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La vita

Giuliano Ferrara mi chiede di scrivere una autobiografia, il che fa sempre difficoltà, perché ci si domanda se non sia un atto di narcisismo. Da che punto comincia una vita? Certamente dall’infanzia, ma non mi sento di spingere la mia impudenza sino a raccontare i miei primi anni. Comincio quindi dalla prima decisione presa per mio conto: quella di farmi prete, a 17 anni. Anzi, la prima idea era quella di diventare missionario. Finito il liceo, quella scelta mi apparve l’unica soluzione che potevo dare alla mia vita. Era molto legata a una grande fiducia nella Chiesa: ero un patriota cattolico, la Chiesa era la mia vera patria. Al liceo c’era la divisione tra fascisti e antifascisti. Il regime fascista era molto tollerante nella vita privata. Quando entrava la professoressa di storia dell’arte, la bravissima Caterina Marcenaro, che era però severissima, tutti, fascisti e antifascisti, scattavano nel saluto romano. La mia famiglia non era fascista, anche se mio padre, sergente dell’Aeronautica, aveva, in obbedienza al suo comandante, consegnato a Benito Mussolini un aereo della Regia aeronautica per portare a Gabriele D’Annunzio i soldi della raccolta del Popolo d’Italia per Fiume italiana. Fu arrestato e rischiava la corte marziale, ma dopo le elezioni del ’19 venne liberato, nonostante la sconfitta di Mussolini nelle urne: segno dei buoni rapporti esistenti tra esercito e fascismo.
Però mio padre non si iscrisse al Partito nazionale fascista perché si definiva liberale e i suoi amici erano in genere afascisti o antifascisti. Tra loro c’era un avvocato comunista che era stato confinato dal regime. Del resto, tutti i preti che io conoscevo bene erano antifascisti: lo erano il mio parroco e il mio professore di religione al liceo, don Giuseppe Siri. Appresi l’antifascismo da lui. Ma in realtà il fatto di essere mezzo catalano (la Catalogna, terra di anarchici e di carlisti) mi condusse in liceo a un salto più radicale: i miei eroi erano il conte di Lamorcière e il visconte di Pimodan, caduti come zuavi dello Stato pontificio in lotta con l’esercito piemontese a Castelfidardo nel 1859. A essi Pio IX dedicò una lapide in San Luigi dei Francesi, su cui fece scrivere: “Coloro che non mentono chiamandosi cattolici ti considerano martire”. Avevo così trovato un punto di resistenza: la fedeltà alla Chiesa con il fascino del martirio. Ciò mi consentì una via media tra fascisti e antifascisti. Ed era un vantaggio. Più tardi le leggi razziali e l’urto della Chiesa col regime fecero lentamente crescere in me l’antifascismo. Imparai da don Siri la frase di Pio XI: “Noi siamo spiritualmente dei semiti”. Fui inviato a concorrere ai Ludi juveniles della cultura fascista, vinsi due volte quelli genovesi e venni, da avanguardista, inviato a Roma. Andò brillantemente, sino a quando mi domandarono: “Camerata, cos’è la razza?”. Salvai la mia coscienza tacendo.
La mia improvvisa scelta per il sacerdozio fu un grave dolore per mia madre, che voleva un figlio avvocato. Ci furono urti, poi mia madre, che mi amava troppo per contrariarmi, cedette. Entrai nel seminario arcivescovile e indossai felicemente la talare, l’abito lungo. Venti giorni dopo il mio ingresso, Genova fu duramente bombardata e il seminario e la curia bruciarono. Tuttavia, gli anni in seminario furono importanti per me, perché sui manuali appresi la metafisica aristotelico-tomista. I miei interessi sino a quel giorno erano stati diretti verso la letteratura, specie spagnola e inglese. Da quel momento san Tommaso divenne il mio perenne maestro.
