­stre. Vive con le fiere, gli angeli lo servono.

La pace con gli animali è un tema della visione ebraica della fine della storia: Israele ha la missione di condurre le genti al culto dell’unico Dio, dopo la loro dispersione negli dei.

Marco vede compiuta questa missione di Israele già al­l’inizio della predicazione di Gesù. In essa avviene di più: si realizza l’assunzione dell’umanità alla qualità e alla digni­tà divina.

Questa è la differenza radicale tra l’Antico e il Nuovo Te­stamento, tra la Bibbia ebraica e quella cristiana. Ciò che per i profeti ebrei è la pienezza della storia, per Marco avviene già in Gesù.

In lui si apre agli uomini molto più dell’Eden: si com­pie, già nel tempo storico che viviamo, la partecipazione alla conoscenza che Dio ha di sé, alla vita che è Dio. L’accento del racconto di Marco delle tentazioni non è posto sul tentatore, su Satana: il demonio è qui presente, in parallelismo alla ten­tazione di Adamo nel Genesi.

Dopo aver vinto il tentatore, diversamente da Adamo, Gesù inizia a predicare il regno di Dio, che appare in lui.

Dio diviene conoscibile e sperimentabile all’uomo: questa è la buona novella. I galilei, primi tra gli uomini, sono invitati a «credere al Vangelo», al «lieto annunzio».

Il cristianesimo non è principalmente un culto o una mo­rale: è una mistica.

Il regno di Dio è la manifestazione dell’incondizionato amore di Dio per l’uomo e la richiesta dell’incondizionato amore dell’uomo per Dio. In Gesù Dio e l’uomo sono insepa­rabilmente uniti.

Il Vangelo è diventato nella storia una politica, un culto e una morale. Morale, culto e politica sono cose buone. Poiché è nel tempo storico, il Vangelo non poteva non assumere tutte le forme e i linguaggi umani.

La «buona novella» investe ogni di­mensione della vita. Ma l’essenza del cristianesimo non è né il culto, né la morale, né la politica. È l’esperienza dell’amore di­vino, l’esperienza della presenza di lui in noi: e di noi in lui. È l’esperienza del mistero divino all’interno di esso e quindi è una mistica.

La speranza è un’àncora nell’Eterno, dice la Let­tera agli Ebrei. L’eucaristia è l’espressione dell’unità del divino e dell’umano, dunque più che un culto e una liturgia, è la pie­nezza della rivelazione del mistero e la pienezza della mistica.

Anche se non è questo il modo in cui essa viene presentata, soprattutto in questi ultimi tre decenni, soffocati dal liturgi­smo, dal moralismo e dal politicismo.

 

 

28 Febbraio 2021 
Seconda domenica di quaresima

Le irradiazioni divine abitano in noi come sul monte Tabor

Gen 22, 1-2.9a.10-13.15-18
Sal 115
Rm 8, 31b-34
Mc 9, 2-10

Nella seconda domenica di quaresima si legge il Vangelo della trasfigurazione. Gesù sale su un monte, il Tabor, da cui si contempla tutta la pianura di Galilea. Conduce con sé i tre di­scepoli, che hanno un ruolo privilegiato: Pietro, Giacomo e Giovanni.

Sul monte, egli appare oltre il tempo storico, nel tempo divino. Accanto a lui compaiono Mosè ed Elia, le due figure fondamentali della rivelazione fatta a Israele. La loro presenza indica che la gloria divina, in cui vivono avvolti, si manifesta sulla terra. Essi si fanno presenti al tempo nella loro dimensione eterna.

Gesù è avvolto dalla gloria, in cui il Padre si manifesta come voce rivolta ai tre apostoli. Il volto del Pa­dre è a essi celato dalla nuvola, come avvenne agli ebrei nel­l’apparizione di Dio a Mosè sul Sinai.

Nel Vangelo di Giovanni, Gesù, a Filippo che lo esorta: «Mostraci il Padre e ciò ci basta», risponde: «Chi vede me vede il Padre». E Gesù rivela ai discepoli che la fede è la vita eterna.

In questa prospettiva possiamo leggere la trasfigurazione non come un miracolo ma come una rivelazione di ciò che di­veniamo mediante la fede. Lo Spirito Santo abita in noi e ci rende «partecipi della vita divina».

La Chiesa greca ha meditato con particolare attenzione la divinizzazione dell’uomo in Cristo. Ha distinto l’essenza di­vina, che appartiene a Dio solo, e le irradiazioni di essa, la glo­ria di Dio, che vengono date agli uomini.

La gloria di Dio è Dio stesso, indica che l’essenza divina ha capacità di donare sé stessa infinitamente. Donarsi assolutamente, rimanendo oltre ogni essere, è proprio di Dio.

Questi pensieri sono oggi lontano da noi, perché lontana da noi è la attenzione allo Spirito che ci abita. Le cose del mondo e gli avvenimenti della storia ci dicono la diversità della natura e della storia da Dio.

La fede mantiene la diffe­renza tra natura e storia da un lato, Dio dall’altro, ma ci indica un’altra realtà, che Gesù ci ha dato: l’essere una cosa sola di Dio e dell’uomo.

La vita mistica, a cui ogni cristiano è chiamato, è l’espe­rienza di questa realtà del Dio di Gesù Cristo che non è il Dio dei filosofi: non è la natura dei pagani, non è la storia dei mo­derni. Oggi c’è una attenzione per la vita mistica: lo si vede nell’editoria cattolica e in quella laica.

Gli scritti dei mistici ci aiutano a comprendere la nostra di­mensione taborica, la nostra dimensione divina, di figli nel Fi­glio.

Ritroviamo testi di grandi momenti del linguaggio mi­stico. Sono ora accessibili, con uno splendido commento, le lettere di una grande mistica «beghina»: Hadewijch d’An­versa, che sono un’iniziazione alla più profonda vita spiri­tuale.

È stata una operazione clericale il degradare al signifi­cato di pinzòchera o di bigotta, il termine «beghina». Le donne dei «beghinaggi» andarono oltre il monachesimo e il conventualismo, furono espressione di una libertà che non è stata tollerata dal mondo ecclesiastico.

A questi testi occorre far ricorso perché il grande Vangelo del Tabor indichi che in noi, secondo la tradizione della Chiesa greca, abitano le irra­diazioni divine. Come in Gesù, per il dono dello Spirito e il nu­trimento trasfigurante dell’eucaristia.

 

 

 

One thought on “Commenti al Vangelo della Domenica

  • La vostra iniziativa di pubblicare i commenti di Gianni ai vangeli della domenica è molto bella e mi auguro che sia programmata a tempo indeterminato.

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