Dt 30, 10-14
Sal 19
Col 1, 15-20
Lc 10, 25-37

In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai».
Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levìta, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così».
Commento al Vangelo della Domenica di don Gianni Baget Bozzo

L’eguale dignità di ogni uomo è un modello vigente nel mondo di cultura cristiana
Il Vangelo di questa domenica è un testo notissimo, forse uno dei più conosciuti dei Vangeli. Gesù
incontra un dottore della legge che gli pone una domanda: «Che devo fare per avere la vita
eterna?». Si tratta di un fariseo, perché i farisei credevano nella risurrezione finale e, quindi, nella
vita eterna. Gesù risponde domandandogli che cosa stia scritto nella Legge, nella Torah, la parte
fondamentale della Scrittura per tutti gli ebrei. Ed è il fariseo a rispondere: «Ama Dio con tutto il
cuore e il prossimo tuo come te stesso».
Il dottore della legge domanda: chi è il prossimo? La risposta di Gesù è: qualunque uomo. E
racconta la storia del non giudeo, un samaritano che soccorre un giudeo, ferito dai ladri, e
trascurato da un sacerdote ebreo e da un levita che gli erano passati accanto. Gesù reinterpreta la
legge ebraica ritornando al tempo prima di Abramo, il tempo di Adamo, in cui tutti gli uomini
appaiono come una sola famiglia.
Il racconto della creazione dell’uomo e della donna nel Genesi sottolinea fortemente l’unità di tutti
gli uomini in Adamo ed Eva, quindi come fratelli in umanità di là di ogni vincolo di cultura, di
religione e di stirpe. L’intenzione ultima della Torah non può non essere quella di ricondurre gli
uomini alla loro origine, e quindi a vivere come una famiglia unica. In questo modo appare il modo
in cui Gesù si comporta rispetto all’ebraismo: lo vede come teso a ristabilire, con i suoi
comportamenti, l’unità della famiglia umana, l’unità degli uomini oltre le differenze storiche.
Era questa una utopia, la prima utopia che sia stata pensata: l’idea di una universale comunione di
fraternità umana? Questa utopia, che non si riferiva ad un ordine sociale ma ad un atteggiamento
interiore, si è realizzata.
Nella nostra cultura, anche fuori della fede cristiana, l’idea della eguale dignità di tutti gli uomini è
divenuta una idea comune. L’unità degli uomini, l’eguale dignità di ogni uomo, è un modello
vigente, nel mondo di cultura cristiana, anche se in forma secolarizzata: e, di fatto, questo modello
si è esteso anche a culture non cristiane. Ovunque l’Occidente è giunto, il modello si è imposto a
tutti gli uomini.
Ci sono vocazioni diverse e storie diverse: ma, in questa storia del buon samaritano e nella
definizione di ogni uomo come il prossimo, tutti sono concordi. Non possiamo immaginare altro
modello finale della storia che la realizzazione della unità della famiglia umana.
È caduta l’utopia del comunismo, cioè della realizzazione con la forza del potere, di questa unità,
ma il modello della fraternità universale rimane. Solo che esso oggi appare come un imperativo
rivolto alla persona e non alle istituzioni, alla società come tale. E, se consideriamo la parabola,notiamo che il samaritano non fa ragionamenti, ma si muove per un sentimento personalissimo: lacompassione.
Che cosa c’è di più ragionevole e al tempo stesso irragionevole che la compassione? All’Occidente
pesa la sua ricchezza di fronte alla miseria del resto del mondo. L’Occidente sente la compassione,
ma non riesce a pensare un modo in cui realizzarla. La storia futura dipende da questa tensione che
ci portiamo in seno. E tuttavia, nella impossibilità di realizzare le istituzioni della compassione,
l’atteggiamento personale è l’unica via rimasta. Ma appunto ad esso si rivolgeva Gesù. Per questo
non ha fatto ragionamenti, ma è ricorso a un racconto: quello di un uomo che, oltre le sue
convinzioni, quindi oltre la sua concreta ragione, si lascia trasportare dal suo cuore. E cuore nel
cristianesimo è divenuta la parola decisiva, quella che indica la dimensione dell’uomo, lo spirito, in
cui, per i cristiani, Dio si riflette.
Il Dio cristiano è morto di compassione, ha scritto Nietzsche. È vero il contrario: la compassione
della persona è la dimensione più universale per cui il Dio, che Gesù ha rivelato, vive anche in chi
l’ha abbandonato per strada o non l’ha mai conosciuto. È in questo senso che l’Occidente è ancora
la cristianità.
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