Alla fine dell’anno scolastico mi ammalai: e mia madre, che vide in quella malattia un segno del cielo, distrusse le mie talari. Scappai di casa due volte, ma l’arcivescovo di Genova, il cardinale Pietro Boetto, mi disse di obbedire a mia madre. La maggiore età era allora fissata ai 21 anni e l’accordo fu di aspettare allora. Credo che la mia vita ecclesiastica sarebbe stata più tranquilla senza questo incidente di percorso. Andai all’università per studiare legge: mia madre si era imposta alla mia volontà, che era di studiare filosofia. All’università incontrai un giovane professore di demografia e così entrai nella Dc clandestina. Ebbi così modo di conoscere gente degli altri partiti del Cln, ma i più interessanti erano i democristiani. Paolo Emilio Taviani sosteneva che andasse nazionalizzata ogni industria con più di 100 operai. Il mio maestro Siri, che era diventato vescovo ausiliario di Genova, era per l’iniziativa privata. Io quindi non ero d’accordo con il mio leader politico. Ero il solo a obiettare, nel direttivo democristiano, in cui rappresentavo il movimento giovanile. Mi consolava che Tocqueville fosse il nostro punto di riferimento, ma non trovavo tra “La democrazia in America” e il nostro gusto per il capitalismo di Stato alcuna affinità.
Nacquero allora i miei primi dubbi se un cattolico potesse essere democristiano. Conobbi anche altri comunisti, oltre all’amico di mio padre, e questi erano molto più puri e duri: al punto che mi domandai se, come cattolici, potevamo averli come alleati. Lo chiesi a Siri, che mi disse: “I bolscevichi sono un diavolo vecchio, i nazisti sono un diavolo giovane”. E allora certamente, “con il piede nemico sopra il cuore”, ero contento di essere d’accordo. All’insurrezione di Genova, venni inviato con due ingegneri, uno partigiano non ricordo di quale brigata, a occupare Radio Genova. Esistette così per due giorni e due notti Radio Genova libera. Mi inventai per due giorni appelli alla resistenza, bollettini del Cln Liguria, e copiai Radio Londra. Poi il terzo giorno, di primo mattino, vidi due jeep americane, con otto soldati di colore a bordo. Avvisai il Cln che gli americani erano arrivati e che la prima cosa di Genova che avevano occupato era la radio. Tornai per dirlo al vescovo Siri ed egli fece suonare le campane. Ma ero triste perché, dal modo come ci avevano trattato gli americani, avevo capito che, non solo il fascismo, ma anche l’Italia aveva perso la guerra. Eravamo un popolo liberato, certo, ma anche occupato.
Ero sempre deciso a farmi prete l’anno dopo. Ai primi di maggio del ’45 fui il primo democristiano genovese a varcare la linea gotica, mandato a Roma per il congresso del movimento giovanile. E lì incontrai due persone che avrebbero fatto storia nella Dc, Giulio Andreotti e Giuseppe Dossetti. Ciò che mi colpì allora fu la differenza tra il Nord da un lato e Roma e il Sud dall’altro. Il Nord era stato occupato un anno e mezzo, mentre a Roma e nel Sud la vita ordinaria era già cominciata, e con essa anche la “politica politicante”, per me rappresentata, in quell’incontro, da Andreotti. Pensai che proprio non potevo essere democristiano e stracciai la tessera della Dc ligure clandestina e tutti i lasciapassare ciellenistici. Ma in quei giorni conobbi anche l’altro protagonista, Dossetti, che era stato partigiano al Nord: mi parlò di teologia e coniugò il discorso politico a un discorso religioso, dando alla milizia politica un significato spirituale. Certo nella sua vita Dossetti mutò molto, da quegli anni, ma io allora pensai che il luogo del cristiano fosse la storia e quindi la politica.
Divenni dossettiano fervente e democristiano fervente. Fui capogruppo dossettiano del movimento giovanile e ciò corrispondeva al mio ideale apostolico: dare cultura politica ai giovani democristiani. Capivo che l’interpretazione della storia d’Italia era la via per la formazione dei giovani. Ma non avevo testi sulla storia del movimento cattolico, bisognava ricostruirla. E, per farlo, mi fu utile l’opera di Antonio Gramsci. Lo scopo era di criticare e modificare Gramsci, sostituendo il movimento cattolico al Partito comunista, e mettere infine don Luigi Sturzo al posto di Gramsci. Così, di fatto introdussi Gramsci tra i giovani democristiani. Ero molto appassionato della formazione e divenni per un anno anche capo della formazione del partito. Feci con passione le campagne elettorali per la Costituente e per il 18 aprile ’48. E queste aumentarono la mia affinità con i “popolari”, De Gasperi, Scelba, Piccioni: divenuto membro della redazione di Cronache sociali, scrissi in essa un totale elogio di Alcide De Gasperi, e persino dell’adesione dell’Italia al Patto atlantico.

