Commenti ai Vangeli delle festività

di Settembre, Ottobre e Novembre 2021

 

 

5 Settembre 2021
Ventitreesima domenica del tempo ordinario

Un miracolo per i pagani

Is 35, 4-7a  
Sal 145  
Gc 2, 1-5   
Mc 7, 31-37

«Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo: griderà di gioia la lingua del muto». Sono le parole del profeta Isaia, che leggiamo come prima lettura.

Vi era la speranza del profeta che un cambiamento della condizione umana avrebbe accompagnato il ritorno degli esuli giudei dall’esilio. Essi sa­rebbero tornati con un Dio alla loro testa, un Dio che avrebbe compiuto prodigi.

Siamo ancora all’interno della visione car­nale e terrestre in cui si esprime il linguaggio dell’Antico Te­stamento, che conduce alla verità dello Spirito Santo un po­polo carnale, che chiede il segno della potenza divina per di­stinguerci su Dio dal divino del mito.

Israele nei segni chiede la realtà di Dio. Ed è perché l’Antico Testamento è «peda­gogo» al Cristo, perché lo Spirito Santo guida con parole adatte al tempo il suo popolo di Israele che noi leggiamo l’An­tico Testamento, per essere cristiani, per comprendere Gesù Cristo. Solo in questa luce possiamo comprendere il Vangelo di oggi.

Esso è il semplice resoconto di un miracolo. Un miracolo compiuto fuori della terra di Israele, quindi, probabilmente, un miracolo compiuto per un pagano. Infatti, il Vangelo ci dice che Gesù «di ritorno dalla regione di Tiro, passò per Sidone», quindi in terra fenicia. Gli viene presentato un sordomuto.

Gesù compie un miracolo. Il Vangelo ci indica le condizioni singolari in cui è compiuto il messaggio. Egli lo porta in disparte lontano dalla folla. E lo guarisce emettendo un sospiro. E infine comanda alla folla di non dirlo a nessuno.

Egli compie un miracolo, avvolgendolo nel silenzio. Certamente, egli com­pie il vaticinio del libro di Isaia: ma lo compie in modo di­verso. Lo compie come atto di amore verso un uomo, non come segno di potenza rivolto a una folla.

La folla si appropria del miracolo. E infine Gesù lo consente. Il miracolo era chie­sto non come desiderio di possedere il potere divino, ma per essere rassicurati dalla sua presenza. Infine Gesù può chiedere una fede senza miracoli offrendoci un grande miracolo, quello del dono dello Spirito Santo.

Lo Spirito Santo diviene una presenza nella persona del cristiano, prega per lui, crede in lui. Lo Spirito Santo trasforma i cristiani in membri del corpo del Cristo, li investe della potenza della risurrezione. Per questo Gesù può non offrire ai cristiani il miracolo come segno conti­nuo della sua presenza.

Nella Chiesa i miracoli sono: il segno della presenza dello Spirito Santo nei cristiani e il segno della loro con­tinuità col Cristo. Per questo essi hanno un ruolo minore, lo stesso che Gesù attribuisce al suo miracolo nella regione di Tiro e Sidone.

Fatto per i pagani, ma per onorare la parola dei grandi profeti ebrei.

 

12 Settembre 2021

Ventiquattresima domenica del tempo ordinario

Eppure ci si rallegra che la croce quotidiana sia altrove e non qui

 

Is 50, 5-9a
Sal 114
Gc 2, 14-18
Mc 8, 27-35

Il Vangelo secondo Marco si muove con lo stile della sem­plicità e il suo candore avvolge gli annunci più sconcertanti. Nel Vangelo di questa domenica vediamo Gesù che accetta di essere riconosciuto come il Messia, colui da cui si attendeva la liberazione del popolo dal dominio romano, ma anche che egli non avrebbe compiuto le gesta che da lui si aspettavano. Sa­rebbe stato consegnato al potere religioso in Israele, lo atten­deva la morte. Ma egli sarebbe risorto. Troppo e troppo poco. Ma non basta: la dolcezza dell’evangelista è implacabile. Chi vuole seguirlo, dice Gesù, deve sentirsi come un condannato alla morte per croce, chiamato a scontrarsi con il potere di questo mondo.

Anche a noi oggi le parole di Gesù fanno impressione: il cristianesimo non sembra ribadire cupamente la sofferenza che è nella realtà umana e che contraddice il desiderio umano di vita? L’orrore ci colpisce ogni giorno: e le croci sono tante che non possiamo guardarle. Come per la Bosnia e per l’A­frica non possiamo impedire che in qualche parte del mondo ci siano dei crocifissi, rallegriamoci di non esserlo noi.

Questo oggi è il nostro sentire. Quale ragionamento ci obbliga a pen­sare diverso?

È difficile credere in Dio: ma un Dio che si fa crocifiggere e che ci invita a prendere la croce è il Dio più difficile. Anche oggi. Quanti vorrebbero credere e si accorgono con tristezza di non avere ragioni per farlo! Non è meglio diventare seguaci del Buddha, che non ci spiega il mondo, ma ci dà un metodo che tende a spegnere in noi, con il desiderio e la speranza, la causa della profondità della sofferenza?

Nemmeno la rivelazione di Cristo toglie il mistero del mondo. Questa pienezza di universo, e forse di universi, que­sta incommensurabile potenza di cui solo nel nostro secolo l’uomo coglie la smisurata misura, gli oceani di stelle e di atomi, termina in una sola coscienza interna al mondo: quella umana. E l’uomo è coscienza perché sa il nulla, sente il peso della morte. E rivive tante volte le parole del Leopardi: «a me la vita è male».

Se l’uomo continua a esistere, se il timore di morire non to­glie la volontà di vivere, se l’avventura umana continua nono­stante la violenza e la morte, è perché l’uomo porta in sé un principio più alto della vita mortale, un principio maggiore dell’universo: porta la vita eterna, porta Dio stesso.

L’uomo sa di morire eppure vive ed è talvolta felice. In lui è nascosto il mistero del mondo, il segreto del tempo. Gesù è venuto a dirci che noi siamo più della nostra vita mortale: e perciò possiamo passare attraverso il nulla della violenza, della sofferenza e della morte. Se non ci fosse questo Vangelo diffuso nei cuori dallo Spirito Santo, se non fosse presente in tutte le coscienze, in tutte le religioni e le non religioni, l’umanità non vivrebbe.

