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Introduzione

Giuliano Ferrara mi chiede di scrivere una autobiografia, il che fa sempre difficoltà, perché ci si domanda se non sia un atto di narcisismo. Da che punto comincia una vita? Certamente dall’infanzia, ma non mi sento di spingere la mia impudenza sino a raccontare i miei primi anni. Comincio quindi dalla prima decisione presa per mio conto: quella di farmi prete, a 17 anni. Anzi, la prima idea era quella di diventare missionario. Finito il liceo, quella scelta mi apparve l’unica soluzione che potevo dare alla mia vita. Era molto legata a una grande fiducia nella Chiesa: ero un patriota cattolico, la Chiesa era la mia vera patria. Al liceo c’era la divisione tra fascisti e antifascisti. Il regime fascista era molto tollerante nella vita privata. Quando entrava la professoressa di storia dell’arte, la bravissima Caterina Marcenaro, che era però severissima, tutti, fascisti e antifascisti, scattavano nel saluto romano. La mia famiglia non era fascista, anche se mio padre, sergente dell’Aeronautica, aveva, in obbedienza al suo comandante, consegnato a Benito Mussolini un aereo della Regia aeronautica per portare a Gabriele D’Annunzio i soldi della raccolta del Popolo d’Italia per Fiume italiana. Fu arrestato e rischiava la corte marziale, ma dopo le elezioni del ’19 venne liberato, nonostante la sconfitta di Mussolini nelle urne: segno dei buoni rapporti esistenti tra esercito e fascismo.


Però mio padre non si iscrisse al Partito nazionale fascista perché si definiva liberale e i suoi amici erano in genere afascisti o antifascisti. Tra loro c’era un avvocato comunista che era stato confinato dal regime. Del resto, tutti i preti che io conoscevo bene erano antifascisti: lo erano il mio parroco e il mio professore di religione al liceo, don Giuseppe Siri. Appresi l’antifascismo da lui. Ma in realtà il fatto di essere mezzo catalano (la Catalogna, terra di anarchici e di carlisti) mi condusse in liceo a un salto più radicale: i miei eroi erano il conte di Lamorcière e il visconte di Pimodan, caduti come zuavi dello Stato pontificio in lotta con l’esercito piemontese a Castelfidardo nel 1859. A essi Pio IX dedicò una lapide in San Luigi dei Francesi, su cui fece scrivere: “Coloro che non mentono chiamandosi cattolici ti considerano martire”. Avevo così trovato un punto di resistenza: la fedeltà alla Chiesa con il fascino del martirio. Ciò mi consentì una via media tra fascisti e antifascisti. Ed era un vantaggio. Più tardi le leggi razziali e l’urto della Chiesa col regime fecero lentamente crescere in me l’antifascismo. Imparai da don Siri la frase di Pio XI: “Noi siamo spiritualmente dei semiti”. Fui inviato a concorrere ai Ludi juveniles della cultura fascista, vinsi due volte quelli genovesi e venni, da avanguardista, inviato a Roma. Andò brillantemente, sino a quando mi domandarono: “Camerata, cos’è la razza?”. Salvai la mia coscienza tacendo.


La mia improvvisa scelta per il sacerdozio fu un grave dolore per mia madre, che voleva un figlio avvocato. Ci furono urti, poi mia madre, che mi amava troppo per contrariarmi, cedette. Entrai nel seminario arcivescovile e indossai felicemente la talare, l’abito lungo. Venti giorni dopo il mio ingresso, Genova fu duramente bombardata e il seminario e la curia bruciarono. Tuttavia, gli anni in seminario furono importanti per me, perché sui manuali appresi la metafisica aristotelico-tomista. I miei interessi sino a quel giorno erano stati diretti verso la letteratura, specie spagnola e inglese. Da quel momento san Tommaso divenne il mio perenne maestro.