Da dossettiano a presidenzialista
Improvvisamente, Dossetti decise di lasciare la Dc e sciogliere la corrente dossettiana. Ciò era, paradossalmente, dovuto al fatto che la corrente dossettiana era diventata maggioranza nel partito. E come poteva una corrente antiatlantica, contraria alla alleanza di centro, vicino nella sua inclinazione al Pci, conquistare il partito? Intanto io mi ero distaccato dalla tesi di Dossetti e di Costantino Mortati sul primato del partito sullo Stato. Con ciò crollava il mio dossettismo, e l’avvicinamento a De Gasperi divenne non solo morale ma anche concreto. De Gasperi finanziò una rivista, Terza generazione, il cui scopo era di unire i giovani al di là dei partiti e superare la divisione tra fascisti e antifascisti. La morte di De Gasperi significò la fine dell’iniziativa. Amintore Fanfani e Mariano Rumor, divenuti segretario e vicesegretario del partito, mi offrirono di sostenere la rivista, ma io rifiutai. Capisco meglio ora perché feci questa scelta, dettata allora da un profondo istinto: sentivo, anche se ancora non lo sapevo, che Fanfani era l’uomo della partitocrazia e dello statalismo. Con ciò, la mia vicenda politica era conclusa. Le due figure fondamentali in riferimento alle quali era nata, De Gasperi e Dossetti, non la sostenevano più. Tornando dopo sette anni da Roma a Genova, avevo rinunciato alla politica nazionale, e alcuni amici mi coinvolsero nella politica locale. Era la sinistra di Base, ma accettai lo stesso. Venni eletto consigliere comunale ed ero ancora tanto di sinistra che rifiutai di fare l’assessore con una giunta dc monocolore, appoggiata dall’esterno dal Msi.
Ma nel frattempo in me era avvenuto un cambiamento che riguardava i rapporti con Dio. L’esperienza mistica iniziò con un senso fortissimo della Presenza divina, al punto tale che, per un anno, non fui in grado di leggere un libro senza che la mia vista si appannasse. Poi l’esperienza divenne Voce, e scrissi per un certo tempo le locuzioni. Lo scritto era solo un aiuto per riaffermare in me l’esperienza mistica, il tema centrale della Voce era l’annuncio di una grande crisi dottrinale che avrebbe invaso la Chiesa dall’interno. In sostanza era il medesimo fenomeno che, vent’anni dopo, Paolo VI avrebbe chiamato l’“autodistruzione della Chiesa”.
Io allora non pensavo affatto quello che ascoltavo, la Chiesa sembrava ancora solida e compatta, sotto la guida di Pio XII. Neanche i molti libri di teologia che allora leggevo mi davano questo segno. Ma sapevo anche, nel medesimo modo, che la cooperazione tra Dc e Pci sarebbe stato il segno politico di questa crisi ecclesiastica.
Dopo tre anni di un regime spirituale intenso, io ero cambiato. Nel ’58 ruppi con Fanfani e con La Pira, scrivendo su Il quotidiano, l’organo dell’Azione cattolica, una serie di articoli contro l’apertura a sinistra, favorita dalle Acli. Essi servirono, anche per la sede in cui erano pubblicati, a determinare nel ’59 la crisi del governo Fanfani e la nascita del monocolore di centrodestra, guidato da Antonio Segni e appoggiato all’esterno da liberali, monarchici e missini. Prima di giungere a quel governo, la corrente di Iniziativa democratica si era spezzata nei due tronconi dei dorotei, contrari all’apertura a sinistra, e appunto dei fanfaniani. I dorotei avevano l’appoggio del Vaticano, ma quando l’operazione Segni fu conclusa il segretario di Stato cardinale Tardini chiese a Nino Bandano, direttore del Quotidiano, di porre fine ai miei articoli. Intanto, avevo preso contatti con Luigi Gedda, fondatore dei Comitati civici. Con lui e con il suo sostegno, decisi di fondare un quindicinale che chiamai L’ordine civile. Non so se riuscirò mai a ripubblicare quella rivista, di cui ho perso gli esemplari, ma essa sarebbe oggi attuale: aveva per oggetto due temi fondamentali, la riforma in senso presidenziale dello stato e la critica della partitocrazia. Sostenevo lo stato come autorità legittima, avente in sé la sua potestà, legittimata dal consenso dei cittadini, contro l’intrusione dei partiti nella amministrazione dello Stato, rubando l’espressione a Marco Minghetti. Ordine civile veleggiò tranquilla nel ’59 e nel ’60, fino a quando giunsero i fatti di Genova.