L’umanità vive non avendo ragioni di vivere. Gesù ha dato ai suoi discepoli, e dà a tutti i cristiani che ascoltano in questa do­menica l’annuncio della crocifissione (e l’annuncio è più terri­bile della realtà stessa), questa sfida. Li invita a riconoscere che essi sono più della croce, del dolore e della morte.

Rimarrà sempre la domanda: Dio onnipotente, tu che risplendi nelle stelle, perché patisci negli uomini e sei venuto a condividerne la sconfitta? Ma qui sta il mistero di Dio; qui la ragione perde i suoi diritti e vale soltanto la certezza che Dio è maggiore del nostro cuore.

 

 

 

19 Settembre 2021

Venticinquesima domenica del tempo ordinario

Chi accoglie un bimbo accoglie Gesù ecco il Vangelo di oggi

  

Sap 2, 12.17-20
Sal 53
Gc 3, 16-4,3
Mc 9, 30-37

Il gesto di Gesù, raccontato nel Vangelo di oggi, è per noi non pienamente comprensibile: e lo è proprio perché questa parola di Gesù ha cambiato il costume. Gesù dice che chi ac­coglie un bambino accoglie lui. Oggi il bambino è in principio riconosciuto come una persona: ma, ai tempi di Gesù, il bam­bino non era considerato nemmeno un essere umano.

Gesù dice che chi accoglie il bambino accoglie Gesù perché il bam­bino è, nella gerarchia degli uomini, l’ultimo: meno di una donna o di uno schiavo. Gesù afferma che, per lui, la gerarchia sociale non conta nulla: egli si colloca, nella gerarchia sociale, all’ultimo posto. Ciò significa che la parola di Gesù non ha per oggetto l’ordine sociale come tale. L’ordine sociale è, ap­punto, un ordine. In un ordine c’è chi sta in un posto, chi in un altro. La società è differenza, c’è il sopra e il sotto. È l’ordine della creazione. Ma Gesù parla oltre l’ordine sociale e oltre la creazione. Egli è Dio divenuto uomo: il suo orizzonte è divino umano. E per questo guarda alla possibilità divino umana che è in ogni uomo. Gesù si rivolge al vertice dell’anima del­l’uomo, quello che egli, nel consueto linguaggio biblico, chiama il «cuore». Gesù vuole che il cuore dell’uomo non sia attaccato al sociale, ma all’umano. Vuole che guardi l’umanità dell’uomo, la sua infinità, dunque la sua potenzialità divina: di ogni uomo, ricco e povero. Fare di Gesù un pauperista, il fon­datore di una astratta chiesa dei poveri, è un non senso, come quello di farlo principio di un partito politico o custode del­l’ordine sociale.

Gesù è l’amico del povero, riconosce la legittimità dell’or­dine sociale e del potere politico. Ma si manca il suo messaggio se lo si legge in questa o quella figura. Gesù vuole che l’uomo impari a far nascere in sé e nell’altro la dimensione divina. Non si può intender Gesù se non si intende che egli vive insieme Dio e l’uomo e chiede che l’uomo e la donna imparino la sua mede­sima arte: sentirsi a un tempo all’interno di Dio e dell’umanità. Certo, l’uomo ha anche una finitezza e sarà quello che la sua storia concreta determina. Gesù ha insegnato che Dio è miseri­cordia e perdono: e chiede a ogni uomo di essere «perfetto come il Padre» che dà acqua e luce a giusti e ingiusti, a pacifici e a violenti. Gesù rivela che Dio è oltre la creazione e chiede agli uomini di raggiungere Dio nella misericordia e nel perdono: che sono oltre questo mondo e queste società.

Abbiamo visto come sia stato difficile al Papa, alle porte del genocidio, chiedere la misericordia e il perdono in Bosnia o nel Rwanda. La misericordia e il perdono sono la misura di Dio: Gesù chiede che esse divengano la misura dell’uomo. Ed egli sa quanto ciò sia difficile: perché questo suo unico pre­cetto trascende la creazione e l’ordine sociale. Eppure, come abbiamo visto in Bosnia e in Rwanda, solo questa misura infi­nita conserva la finitezza della vita.

 

 

 

26 Settembre 2021

Ventiseiesima domenica del tempo ordinario

Non tutti gli uomini hanno il dono della fede. La chiamata personale

  

Nm 11, 25-29
Sal 18
Ge 5, 1-6
Mc 9, 38-43.45.47-48

Il Vangelo di questa domenica ci reca due diverse parole di Gesù, l’una, in certo modo, contraria all’altra. Giovanni gli racconta di aver proibito a un uomo, che cacciava i demoni in nome di Gesù, di farlo, perché non appartiene al gruppo dei discepoli. Gesù non lo approva, perché chi usa il nome di Gesù per scacciare i demoni è un discepolo implicito. E ag­giunge «… chi non è contro di voi è con voi».

Potremmo appli­care a noi questa massima del Cristo dicendo che è cristiano colui che compie le opere del Cristo, come la misericordia e il perdono. Ogni vero, da chiunque sia detto, viene dallo Spirito Santo, ogni bene, da chiunque sia fatto, compie la parola del Signore.

Colui che cacciava i demoni in nome di Gesù non aveva scelto di essere suo discepolo: questa parola vale, nel nostro tempo, come segno della universalità del Cristo. Non è l’appartenenza alla Chiesa a delimitare i confini del corpo uni­versale del Cristo, che si estende a tutta l’umanità, oltre le stesse confessioni di fede. È quanto il concilio Vaticano se­condo ha insegnato nella costituzione sulla Chiesa.

Ma la seconda parola del Signore bilancia la prima. Af­ferma che, se qualcosa delle nostre azioni, compiute dalla mano, dal piede o dall’occhio, impedisce dall’entrare nel Re­gno, occorre abbandonare mano, occhio e piede, per evitare la divina condanna. Di essa Gesù parla con metafore (il verme che non muore, il fuoco che non si estingue), che indicano la potenza del giudizio divino, ma non la descrivono fisicamente. Queste parole sono rivolte ai discepoli e, quindi, ora ai cristiani: e hanno un suono diverso da quelle precedenti.

Esiste una vocazione a essere cristiani, che si esprime nel dono della fede. Non tutti gli uomini hanno il dono della fede, la maggior parte non l’ha. Alcuni lo hanno. Non è dato ai migliori, né ai peggiori, come tali. È una chiamata personale, non riguarda una condizione morale. Chi ha la fede sa di avere un dono e, abitualmente, non sa bene perché lo ha. Chi lo conosce meglio sono coloro che si sono convertiti dalla non fede alla fede.

