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La ferita del Concilio Vaticano II

La Chiesa e i cattolici si stavano dividendo su come interpretare il concilio. I teologi si sentirono improvvisamente al centro dei mezzi di comunicazione sociale: cominciò il rigetto della metafisica, con il rifiuto di San Tommaso come canone aureo della teologia. Una tradizione teologica, e quindi una o due generazioni di professori di teologia, furono marginalizzate. C’era nel mondo tardo moderno degli anni 60 un potere maggiore di quello dei Cesari: quello di stampa e televisione. Il postconcilio fu dominato da esse: Hans Küng divenne una star, non perché interessasse la sua teologia, ma perché essa negava il Cattolicesimo tradizionale. Romano Amerio chiamò quel pensiero “neoterico”, un termine dotto per sostituire il termine “progressista”, che mostra l’abbattimento della teologia sulla concezione della storia come necessario progresso.


Küng predica l’unità tra Ebraismo, Cristianesimo e Islam sulla base della messa in parentesi della divinità di Cristo. Questo è il punto terminale dell’autodistruzione della Chiesa che la Voce mi aveva manifestato nel ’58. Il rapporto tra Chiesa e modernità non poteva concludersi con la semplice accettazione della modernità da parte della Chiesa. Far nascere una rivista di teologia che sostenesse tutto questo era la mia soluzione al problema che il concilio mi aveva posto.


In quegli anni vivevo tra Roma e Genova, dove mia madre era malata. E vagabondavo per santuari. Avevo ormai accettato di rimanere nella condizione di isolato e di reietto, perché sentivo una grande forza in me. Eppure, il mio maggiore desiderio era quello di morire. Ero legato ai miei amici democristiani, mi dispiaceva non vederli. Giuliano mi chiede di ricordare i miei peccati. So che ogni cristiano convive sempre coi vizi capitali, ma quegli anni purificarono la mia parte cosciente. Non ho mai tradito ciò che in coscienza credevo giusto. Un rimorso però l’ho provato: per il fatto che negando a me stesso un successo mondano avevo ferito anche i miei genitori. Tante volte mi sono domandato se infine questo abbandono non nascondesse una mancanza di carità. Ma mi confortarono le parole di Gesù sul distacco dagli affetti. Se devo confessare un pentimento, è questo: lo sentii quando morì mia madre, nel ’67, nello stesso giorno in cui gli ebrei entrarono in Gerusalemme, fatto che sentii come un evento escatologico. Alla fine il cardinale aveva deciso per il sì alla rivista che gli proponevo. E pensai a un titolo che veniva da Gerolamo Savonarola: “Renovatio ecclesiae”, e dunque Renovatio. Siri ne parlò al Papa, e Paolo VI intese che iniziava una opposizione interna nella Chiesa italiana. La sua risposta a Siri fu: “Se proprio vuole…”.. All’inizio la rivista fu subissata da fischi e da rigetti. Le suore paoline, che diffondevano le pubblicazioni cattoliche, si rifiutarono di riceverla.


A quel punto Siri mi chiese se volevo farmi prete. So che, nel linguaggio ecclesiale, la vocazione è la chiamata del vescovo: ma io esitavo perché sentivo una grande ripugnanza per la Chiesa postconciliare. Poi, in un viaggio in Francia, nella cattedrale di Tours, la Voce mi disse di accettare la proposta del cardinale. E ciò cambiò immediatamente il mio stato d’animo. Desiderai farmi prete. Feci un iter ecclesiastico fulmineo: ricevetti gli ordini minori nel novembre ’67 e l’ordinazione sacerdotale nella mia parrocchia, in cui era iniziata la parola della Voce. Vennero alla ordinazione Dossetti e La Pira e l’ex sindaco di Genova, Gelasio Adamoli, che avevo conosciuto durante il mio mandato di consigliere comunale. Da quel momento cessò la definizione di tambroniano e di fascista.