Accadde che un congresso del Movimento sociale italiano, che all’epoca appoggiava dall’esterno il governo monocolore democristiano presieduto da Tambroni, venne attaccato dai “camalli” del porto. La polizia, intervenuta, finì nella grande vasca d’acqua al centro della città. Episodi simili ne avvennero molti in varie città italiane, organizzati dal Pci e dalla Cgil. La polizia sparò a Roma e a Reggio Emilia ci furono morti.
Fu a quel punto che la Dc decise di delegittimare il governo Tambroni e dar vita a un governo Fanfani, cui concorrevano i quattro partiti di centro, pur senza costituire maggioranza politica. Fanfani, nelle dichiarazioni di governo, legittimò i fatti di Genova e il sentimento popolare contro il governo Tambroni. Avveniva così un salto politico decisivo: si ammetteva che un governo monocolore democristiano era stato un rischio per la democrazia, un governo golpista. E che i comunisti, col loro partito e il loro sindacato, la democrazia l’avevano invece salvata. Si determinò con questo un cambiamento decisivo nel sistema politico: governare contro i comunisti poteva significare attentare alla democrazia. La legittimità politica passava dal Parlamento al controllo comunista della piazza. E finiva l’anticomunismo democristiano. Fu la storia successiva del Paese a dimostrare la radicalità del mutamento. Il terrorismo nero e rosso, la deviazione e i servizi segreti che dominarono gli anni 60 e 70 nacquero tutti dai fatti di Genova. Lo Stato divenne insicuro e pensò da allora a usare la sua mano oscura, i poteri eccezionali conferiti ai servizi segreti. E da questa situazione nacque il terrorismo rosso.
Quando la Dc tradì il suo popolo
Capii, in quei momenti, che la lotta contro ciò che sentivo come un tradimento del partito democristiano verso il suo popolo domandava una reazione più netta. Sapevo che lottare nel mondo cattolico contro la Dc era difficile, ma ero spinto da un motivo spirituale, non da un calcolo politico: il calcolo politico avrebbe suggerito di accettare lo spostamento della Dc verso il Pci.
Decisi di lasciare il quindicinale e di fondare un movimento: i centri per l’Ordine civile. Tambroni mi affidò la direzione di una rivista, Lo stato, che combatteva contro la svolta del governo Fanfani. Ma il suo desiderio era di rilegittimarsi nella Dc, mentre il mio sogno era creare un nuovo partito di cattolici per la libertà, omogeneo alla tradizione sturziana. Per un anno, il ’61, ebbi un certo spazio. Il centrosinistra era sorto a livello amministrativo nelle grandi città del Nord, Genova compresa, con grande resistenza del cardinale Siri, ma il nodo della questione era ancora aperto e fu chiuso solo dal congresso di Napoli del ’62. I centri per l’Ordine civile vissero in quel periodo perché l’opposizione dell’opinione pubblica e del popolo democristiano era forte. Ma la Chiesa, compreso il cardinale Siri, li sconfessò. La Chiesa aveva seguito la Dc.
Era iniziata una nuova storia, che non aveva rapporti con la tradizione democratico-cristiana. Io mi sentivo più democristiano dei democristiani, omogeneo al popolo che votava Dc. Il mio ultimo tentativo di presentare per le elezioni romane del ’62 una lista di Ordine civile mi condusse a un risultato per me decisivo. Andai dal cardinale Alfredo Ottaviani, segretario del Sant’Uffizio, che mi disse: “Lei ha il dovere come cattolico di lottare contro il centrosinistra. Vada a dire al cardinale Traglia che ho espresso, nella mia funzione, questo giudizio”. Il cardinale Traglia aveva sostituito il cardinale Siri nella commissione per la direzione dell’Azione cattolica. E mi rispose: “Se lei fa una lista contro la Dc, la Chiesa la condanna”. La Chiesa era insomma già spaccata tra la posizione di Pio XII e quella del nuovo Papa, Giovanni XXIII.