Ci sono spesso dei convertiti mediante dirette esperienze dei sensi spirituali, come la visione, l’udito o il tatto. Altri solo mediante il cambio della mente, il desiderio del cuore, ciò che veramente conta. Essi sperimentano la loro fede come una chiamata personale. I cristiani di tradizione sono divenuti più rari e abbiamo sempre più cristiani di scelta, il che è, sotto un aspetto, un vantaggio.

Avere la fede è un dono. Poter dire «io credo in Dio, nella Trinità, nel Cristo salvatore, nella vita eterna», sentendo di esprimere in queste parole il proprio cuore è una vocazione, che impegna ad ascoltare lo Spirito Santo, il maestro interiore. Questa è la «nuova evangelizzazione» di cui parla il Papa; indica il passaggio da una Chiesa di tradizione a una Chiesa di scelta; un grande cambiamento, di cui non cono­sciamo ancora veramente il volto.

Le parole del Signore in que­sto Vangelo ci indicano come questa scelta debba segnare tutta la nostra vita. Dandoci la fede, il Padre si è impegnato su cia­scuno di noi ed è per questo il nostro giudice.

Il Signore sarà misericordioso con i poveri cristiani che sono divenuti il roveto ardente, che brucia e non consuma, e hanno tanta difficoltà a mantenere acceso questo fuoco in un mondo in cui di Dio c’è poco discorso, e non buono né facile. Così, in questo Vangelo, Gesù si mostra vicino a ogni uomo, anche se questi non è tra «coloro che camminano con lui». E chiede, con forti parole, a quelli che lo hanno scelto, di essere fedeli a una vocazione in cui è in gioco l’amore e l’onore di Dio.

 

 

3 Ottobre 2021

Ventisettesima domenica del tempo ordinario

Matrimonio: c’è un gran vuoto tra Vangelo e costume contemporaneo

 

Gen 2, 18-24
Sal 127
Eb 2, 9-11
Mc 10, 2-16

Se vi è un testo evangelico noto, eppur oggi sconcertante, è questo brano, sulla indissolubilità del matrimonio. Oggi il ma­trimonio è spesso respinto in principio, spesso assunto senza intenzione di vincolarsi. Questo è il dato del costume: non si può far l’amore per dovere, non si può rinunciare all’amore per una legge. I vincoli tra uomo e donna sono divenuti oggetti di un consenso quotidiano, sempre rinnovabile, ma non irreso­lubile. Si sono moltiplicati i corsi matrimoniali, ma essi sono impotenti sia a stabilizzare il vincolo che a imporre l’inten­zione di non escludere la fecondità.

Tra questo brano del Van­gelo e il costume contemporaneo vi è un gran vuoto. Non si tratta abitualmente di rifiutare la obbedienza alla norma, il che configura l’intenzione di un peccato. È più comune consi­derare l’indissolubilità come norma caduta in desuetudine, non più vincolante. E, quindi, eliminabile con convinta inno­cenza.

Nel Vangelo la parola di Gesù non è mai rivolta a un com­portamento esteriore, ma si riferisce a un dato interiore. Per questo ha forma paradossale. E paradossale sembra questa norma ai discepoli, che gli ribattono: se questa è la regola, è meglio non sposarsi. E Gesù risponde: non tutti comprendono questo linguaggio, ma quelli soltanto a cui è donato.

Questo testo di Marco (Mc 10,2-16), come il parallelo di Mt 19,1-9, chiarisce la vo­cazione cristiana che sta alla base del matrimonio indissolu­bile. La sua regola non è l’amore dell’uomo e della donna, ma è l’amore per Dio. Solo un dono dello Spirito rende possibile un vincolo che ripugna, in forma diversa, ai costumi di tutti i tempi. Sinché si visse in cristianità, quel vincolo era sorretto dal consenso della comunità, anche se ciò poteva dar corso a situazioni dolorose e ingiuste. Quanto raramente, nella cristia­nità, i matrimoni, specie da parte della donna, erano compiuti in libertà evangelica! Di questa parola di Gesù si è abusato perché il rigore del vincolo soffocasse la dignità della libertà femminile. Oggi non è più così: la volontà della donna può es­sere sempre meno forzata, sia alla scelta sia alla permanenza nella scelta.

Il matrimonio indissolubile torna a essere il vincolo della libertà esteso al quotidiano, un vincolo che solo la potenza dello Spirito può rendere vivo nel cuore.

Solo la grazia dello Spirito può rendere accettabile e gra­dito ciò che, secondo la natura, può essere un sacrificio del cuore. Se la presenza dello Spirito non investe la vita, il co­stume è ormai insufficiente a trattenere una condizione, il vin­colo indissolubile, che pure suona come una esigenza della na­tura, la forma più desiderabile della convivenza tra uomo e donna.

Solo se cresce la preghiera interiore, l’ascolto della voce dello Spirito, solo se il mistero di Cristo investe la vita, è possi­bile mantenere il vincolo quando l’innamoramento è finito, l’amore spento, la convivenza tediosa.

In questa materia, ognuno è giudice del suo cuore e sa di­scernere il comportamento da adottare. Ed è ben difficile giu­dicare come Dio guidi le anime. È una guida diversa anima per anima, e la guida divina sa seguire l’uomo anche quando l’uomo non segue Dio.

È per questo che esiste aperto il problema canonico dei di­vorziati risposati: come conciliare la fedeltà alla parola con la discrezione delle anime e degli spiriti?

Questo brano del Vangelo, un giorno ovvio, oggi è dive­nuto problematico. Eppure la misura della nostra salvezza come civiltà e società sta nel poter trovare una potenza di dono che sappia andare oltre i sentimenti più caldi e intensi della persona.

 

 

 

10 Ottobre 2021

Ventottesima domenica del tempo ordinario

 Ma il regno di Dio va amato ben più della ricchezza

 

Sap 7, 7-11
Sal 89
Eb 4, 12-13
Mc 10, 17-30

Il Vangelo di oggi tratta il tema della ricchezza: come è dif­ficile, dice Gesù, a un ricco entrare nel regno dei cieli. Nella parola evangelica il regno dei cieli è la sequela di Gesù. A un giovane ricco e giusto, che chiedeva di essere perfetto, Gesù risponde invitando a seguirlo, dando i suoi beni ai poveri. E il giovane abbandona Gesù. Di qui il lamento del Signore.