Alla fine dell’anno scolastico mi ammalai: e mia madre, che vide in quella malattia un segno del cielo, distrusse le mie talari. Scappai di casa due volte, ma l’arcivescovo di Genova, il cardinale Pietro Boetto, mi disse di obbedire a mia madre. La maggiore età era allora fissata ai 21 anni e l’accordo fu di aspettare allora. Credo che la mia vita ecclesiastica sarebbe stata più tranquilla senza questo incidente di percorso. Andai all’università per studiare legge: mia madre si era imposta alla mia volontà, che era di studiare filosofia. All’università incontrai un giovane professore di demografia e così entrai nella Dc clandestina. Ebbi così modo di conoscere gente degli altri partiti del Cln, ma i più interessanti erano i democristiani. Paolo Emilio Taviani sosteneva che andasse nazionalizzata ogni industria con più di 100 operai. Il mio maestro Siri, che era diventato vescovo ausiliario di Genova, era per l’iniziativa privata. Io quindi non ero d’accordo con il mio leader politico. Ero il solo a obiettare, nel direttivo democristiano, in cui rappresentavo il movimento giovanile. Mi consolava che Tocqueville fosse il nostro punto di riferimento, ma non trovavo tra “La democrazia in America” e il nostro gusto per il capitalismo di Stato alcuna affinità.
Nacquero allora i miei primi dubbi se un cattolico potesse essere democristiano. Conobbi anche altri comunisti, oltre all’amico di mio padre, e questi erano molto più puri e duri: al punto che mi domandai se, come cattolici, potevamo averli come alleati. Lo chiesi a Siri, che mi disse: “I bolscevichi sono un diavolo vecchio, i nazisti sono un diavolo giovane”. E allora certamente, “con il piede nemico sopra il cuore”, ero contento di essere d’accordo. All’insurrezione di Genova, venni inviato con due ingegneri, uno partigiano non ricordo di quale brigata, a occupare Radio Genova. Esistette così per due giorni e due notti Radio Genova libera. Mi inventai per due giorni appelli alla resistenza, bollettini del Cln Liguria, e copiai Radio Londra. Poi il terzo giorno, di primo mattino, vidi due jeep americane, con otto soldati di colore a bordo. Avvisai il Cln che gli americani erano arrivati e che la prima cosa di Genova che avevano occupato era la radio. Tornai per dirlo al vescovo Siri ed egli fece suonare le campane. Ma ero triste perché, dal modo come ci avevano trattato gli americani, avevo capito che, non solo il fascismo, ma anche l’Italia aveva perso la guerra. Eravamo un popolo liberato, certo, ma anche occupato.


Ero sempre deciso a farmi prete l’anno dopo. Ai primi di maggio del ’45 fui il primo democristiano genovese a varcare la linea gotica, mandato a Roma per il congresso del movimento giovanile. E lì incontrai due persone che avrebbero fatto storia nella Dc, Giulio Andreotti e Giuseppe Dossetti. Ciò che mi colpì allora fu la differenza tra il Nord da un lato e Roma e il Sud dall’altro. Il Nord era stato occupato un anno e mezzo, mentre a Roma e nel Sud la vita ordinaria era già cominciata, e con essa anche la “politica politicante”, per me rappresentata, in quell’incontro, da Andreotti. Pensai che proprio non potevo essere democristiano e stracciai la tessera della Dc ligure clandestina e tutti i lasciapassare ciellenistici. Ma in quei giorni conobbi anche l’altro protagonista, Dossetti, che era stato partigiano al Nord: mi parlò di teologia e coniugò il discorso politico a un discorso religioso, dando alla milizia politica un significato spirituale. Certo nella sua vita Dossetti mutò molto, da quegli anni, ma io allora pensai che il luogo del cristiano fosse la storia e quindi la politica.


Divenni dossettiano fervente e democristiano fervente. Fui capogruppo dossettiano del movimento giovanile e ciò corrispondeva al mio ideale apostolico: dare cultura politica ai giovani democristiani. Capivo che l’interpretazione della storia d’Italia era la via per la formazione dei giovani. Ma non avevo testi sulla storia del movimento cattolico, bisognava ricostruirla. E, per farlo, mi fu utile l’opera di Antonio Gramsci. Lo scopo era di criticare e modificare Gramsci, sostituendo il movimento cattolico al Partito comunista, e mettere infine don Luigi Sturzo al posto di Gramsci. Così, di fatto introdussi Gramsci tra i giovani democristiani. Ero molto appassionato della formazione e divenni per un anno anche capo della formazione del partito. Feci con passione le campagne elettorali per la Costituente e per il 18 aprile ’48. E queste aumentarono la mia affinità con i “popolari”, De Gasperi, Scelba, Piccioni: divenuto membro della redazione di Cronache sociali, scrissi in essa un totale elogio di Alcide De Gasperi, e persino dell’adesione dell’Italia al Patto atlantico.