Era il dramma del Concilio, quello che avevo già di fronte. Avrei potuto allora fare molte cose, anche rientrare nella Dc, benché da sconfitto. Ma il mio interesse non era politico, era spirituale. Sentivo la necessità di una lotta per la tradizione del pensiero cattolico, di una difesa della concezione cattolica della società e dello Stato. E del resto comprendevo che quello che si stava delineando era un conflitto interno al Cattolicesimo. La mia decisione fu perciò di abbandonare la politica, che non mi aveva mai affascinato come realtà, ma come simbolo. La politica è il luogo in cui avviene il confronto delle idee, e per me era essenziale mantenere l’esperienza democristiana delle origini, quella di Sturzo e di De Gasperi. Mi ritrovavo troppo “democristiano del ’48”, per essere democristiano nella Dc statalista di Fanfani e in quella partitocratica di Moro. Rimasi con l’etichetta di “tambroniano e di fascista” per cinque anni: dal ’62 al ’67. Furono anni di solitudine e vita interiore, con un piccolo gruppo di amici a Roma, a Genova e a Rovereto. Ci riunivamo in sale parrocchiali come cospiratori e leggevamo testi patristici, testi mistici e San Tommaso. Ci sentivamo come esuli nel mondo dominato da una realtà ecclesiastica e politica diversa da quello in cui noi credevamo, fedeli alla Chiesa di Pio XII.
Si teneva allora il Concilio vaticano II. Capii che la Chiesa attraversava un momento difficile non perché i padri conciliari, in gran parte nominati da Pio XII, non fossero orientati nella ortodossia cattolica, ma perché il concilio, divenuto un evento spettacolare, subiva la pressione dei mezzi di comunicazione sociale. I media avevano interamente mutato la natura del concilio. Quello che si attendeva era una variazione della Chiesa0 cattolica, annunciata nel termine di “aggiornamento” con cui Giovanni XXIII aveva definito il concilio. I media crearono un clima e imposero l’idea di una Chiesa che doveva cambiare per essere credibile al mondo. Vidi cominciare a realizzarsi ciò che la Voce mi aveva detto. Ormai comprendevo (e del resto ciò era esplicito nelle locuzioni della Voce) che la crisi politica era il segno, l’effetto e l’annuncio della crisi ecclesiastica. Forse fu questo a spingermi, su indicazione del rettore della Università lateranense, Antonio Piolanti, a tornare sui banchi di scuola e studiare la teologia. Furono cinque anni di esercizi spirituali, rallegrati dalla visita domenicale a molti santuari d’Italia. Mi laureai in teologia in Laterano nel 1966.
La ferita del Concilio Vaticano II
La Chiesa e i cattolici si stavano dividendo su come interpretare il concilio. I teologi si sentirono improvvisamente al centro dei mezzi di comunicazione sociale: cominciò il rigetto della metafisica, con il rifiuto di San Tommaso come canone aureo della teologia. Una tradizione teologica, e quindi una o due generazioni di professori di teologia, furono marginalizzate. C’era nel mondo tardo moderno degli anni 60 un potere maggiore di quello dei Cesari: quello di stampa e televisione. Il postconcilio fu dominato da esse: Hans Küng divenne una star, non perché interessasse la sua teologia, ma perché essa negava il Cattolicesimo tradizionale. Romano Amerio chiamò quel pensiero “neoterico”, un termine dotto per sostituire il termine “progressista”, che mostra l’abbattimento della teologia sulla concezione della storia come necessario progresso.
Küng predica l’unità tra Ebraismo, Cristianesimo e Islam sulla base della messa in parentesi della divinità di Cristo. Questo è il punto terminale dell’autodistruzione della Chiesa che la Voce mi aveva manifestato nel ’58. Il rapporto tra Chiesa e modernità non poteva concludersi con la semplice accettazione della modernità da parte della Chiesa. Far nascere una rivista di teologia che sostenesse tutto questo era la mia soluzione al problema che il concilio mi aveva posto.
In quegli anni vivevo tra Roma e Genova, dove mia madre era malata. E vagabondavo per santuari. Avevo ormai accettato di rimanere nella condizione di isolato e di reietto, perché sentivo una grande forza in me. Eppure, il mio maggiore desiderio era quello di morire. Ero legato ai miei amici democristiani, mi dispiaceva non vederli. Giuliano mi chiede di ricordare i miei peccati. So che ogni cristiano convive sempre coi vizi capitali, ma quegli anni purificarono la mia parte cosciente. Non ho mai tradito ciò che in coscienza credevo giusto. Un rimorso però l’ho provato: per il fatto che negando a me stesso un successo mondano avevo ferito anche i miei genitori. Tante volte mi sono domandato se infine questo abbandono non nascondesse una mancanza di carità. Ma mi confortarono le parole di Gesù sul distacco dagli affetti. Se devo confessare un pentimento, è questo: lo sentii quando morì mia madre, nel ’67, nello stesso giorno in cui gli ebrei entrarono in Gerusalemme, fatto che sentii come un evento escatologico. Alla fine il cardinale aveva deciso per il sì alla rivista che gli proponevo. E pensai a un titolo che veniva da Gerolamo Savonarola: “Renovatio ecclesiae”, e dunque Renovatio. Siri ne parlò al Papa, e Paolo VI intese che iniziava una opposizione interna nella Chiesa italiana. La sua risposta a Siri fu: “Se proprio vuole…”.. All’inizio la rivista fu subissata da fischi e da rigetti. Le suore paoline, che diffondevano le pubblicazioni cattoliche, si rifiutarono di riceverla.