L’i­dea di diventare un uomo di Dio, senza sicurezza, affidandosi solo alla predicazione, non ha attratto il giovane, come invece aveva affascinato i pescatori di Galilea. Ma ciò esclude i ricchi dal Regno, nessun ricco seguirà Gesù? No, dice il Signore, Dio può convertire anche il cuore di chi rimane ricco. E aggiunge, rivolto ai discepoli che chi abbandona fratelli, sorelle, padre, madre, case e campi a causa di Gesù, riceverà cento volte tanto «già al presente e nel futuro la vita eterna».

Con queste parole Gesù non vuol dire che chi lo segue si arricchisce e che condizione del seguirlo è essere poveri. Il senso ultimo di questa parabola è che ricchezza e povertà sono condizioni umane entro cui è possibile ricevere il Regno, ma che il Regno va amato più della ricchezza e che la povertà non è di per sé il titolo di appartenenza al Regno. Il regno di Dio riguarda il cuore umano, non le condizioni sociali. Ciò non to­glie che il Regno non può essere indifferente alle condizioni sociali, non può cioè essere neutro rispetto alle condizioni della vita terrena. La divisione degli uomini secondo criteri so­ciali, che non è accettata nel regno di Dio, non è accettata nemmeno sulla terra: perché è sulla terra che si instaura il re­gno di Dio. In questo senso l’idea di una riforma della vita sociale ha fatto parte sempre del cristianesimo, che non accetta la divisione degli uomini nella storia appunto perché respinge tale divisione nel regno di Dio.

Il regno di Dio nella storia richiede il superamento a un tempo del dominio del potere politico sulla società e la dise­guaglianza economica che diviene differenza di umanità. I tempi in cui viviamo non accettano né il dominio né la dise­guaglianza sociale radicale ed è un valore laico e comune cer­care di ridurre l’uno e l’altra. Possiamo dire che l’incontro del­l’ovest e dell’est e quello del nord e del sud sono un segno di progresso del regno, di un suo scendere nella storia umana? Questi valori, la libertà e l’eguaglianza, sono il volto del Re­gno nella storia e si sono affermati come universali in questo secolo con terribili sofferenze umane.

Lo Spirito cammina nella storia nel segno della croce. Per il cristiano nella storia cresce il regno di Dio. Sono passati due millenni da Gesù Cristo, poca cosa rispetto alla storia millena­ria dell’uomo, anche se il tempo si è fatto più stretto e veloce.

Oggi i nostri cuori sono tristi perché non vediamo un oriz­zonte sicuro, la velocità dei cambiamenti può farci paura. Ma la fede ci dice che la storia è il luogo del Regno.

San Tommaso d’Aquino ha esposto la storia della salvezza come l’uscita della creazione da Dio e il suo ritorno in Dio. Quello che vi­viamo è il tempo del ritorno, iniziato per Tommaso con Gesù Cristo.

Dopo la fine del comunismo, molti hanno perso la fede nella storia. Un cristiano non può perderla perché fa parte della sua stessa adesione al Dio che si è rivelato perché la terra e il cielo siano un unico Regno.

La fede cristiana è la fede nel ritorno delle cose alla perfe­zione che esse hanno nel pensiero divino. Un cristiano ha fede nella storia perché ha fede in Dio. Questa fede va oltre ricchezza e povertà, dominio e schiavitù, potere e soggezione, ma sa che nella perfezione di Dio, non vi è dominio, potere o soggezione e che il regno di Dio cammina con le gambe degli uomini e, al tempo stesso, con la potenza dello Spirito. Que­sto Vangelo ci ha spinto oltre il testo, ma come non sentire il peso del politico, dell’economico e del sociale, di cui questo Vangelo è carico, in questo secolo, il secolo del capitalismo e del comunismo?

 

 

 

17 Ottobre 2021

Ventinovesima domenica del tempo ordinario

Dalle sacre Scritture una lezione di eguaglianza perché è il cuore a decidere

  

Is 53, 2a.3a.10-11
Sal 32
Eb 4, 14-16
Mc 10, 35-45

Il Vangelo di questa domenica ci porta nel cuore della prima comunità di discepoli, riunita attorno a Gesù. Tra di essi vi sono i discepoli della prima ora, i fratelli Giacomo e Gio­vanni. Essi si sentono una sola realtà con Gesù, sanno che è il Messia di Israele, la sua causa è la loro causa.

Gli chiedono di essere vicini a lui, l’uno a destra, l’uno a si­nistra, quando comparirà nella sua gloria.

Questo desiderio è comprensibile, è normale nella vita umana. E i due uomini sono generosi. Gesù ricorda che egli sta per passare attraverso il regno della morte: il calice che egli deve bere è quello della passione. E i due discepoli affermano, da valorosi guerrieri, di essere disposti a quello.

Gesù risponde ricordando che la grandezza nel regno di Dio non è una ricompensa proporzio­nata ai meriti acquisiti nel servizio di Dio nella vita terrena. Il Padre sceglie con una libertà che è anche la suprema giustizia: egli vede il cuore, non le opere. L’incontro di un’anima con Dio contiene la giustizia, ma la giustizia non è la misura dell’amore. Nel regno di Dio, il Padre scende verso ciò che è più abbandonato, predilige i peccatori, perché conosce il do­lore del male. Per questo anche i giusti vengono accolti dal Pa­dre con il criterio della misericordia. Il Padre non nega la giu­stizia, la compie oltre misura.

Gesù non ha rivelato ai cristiani le diversità del Paradiso, i molti modi in cui Dio si manifesta agli uomini accolti nella sua gloria. Esiste una soggettività paradisiaca, la gioia dell’Eterno si riflette in tanti modi quanti sono gli uomini. Su questo campo l’immaginazione non osa correre, ma la gioia divina è misurata sulla nostra storia e sulla nostra persona. Il nostro volto terreno è anche il nostro volto eterno. E con esso le rela­zioni umane, le persone, che hanno costruito con noi la nostra storia.

Gesù ha però indicato ai discepoli come imitare sulla terra il Regno: non volendo dominare gli uni sugli altri. Questo con­siglio è impossibile materialmente, perché anche i segni del Regno sulla terra, le Chiese, sono istituzioni e, quindi, hanno una gerarchia, una disciplina, un comando. Ma vale come indi­cazione interiore: indica il modo in cui le Chiese debbono vi­vere la loro natura di istituzione per assimilarsi al Paradiso, pur nei limiti della storia.