Cominciò allora quello che fu il periodo più bello della mia vita: la vocazione al sacerdozio era la mia inclinazione originaria, portando la veste talare sentii che rientravo in me stesso. Infine avevo un vescovo sicuramente ortodosso, che aveva nella ortodossia il segno del suo magistero episcopale, dirigevo una rivista sicuramente ortodossa. E potevo lottare contro i neoterici: fare il prete e il teologo corrispondeva alla mia natura, quelli furono per me anni di vera pace con me stesso. Soffrivo però del fatto che i teologi ortodossi, non neoterici, non avessero accesso ai media. E allora, su una idea del segretario di Renovatio Alberto Gagliardi, presi l’iniziativa, senza dirlo al cardinale, di mandare l’editoriale della rivista, che era in essa anonimo, alla stampa, dichiarandone l’autore. L’iniziativa ebbe successo e il cardinale, niente affatto incline a usare i mezzi di comunicazione sociale, accettò l’idea. Da allora la cosa durò per dieci anni e credo abbia contribuito a riaffermare il prestigio del cardinale nella Chiesa italiana. Ma comprendevo che Renovatio non bastava. Bisognava entrare nel dibattito culturale italiano, e la via non erano i temi teologici, ma i temi politici, che ritenevo da tempo il segno e la manifestazione dei temi religiosi e teologici. Cominciai così a scrivere libri che affrontavano i temi del giorno come “Chiesa e utopia” (il Mulino 1972), e poi pubblicai da Vallecchi due libri sulla Dc: “Il partito cristiano al potere. La Dc di De Gasperi e Dossetti” e “Il partito cristiano e l’apertura a sinistra. La Dc di Fanfani e di Moro”. Scrissi quella storia, per dir così, dall’interno della teologia cattolica e dell’esperienza della Dc. E questo era il mio vantaggio sui neoterici, che infine parlavano solo della chiesa per cambiarne la figura.


Non sapevo allora che quella scelta avrebbe finito per allontanarmi da Renovatio, che era per me il luogo ideale: capivo che l’unico modo di incidere sulla Chiesa stessa era incidere sulla storia, e quindi su quella realtà inafferrabile che è l’opinione pubblica. Dei libri che scrissi allora, qualcuno anche con gli Editori riuniti, cioè con una casa editrice del Pci, non parlai con il cardinale, fu di mutua intesa il silenzio. Poiché era mio desiderio trovare accesso ai giornali, accettai volentieri l’invito di Eugenio Scalfari a scrivere sulla Repubblica. Avevo in comune con il direttore di quel giornale l’avversità alla Dc e la speranza in una evoluzione liberale del Pci, che pensavo potesse diventare per evoluzione interna un partito socialdemocratico. Scrissi persino un libro sulla lettera di Enrico Berlinguer al vescovo di Ivrea, Bettazzi, perché mi sembrava una prima tappa su quella strada. Speravo che il Pci potesse avere una influenza sul Pcus, cosa che Mikhail Gorbaciov ha verificato. Avevo buoni rapporti personali con molti comunisti, anche se certo non con il comunismo. Il libro su Berlinguer ebbe per risposta una levata di scudi di alcuni professori del seminario, che chiesero al cardinale di allontanarmi dalla cattedra di teologia dogmatica alla sede genovese della facoltà teologica dell’alta Italia. E il cardinale accettò.


Nel 1978 avvenne il rapimento di Moro. La prima lettera di Moro dal carcere delle Br giunse al Secolo XIX di Genova e ne riconobbi lo stile. Io ero certo che Moro potesse essere liberato, e che la trattativa fosse l’unico modo per conoscere che cosa fossero le Br, di cui lo Stato non sapeva nulla come esse non sapevano nulla dello Stato e in particolare della Dc. Ritenere che la Dc fosse il partito delle multinazionali significava non conoscere nulla della Dc. Mi dichiarai subito per la trattativa. E mi venne in soccorso l’iniziativa di Bettino Craxi per uno scambio di prigionieri. Sostenni a lungo la tesi socialista, e combattei il blocco del Parlamento decretato per impedire ogni dibattito. Intervenni con tale sicurezza che Craxi stesso ebbe il sospetto che avessi un contatto con le Br genovesi. Pensavo che non fosse il momento di portare il Pci nella maggioranza di governo e che portarvelo con la Dc avrebbe determinato una crisi dei due partiti, l’uno e l’altro senza alternative. Da quel momento il Psi fu il mio punto di riferimento.
Quell’anno fu segnato anche da un altro avvenimento: la morte di Paolo VI. Scrissi allora che speravo nell’elezione di un Papa straniero e che viaggiasse molto. L’auspicio era legato alla mia ispirazione fondamentale: volevo un papa che rompesse il dominio dei teologi progressisti, che divenisse evento e notizia di per se stesso. Non immaginavo che, un conclave dopo, sarei stato così radicalmente esaudito. Sia questa la causa o no (il cardinale non era favorevole a un papa straniero, e che viaggiasse molto), Siri mi chiese di lasciare la direzione di Renovatio. Il mio paradisetto era finito. Ebbi allora occasione di parlare e di scrivere. Ero d’accordo su due cose con il Pci: l’America Latina e il problema dei Cruise e dei Pershing in Europa. Ero sensibile ai problemi dell’America centrale e della persecuzione contro i contadini e contro la Chiesa specie in Guatemala: fui profondamente toccato dalla figura di monsignor Romero, dal suo martirio. E temevo che il potenziamento nucleare dell’Europa potesse indurre l’Urss a una guerra preventiva. Partecipai così a iniziative contro i missili, ma mi accorsi che il Pci si defilava da esse. Sapevo i buoni rapporti del Pci con la Spd, il cui governo in Germania aveva voluto i missili. Dopo il golpe di Jaruzelsky in Polonia, il tema dei missili uscì dalla politica italiana: era il 1981.


