3 Dicembre 2023
Prima domenica d’avvento

Is 63, 16-17.19; 64, 1-7
Sal 79
1 Cor 1, 3-9
Mc 13, 33-37

In quel tempo Gesù disse alle folle: Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare. Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!».

Commento al Vangelo della Domenica di don Gianni Baget Bozzo


 

 

 

La fine del mondo e le attese deluse

«Tu, Signore, sei nostro Padre. Se tu squarciassi i cieli e scendessi!». Sono le parole del profeta Isaia che aprono la liturgia di questa prima domenica di avvento. In questa domenica, che inizia l’anno liturgico, appaiono sia il messianismo ebraico che quello cristiano. E le parole di Isaia ci dicono il senso di questa attesa, che non è quella di un regno politico, nemmeno in Israele. La domanda di Isaia è chiara: la discesa di Dio sulla terra. La fine del velo che separa il volto dell’uomo dal volto di Dio e che dobbiamo percorrere nella luce tenue della speranza. Le parole del Vangelo indicano il medesimo tema: la veglia. «Vegliate, perché non sapete quando il padrone ritornerà».

La fede ci dice che i cieli si apriranno, cioè che nell’universo si manifesterà la gloria di Dio che ora i cieli e la terra ci nascondono. Ma la cristianità è stanca dell’attesa. Il comunismo è stato la speranza di instaurare, con la forza dell’uomo sull’uomo, il regno di giustizia e di pace nel mondo. La sua fine ha ferito la speranza di milioni di uomini, che la parola cristiana aveva preparato alla fine della grande ingiustizia che domina la storia umana.
Ma forse anche per questo mai si sono levate nel mondo tante attese di una manifestazione divina che conchiude la storia.

Vi è un gruppo di credenti, i testimoni di Geova, che fissano periodicamente la data della fine del mondo: doveva essere il 1914, ora è rinviata al 2014. Essi pensano di computare i giorni della fine del mondo con un calcolo fondato su testi biblici del Vecchio e del Nuovo Testamento. I testimoni di Geova crescono ora numerosi in Italia e quasi tutte le forme neo protestanti hanno questo accento escatologico. Ma questo torna anche in tutte le apparizioni della Madonna, così diffuse nei nostri tempi. Nel mondo islamico, il successo della Shia, che domina l’Iran, ha anch’essa una sua escatologia immanente, la rivelazione dell’Iman nascosto. Anche la Shia ha una forte componente escatologica e messianica.

Infine, più laicamente, le possibilità che la scienza e la tecnica ci offrono aprono la via a una trasformazione della vita umana sulla terra e anche alla sua distruzione. Tutto ha fine, possiamo pensare che anche la vicenda umana non l’abbia? Il cristianesimo ha introdotto nel mondo questo concetto, che gli preesisteva in forme varie. La fede ci dice che il Risorto tornerà visibilmente e con lui tutte le anime degli uomini e delle donne la cui vita è contenuta nel seno del Padre, in ciò che, sulla base di una parola biblica chiamiamo il Paradiso, il luogo dell’origine dell’uomo, che è l’amore divino.
La ragione occidentale che considera solo l’esistente e non il possibile, non ci aiuta in questa domanda della fede. E ci lascia nel timore che il nulla sia la patria ultima del singolo come dell’umanità. La fede ci indica una possibilità diversa. E la storia umana è stata fatta dalla fede, non dalla ragione occidentale, che è venuta solo da qualche secolo.

L’umanità si sente come attratta dal divino, come il ferro dalla calamita. È la fine gloriosa dell’umano nell’eterno, una fata morgana, un sogno? Ebbene, allora «la vita è un sogno», perché essa sogna da sempre che i cieli si aprano e Dio discenda.

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