Sorgono inevitabilmente nella Chiesa problemi di giusti­zia. Poiché anche nel Paradiso Dio compie la giustizia, pur nella universale misericordia, un criterio di giustizia si impone anche nella Chiesa. È il problema che le religiose hanno posto circa la loro condizione nei dicasteri ecclesiastici. E in genere ciò riguarda il problema della promozione della donna nella Chiesa.

Ma rimane vero che la giustizia, essenziale alla pienezza della vita ecclesiale, non ne è, però, il cuore. Gesù ricorda, alla fine di questo Vangelo, che egli è venuto non per essere ser­vito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti.

È questo atto di oblazione che i discepoli vengono chiamati a imitare. È l’atto del Cristo: forse proprio questa capacità di dono, magari sconosciuta a chi dona, è la luce con cui il Padre dona la sua vita alle singole anime nel Paradiso.

I due apostoli sono le colonne della Chiesa apostolica, as­sieme a Pietro. Il rimprovero di Gesù vuol limitare la loro au­torevolezza, ricordando che anch’essi avevano pensato a una gloria contrapposta, a quella degli altri discepoli. È un po’ la ragione per cui i Vangeli raccontano i rimproveri di Gesù a Pietro e la triplice negazione. Ogni uomo ha dignità infinita in­nanzi a Dio, in forma diversa, ed è questa perfetta eguaglianza che ci è data a modello del nostro cuore.

 

 

 

24 Ottobre 2021

Trentesima domenica del tempo ordinario

 I miracoli di Gesù e quelli della tecnologia

 

 Ger 31, 7-9
Sal 125
Eb 5, 1-6
Mc 10, 46-52

Può disilluderci un Vangelo che ci racconta solo un mira­colo, la guarigione di un cieco. Ben altri miracoli l’uomo fa oggi. Eppure sorge la domanda se i miracoli della tecnologia sarebbero avvenuti se Gesù non avesse operato miracoli, se non avesse mostrato che l’uomo può molto di più di quello che il suo potere fisico e corporeo gli concede.

Se Gesù non avesse detto che l’uomo è figlio di Dio, chia­mato a divenire «partecipe della natura divina», questa impro­babile avventura umana della cristianità non sarebbe partita. Sotto l’immensa ondata barbarica che dal nord, dall’est e dal sud distrusse la grande millenaria civiltà mediterranea appena quattro secoli dopo Cristo, essa sarebbe andata distrutta. Il culto cristiano per la Scrittura e la tradizione, unito all’afflato universalistico del cristianesimo trasformarono la più grande migrazione di popoli in ciò che oggi diciamo Europa.

Se Gesù non avesse avuta la cura e la misericordia per il corpo, l’intelligenza dell’eterno che egli ebbe, l’amore della sapienza iscritta nel mondo, nella lettera e nella mente, se avesse fondato una civiltà di monaci, come Buddha, o di guer­rieri, come Maometto, la grande eredità greca, latina ed ebraica sarebbe andata perduta.

Se Gesù non avesse avuta la cura e la misericordia per il corpo, l’intelligenza dell’eterno che egli ebbe, l’amore della sapienza iscritta nel mondo, nella lettera e nella mente, se avesse fondato una civiltà di monaci, come Buddha, o di guer­rieri, come Maometto, la grande eredità greca, latina ed ebraica sarebbe andata perduta.

«Non abbiate paura» ha detto il Papa, scrivendo un libro, come facciamo in tanti, per consegnare la speranza che non confonde in un oggetto di uso quotidiano. Per questo Barti­meo, il «figlio dell’impuro», di cui ci parlano Matteo, Marco e Luca, il cieco del Vangelo di questa domenica, è un segno. Gesù ha aperto la mente dell’uomo e ha posto in essa il seme dello Spirito Santo.

La tecnologia è frutto di quel gesto. È Gesù colui che conduce l’uomo dalla natura alla metanatura. Ed è per questo che la speranza del Papa è più papale dei ti­mori del Papa sui limiti della nostra civiltà.

La civiltà della cri­stianità nasce da Cristo: «Non abbiate paura, sono io», dice ancora il Risorto all’umanità terrorizzata dal possedere in sé stessa i mezzi della annichilazione della vita. Come Bartimeo, seguiamo il Signore. Magari non lodandolo.

Quando mai le scienze occidentali della natura, figlie della cristianità, matrici della tecnologia, si riconoscono in Bartimeo, nel cieco «figlio dell’impuro»? Eppure, solo perché è figlia della cristianità, la tecnologia è solo una tappa verso l’escatologia, il giorno in cui Dio sarà tutto in tutti e i corpi gloriosi abiteranno le stelle. Forse prima di allora i figli di Bartimeo avranno già prese­gnato con le opere della tecnologia l’immensità dello spazio.

«Non abbiate paura». Le parole di Cristo e di Pietro tor­nano nella nostra mente, mentre il cielo si oscura del sangue ebreo, del sangue slavo, del sangue cristiano in terra d’Islam. Né l’Algeria, né Tel Aviv, né Sarajevo fermano il cammino di Bartimeo verso la luce dei nuovi cieli e della nuova terra.

Sia pace su queste terre mediterranee, di nuovo crocevia delle civiltà di tutto il mondo.

Di nuovo Gerusalemme e Roma, la città degli ebrei, la città dei gentili, la città dell’Antico Testamento, la città del Nuovo Testamento, la città di Pietro, la città di Paolo guardano venire verso di loro «la ricchezza delle nazioni». Perché il cuore del mondo sta là dove per primo ri­suonò il solenne invito a non aver paura della storia.

 

 

 

31 Ottobre 2021

Trentunesima domenica del tempo ordinario

 Amore, comandamento e l’involuzione della civiltà cristiana

  

Dt 6, 2-6
Sal 17
Eb 7, 23-28
Mc 12, 28-34

Il Vangelo di questa domenica ci mostra una possibilità straordinaria, che non si è verificata. Raramente la storia ci evita i contrasti, è il regno della lotta. Era possibile che il popolo ebraico accettasse Gesù come Messia.