Il Psi intanto era cambiato: la critica del leninismo, aperta dalla rivista socialista Mondo operaio con il saggio scritto da Luciano Pellicani e firmato da Bettino Craxi su Proudhon mi parve molto importante, mentre da parte comunista provocò solo ironia e rigetto. Io speravo che il Pci lasciasse il leninismo, il vero comunismo ateo, e accettasse la socialdemocrazia: quel dibattito mi mostrò quanto fosse lontana la speranza dalla realtà.
La relazione di Claudio Martelli sui meriti e i bisogni al convegno di Rimini nell’82 mi parve un discorso in cui la libertà della persona veniva in primo posto: le radici marxiste e leniniste dell’eredità storica del Psi erano interrotte. Moro aveva liquidato la Dc come partito popolare, affidando alle correnti la gestione delle tessere. La Dc non aveva alcuna cultura, il suo dibattito, ispirato dalla corrente politicamente più attenta, la sinistra di Base, era determinato da una riduzione della politica , separata sia da riferimenti dottrinali e spirituali, sia da un discorso sui rapporti tra la società e lo Stato. Il Psi aveva in sé molti cattolici, era un partito di libertà. Perché i cattolici non potevano votarlo, soprattutto dopo che Craxi, da capo del governo, nell’83, aveva offerto alla Chiesa quello che essa chiedeva, cioè la riforma del Concordato lateranense? Era impensabile per me che la presenza dei cattolici nella politica italiana fosse fondata su un assurdo come un partito votato per ordine dei vescovi. Un assurdo che nocque anche, e forse soprattutto, alla Dc perché essa non si curò più del suo elettorato, ma si posò placida sull’elettorato dei vescovi: e mantenne con il suo popolo un rapporto solo clientelare.


Secondo la tradizione della Chiesa, espressa dal pensiero di San Tommaso, la politica andava fondata sulla legge naturale e non sulla fede e l’obbedienza alla Chiesa. Il Psi era ormai un partito di libertà e quindi aveva in sé il principio di libertà. Quando feci la scelta socialista, mi fu rimproverato di scegliere un partito del divorzio e dell’aborto. Ma tutte queste leggi erano state firmate da ministri democristiani. E nessuno fece come re Baldovino che si dimise temporaneamente da re, per non firmare la legge sull’aborto.
Scelsi con timore e tremore la via della candidatura europea e la ottenni perché Rino Formica mi offrì di essere candidato a Bari. La decisione fu per me traumatica. Capivo che avrei aperto un conflitto interno in me stesso, che infine ero prete sino al profondo dell’anima. Quando al congresso di Verona Craxi disse che mi avrebbe candidato, ebbi un grande successo nel popolo socialista, ma quattro conferenze episcopali del Sud condannarono il mio gesto. Siri, non volendo applicare la censura ecclesiastica, affidò la questione a un tribunale diocesano. Dissi al congresso del Psi una frase di Benedetto Croce, cioè che la libertà non ha per sé il futuro ma l’eterno. Giampaolo Pansa, che evidentemente non conosceva Croce, scrisse che avevo detto che l’attributo al Psi era l’eternità.