Nel brano di Marco che oggi si legge, Gesù e un dottore della Legge coinci­dono nel definire l’essenza della legge data da Dio al popolo ebraico. Essa consiste in due precetti: ama Dio con tutta la tua anima, tutta la tua mente, tutte le tue forze; ama il prossimo tuo come te stesso.

Queste parole suonano come il riassunto del cristianesimo; sono invece, per un ebreo dotto e credente, come lo sono per Gesù, l’essenza dell’ebraismo. Era possibile evitare la frattura tra Israele e il Cristo?

Mi sono chiesto, più volte, perché, dopo che Gesù ha di­chiarato che «non vi sono comandamenti maggiori di questi», i cristiani non abbiano posto queste parole, tratte una dal Deu­teronomio e una dal Levitico, due libri della legge biblica, come i comandamenti fondamentali della morale, ma abbiano preferito il Decalogo del libro dell’Esodo, che, del resto, non ha nella tradizione ebraica, il valore che ha in quella cristiana.

Sarebbe stato lo stesso se, per secoli, millenni di cristianità, ai bambini e agli adulti, ai popoli bambini e ai popoli adulti, ai popoli del X secolo e a quelli del XX secolo, fossero stati inse­gnati questi comandamenti, e non i grandi precetti negativi del Decalogo?

Infine, è Gesù che dice che i due precetti che cominciano con «ama» sono più importanti dei dieci precetti inquadrati dal «non». Per dire «non uccidere, non fornicare, non rubare, non mentire, non essere adultero o adultera», non occorreva che il Figlio di Dio si facesse carne e abitasse in mezzo a noi. In Seneca vi è molto di meglio che il Decalogo: e poi, in quale legge, non ci sono questi precetti di ordine civile, bastioni con­tro la violenza? In sostanza, il consenso tra Gesù e lo scriba che lo interroga non ha dato forma alla cultura cristiana, non lo ha fatto almeno nella misura in cui questo brano del Van­gelo permetteva di pensarlo.

È vero che, per educare i barbari, la Chiesa ebbe a che e fare con le peggiori ondate di popoli barbarici nella storia mediterranea e la paura era miglior consi­gliera dell’amore: ma siamo sicuri che fosse necessario proce­dere così?

Noi oggi siamo provati da una quantità di precetti morali, che ormai l’ecologia rende sempre più pervadenti. Siamo arri­vati al «non fumare» e al «non mangiare pesce in tempo di co­lera». Ma manchiamo di motivazioni a vivere. Il dramma della giovanissima generazione nasce dal fatto che non ha motiva­zioni interiori.

Se la famiglia muore, non è perché parole come «ama Dio con tutta la tua mente, la tua anima, il tuo cuore, le tue forze» e «ama il prossimo tuo come te stesso» non sono co­mandamenti ma, al massimo, memorie e buoni pensieri?

L’amore è un dovere, l’interiorità del cuore e l’esteriorità dell’azione sono inseparabili, il diritto è l’altra faccia di una obbligazione, di un «dovere». Se nei secoli cristiani avessimo insegnato questa unità dell’amore e del comandamento, in­vece di fare dell’amore un sentimento e della morale un pre­cetto, forse non saremmo giunti a questo momento di involu­zione della cristianità e della civiltà umana.

 

 

 

1 Novembre 2021

Tutti i santi

Le beatitudini riguardano il presente non il futuro

  

Ap 7, 2-4.9-14
Sal 23
1 Gv 3, 1-3
Mt 5, 1-12

Il Vangelo di Ognissanti è il Vangelo delle beatitudini. Ed è quindi il Vangelo dello Spirito Santo: per capirlo bene, oc­corre intendere le beatitudini come annunci rivolti al pre­sente. Non sono l’annuncio di un premio futuro, questa non sarebbe novità evangelica, perché tutte le religioni, compresa quella dell’Antico Testamento, prevedono che, nella vita oltre la morte, i giusti ottengano la gioia eterna.

La novità evange­lica è altra. Intanto non parla di opere ma di situazioni umane, interiori: i poveri in ispirito, gli afflitti, i miti, coloro che hanno fame e sete della giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, i pa­cifici, i perseguitati a causa della giustizia, i perseguitati a causa del Cristo. Nessuna di queste condizioni è un’opera buona. Sono situazioni interiori, riguardano la dimensione spi­rituale dell’uomo e non hanno attributo di potenza sociale. Esistono in questi uomini, contestualmente, una apertura del cuore e una debolezza storica, non sono realtà definibili so­cialmente. Sono realtà spirituali e mondanamente deboli, ap­punto perché spirituali.

Solo Matteo riferisce con precisione questo testo, lo fa come una definizione degli uomini a cui Gesù rivolge il suo appello. In Luca non ha la medesima ric­chezza e profondità. Lo stesso tema in Luca sembrerebbe dar vita a un grido sociale.

Matteo, il giudeo cristiano Matteo, ha voluto esprimere qui il tipo storico del discepolo di Gesù e lo fa con una categoria biblica, il salmista si trova spesso nella condizione che qui Gesù indica, molti salmi sono l’antece­dente di questa pagina evangelica.

Gesù parte sempre dall’Antico Testamento, la parola della Scrittura è sempre la leva su cui può sollevare il suo mondo. Ma va oltre: le beatitu­dini riguardano il presente, non il futuro. È lo Spirito Santo che è la beatitudine in questo tempo.

Lo Spi­rito Santo, nella nuova economia che inizia con Gesù Cristo, scende nell’anima e nel corpo dei cristiani e li trasforma in membri del corpo di Cristo, divinizza la loro umanità. Beati voi, perché, nello Spirito Santo, diventate Dio, figli nel Figlio, templi dello Spirito Santo, adoratori del Padre.

Il testo è ri­volto a tutti gli uomini: non si rivolge ai soli ebrei, ma a tutti gli uomini. Chi accetta le beatitudini diventa nel cuore cristiano, anche se non conosce le parole della fede, se non è in grado di farle proprie.

I santi che noi onoriamo in questa festa sono so­prattutto i santi sconosciuti, quelli di cui non conosciamo il nome. Una stirpe infinita, che tende, nella speranza cristiana, a coincidere con tutta l’umanità. È importante onorare i santi: questi ignoti e quelli noti. Giovanni Paolo II ha proclamato più beati e più santi che tutti i papi di questo secolo. Ha voluto mostrare lo Spirito delle beatitudini che passa nella storia e in un secolo funesto per il cristianesimo come il novecento, pro­duce lo splendore della santità più alta, quella del martirio.

 

 

 

7  Novembre 2021

Trentaduesima domenica del tempo ordinario

 Il povero dona più del ricco perché dona sé stesso

 

 1Re 17, 10-16
Sal 145
Eb 9, 24-28
Mc 12, 38-44

Dolce Vangelo, questo, che, nell’imminenza della Pas­sione, ci dimostra la tenerezza di Gesù, il volto del vero amore per i poveri.

Gesù è dinanzi al luogo del tempio in cui i fedeli mettono le loro elemosine in grossi tronconi. I ricchi lasciano cadere le loro monete di bronzo e vengono lodati dal sacer­dote che presiede la questua. Veniva probabilmente indicata la somma e l’intenzione dell’offerta. Così si poté sapere che una vedova aveva deposto nel tesoro del tempio pochi spic­cioli.

Il suo obolo, dichiarato, avrà suscitato ironia per la sua modestia. Ma Gesù usa in quel momento del suo potere mes­sianico, quello di conoscere le cose segrete e il segreto dei cuori. E commenta: «In verità vi dico che questa povera vedova ha messo più di tutti quelli che hanno gettato offerte nel tesoro.

Tutti hanno messo del loro superfluo, ma questa, donna, nella sua indigenza, ha messo tutto quello che possedeva, il suo so­stentamento». Gesù vuol dire: non ha dato solo denari, cose, ma sé stessa; si è affidata liberamente e interamente alla prov­videnza divina. Ha dato a Dio ogni sua sicurezza.

I poveri donano più facilmente che i ricchi, perché non sono dominati dal bisogno di sicurezza. Ma ai poveri coni-sponde il vizio dell’avidità, come ai ricchi quello dell’avarizia. La povera donna del Vangelo non è avara, perché non ha beni; non è avida perché dona del suo.

Tutti amiamo la sicurezza in questo mondo, anche se sap­piamo che tutto è malsicuro. Rimane tuttavia il fatto che avidità e avarizia, il male dei poveri e il male dei ricchi, si divi­dono equamente il mondo.

Non è possibile seguire il Signore e rimanere legati al pos­sesso delle realtà terrene. Ma come servire il Signore senza mezzi umani? Fu il problema che si pose a san Francesco. Se voleva chierici tra i suoi frati doveva permettere loro altra scelta che lavorare manualmente o mendicare. Per avere dot­tori della Chiesa occorreva avere case, scuole, mezzi: come conciliare la povertà assoluta con la presenza efficace nel mondo? Non c’è soluzione a questo problema, che è stato di­scusso in una importante sessione del Sinodo dei vescovi avente a oggetto la vita consacrata al Signore con i voti di po­vertà, verginità e obbedienza. Anche il servizio dei poveri ri­chiede mezzi. Una delle più belle opere di carità, quella di pa­dre Werenfried van Straaten, che da decenni opera per sostenere i cristiani perseguitati, si fonda su una colletta continentale.

Chiede danaro per dare doni efficaci. Gesù ci insegna che i beni di questo mondo sono mezzi e la qualità del loro uso di­pende dalla qualità dell’amore che noi diamo al nostro cuore. Lo Spirito Santo ispira a ognuno il modo di servirsi dei propri beni e la regola è diversa da persona a persona. La ricchezza e la povertà sono la forma concreta della libertà nel mondo. L’e­guaglianza è il frutto del dono, non della rapina. La lunga sto­ria del comunismo dovrebbe aver insegnato che abolire la li­bertà per ottenere l’eguaglianza non realizza altro che peg­giori forme di diseguaglianza.

Il bene sulla terra è fatto dalla libertà, non dalla forza. La povera donna del Vangelo, che fu tutta potenza di dono, ha realizzato la vocazione umana: essere solo dono.

Ma questa possibilità è affidata alla libertà umana. Per questo non comprendo il gusto di parlare di «opzione per i po­veri», invece che di dono universale.

Ci possono essere dei cri­stiani che assistono o aiutano i poveri e, per la verità, sono an­che tanti. Ma credo che la possibile e reale avarizia dei cre­denti non ci impedisca di ricordare che l’opzione di Gesù è per tutti gli uomini, anche per i fastosi ricchi che buttavano nel te­soro le loro sonanti monete.

 

 

 

14 Novembre 2021

Trentatreesima domenica del tempo ordinario

 Passato e futuro ricongiunti per non appassionarci di cose che non ci appassionano

 

Dan 12, 1-3
Sal 15
Eb 10, 11-14.18
Mc 13, 24-32

Il Vangelo di Marco, che leggiamo in questa domenica, pe­nultima dell’anno liturgico, tratta uno dei temi più ricchi e più complessi di tutta la rivelazione cristiana: la fine della storia umana, la sua conclusione nel ritorno glorioso di Gesù sulla terra, nella pienezza della realtà divina. La storia umana ha un termine, ci dice Marco: la risurrezione di Cristo diviene la realtà di tutti gli eletti, di tutti coloro che sono chiamati a far parte della sua divina pienezza.

Il testo di Marco non parla di giudizio, annuncia l’unione tra Dio e gli uomini nella gloria di Dio e dell’uomo. Essa comporta un mutamento nella realtà del cosmo, la venuta di Cristo è una teofania, è una manifesta­zione piena e totale della realtà divina nella realtà creata.

La storia dei popoli cristiani è divenuta per questo desiderio della pienezza della storia, di una fine che è un fine, l’oggetto dun­que di un desiderio, di un compimento. Questo testo, così dif­ficile a comprendersi, ha dominato la storia della cristianità, persino nella forma secolarizzata di essa, che abbiamo chia­mato a lungo occidente.

Un testo così umanamente incredibile e così storicamente efficace; un testo che annuncia un compi­mento della storia dell’umanità nell’eterno. Esso ha mutato nella coscienza umana l’asse del tempo umano, spostandone l’asse dal passato/presente, proprio delle culture pagane, al passato/presente/futuro, il modo proprio delle culture dei po­poli cristiani. La società tecnologica in cui viviamo sa ormai che la vita dell’uomo sulla terra consuma la terra.

Il messaggio del tempo ultimo è entrato nella coscienza comune. Tutti ora sappiamo che la speranza della storia umana è l’intervento di un evento che non è a disposizione dell’uomo. Tecnologia ed ecologia ci introducono tutte all’idea che la condizione umana, nella sua forma presente, ha un tempo limite. Il tempo storico è fisicamente limitato. L’umanità attende una fine, an­che se non avesse un fine.

Per questo lo scarno testo di Marco che leggiamo in questa domenica ci porta ai nostri pensieri non abituali ma pur pre­senti: l’uomo ha un senso che va oltre la sua esistenza? Il crea­tore del senso non lo ha in sé stesso? Questa meravigliosa sto­ria della coscienza è un evento casuale e insignificante in un piccolo pianeta nell’universo delle galassie?

Il testo di Marco ha stabilito il principio che la storia ha un fine e una fine e che il fine e la fine sono la divino-umanità, Dio e l’uomo divenuti una sola realtà. Passato e futuro sono ri­congiunti dall’eterno.

Solo la fede può farci accettare la nostra stessa storia, il no­stro modo di essere uomini. Questo Vangelo custodisce l’es­senza della nostra civiltà. Gli occhi della fede sono un dono dello Spirito Santo, che si offre alla nostra libertà, ma che ha in sé una drammatica inderogabilità. Il problema del senso della storia umana è facilmente rimovibile, ma non eliminabile. In questo tempo, nella società della tecnologia e dell’eco­logia, il drammatico contrasto tra la potenza della mente umana e i limiti del pianeta terra pesano sul sentimento co­mune della vita. Molto di quello che facciamo è un mezzo per evadere all’esterno di noi stessi, per appassionarci di cose che non ci appassionano.

L’uomo è maggiore del pianeta terra. Per questo l’uomo ha senso solo se è chiamato a una condizione fisica e cosmica omogenea alla potenza della mente umana. Questa proposi­zione non è irragionevole, ma può essere pensata solo innanzi alla possibilità dei «nuovi cieli» e della «nuova terra» annun­ziati dalla rivelazione.

È innanzi all’affiorare della coscienza del fine e della fine che il problema del divino e dell’eterno tornano in termini che non erano conosciuti prima di questa generazione. Il comunismo è stata l’ipotesi di una pienezza immanente alla storia stessa, la sua fine ripropone il problema del senso dell’uomo in termini che non appartengono alla no­stra memoria.

Questo Vangelo obbliga a una scelta interiore, libera ma inevitabile. E il futuro del nostro tempo dipende dalla qualità della sua speranza.

 

 

 

21 Novembre 2021

Ultima domenica del tempo ordinario: Cristo, re dell’universo

Il re dei «chiunque»

 

Dn 7, 13-14
Sal 92
Ap 1, 5-8
Gv 18, 33-37

Il Vangelo secondo Giovanni che leggiamo racconta uno dei momenti di più alta drammaticità del Vangelo. È il cuore del processo a Gesù: «Tu sei il re dei giudei?» domanda Pilato. È infine la domanda che si erano fatti gli stessi giudei, e ave­vano risposto di no. Per i giudei era il rifiuto di passare dal­l’Antico al Nuovo Testamento, di seguire Dio in un cammino inatteso.

Il rifiuto di Israele era un evento religioso, riguardava la storia di Dio nel suo popolo. Il rifiuto di Israele è un gesto che si ripercuote nel tempo, segna il progetto di Dio stesso, il ri­fiuto di Israele concerne Dio, lo tocca. Pilato è la storia umana, la storia del popolo che ha creato una cultura che di­verrà, proprio grazie al Cristo, la cultura del mondo.

La mae­stà del potere storico e del potere civile, che deve mantenere l’ordine e la civiltà. Pilato è Roma, la dignità di Roma, il ver­tice politico del mondo antico, la matrice dell’occidente.

Pilato non sa che Roma vivrà nei secoli futuri perché colui che gli sta innanzi manderà verso Roma il suo nuovo popolo, la Chiesa di Dio: «Dici questo da te oppure gli altri te l’hanno detto sul mio conto?».

La controdomanda di Gesù è al centro di processo. Sono forse i giudei che hanno detto a Pilato che Gesù è il re dei giudei? L’hanno accusato dinnanzi a Pilato proprio di ciò per cui lo hanno respinto? Hanno, di fatto, in­nanzi a Roma, i giudei riconosciuto che Gesù è il Messia di Israele? E Pilato non entra nella questione: «La tua gente e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me: che cosa hai fatto?».

Egli vuole giudicare il fatto con equità. Ha ricevuto una accusa in termini politici, si rende conto che essa ha un ri­svolto religioso. E, quindi, riprende, con corretta procedura ro­mana, e chiede all’imputato di difendersi, esponendo i fatti: «Che cosa hai fatto?» chiede Pilato. È un processo regolare che Pilato vuol fare, conformemente alla concezione romana del valore della forma, del valore del diritto.

E Gesù risponde a Pilato in forma propria. Si difende, in forma corretta: «Non ho commesso alcun fatto contro il potere di Roma, non ho vio­lato la legge romana. Il mio regno non è di questo mondo: se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai giudei: ma il mio regno non è di quaggiù».

È una difesa piena: «Io non ho vio­lato la legge di Roma, la prova è proprio il fatto che io non mi sono difeso contro il potere giudaico». Ma Pilato ha ascoltato bene la prima parola di Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo». Pilato capisce che in realtà Gesù tocca anche un ele­mento del potere romano: la sacralità dell’imperatore. Una novità dell’impero, rispetto al regime dei consoli e del senato.

E torna alla domanda: «Dunque tu sei re?». Qui si apre il conflitto che per tre secoli opporrà il cristianesimo all’impero.

La risposta di Gesù è universale quanto e più di Roma, en­tra nel cuore della cultura ellenistica e romana: «Io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità ascolta la mia voce».

Era un altro regno universale e interiore, di cui Pilato non poteva comprendere il senso ma avvertiva la minaccia.

Il Cristo Re è il re degli uomini, delle persone: «Chiunque» è il nome del singolo. Non è il re della folla, è il re delle per­sone. Il re dei «chiunque». Pilato non poteva comprendere, ma poteva avvertire che in quella figura c’era più che un agita­tore ebreo. Roma aveva inteso ciò che Israele non aveva ca­pito. Dopo tre secoli di lotte Roma avrebbe ceduto al Cristo e, in cambio, sarebbe divenuta anch’essa segno spirituale. La «città eterna».

 

 

Un commento su “Commenti al Vangelo della Domenica”

  • La vostra iniziativa di pubblicare i commenti di Gianni ai vangeli della domenica è molto bella e mi auguro che sia programmata a tempo indeterminato.

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