A quel punto Siri mi chiese se volevo farmi prete. So che, nel linguaggio ecclesiale, la vocazione è la chiamata del vescovo: ma io esitavo perché sentivo una grande ripugnanza per la Chiesa postconciliare. Poi, in un viaggio in Francia, nella cattedrale di Tours, la Voce mi disse di accettare la proposta del cardinale. E ciò cambiò immediatamente il mio stato d’animo. Desiderai farmi prete. Feci un iter ecclesiastico fulmineo: ricevetti gli ordini minori nel novembre ’67 e l’ordinazione sacerdotale nella mia parrocchia, in cui era iniziata la parola della Voce. Vennero alla ordinazione Dossetti e La Pira e l’ex sindaco di Genova, Gelasio Adamoli, che avevo conosciuto durante il mio mandato di consigliere comunale. Da quel momento cessò la definizione di tambroniano e di fascista.
Cominciò allora quello che fu il periodo più bello della mia vita: la vocazione al sacerdozio era la mia inclinazione originaria, portando la veste talare sentii che rientravo in me stesso. Infine avevo un vescovo sicuramente ortodosso, che aveva nella ortodossia il segno del suo magistero episcopale, dirigevo una rivista sicuramente ortodossa. E potevo lottare contro i neoterici: fare il prete e il teologo corrispondeva alla mia natura, quelli furono per me anni di vera pace con me stesso. Soffrivo però del fatto che i teologi ortodossi, non neoterici, non avessero accesso ai media. E allora, su una idea del segretario di Renovatio Alberto Gagliardi, presi l’iniziativa, senza dirlo al cardinale, di mandare l’editoriale della rivista, che era in essa anonimo, alla stampa, dichiarandone l’autore. L’iniziativa ebbe successo e il cardinale, niente affatto incline a usare i mezzi di comunicazione sociale, accettò l’idea. Da allora la cosa durò per dieci anni e credo abbia contribuito a riaffermare il prestigio del cardinale nella Chiesa italiana. Ma comprendevo che Renovatio non bastava. Bisognava entrare nel dibattito culturale italiano, e la via non erano i temi teologici, ma i temi politici, che ritenevo da tempo il segno e la manifestazione dei temi religiosi e teologici. Cominciai così a scrivere libri che affrontavano i temi del giorno come “Chiesa e utopia” (il Mulino 1972), e poi pubblicai da Vallecchi due libri sulla Dc: “Il partito cristiano al potere. La Dc di De Gasperi e Dossetti” e “Il partito cristiano e l’apertura a sinistra. La Dc di Fanfani e di Moro”. Scrissi quella storia, per dir così, dall’interno della teologia cattolica e dell’esperienza della Dc. E questo era il mio vantaggio sui neoterici, che infine parlavano solo della chiesa per cambiarne la figura.
Non sapevo allora che quella scelta avrebbe finito per allontanarmi da Renovatio, che era per me il luogo ideale: capivo che l’unico modo di incidere sulla Chiesa stessa era incidere sulla storia, e quindi su quella realtà inafferrabile che è l’opinione pubblica. Dei libri che scrissi allora, qualcuno anche con gli Editori riuniti, cioè con una casa editrice del Pci, non parlai con il cardinale, fu di mutua intesa il silenzio. Poiché era mio desiderio trovare accesso ai giornali, accettai volentieri l’invito di Eugenio Scalfari a scrivere sulla Repubblica. Avevo in comune con il direttore di quel giornale l’avversità alla Dc e la speranza in una evoluzione liberale del Pci, che pensavo potesse diventare per evoluzione interna un partito socialdemocratico. Scrissi persino un libro sulla lettera di Enrico Berlinguer al vescovo di Ivrea, Bettazzi, perché mi sembrava una prima tappa su quella strada. Speravo che il Pci potesse avere una influenza sul Pcus, cosa che Mikhail Gorbaciov ha verificato. Avevo buoni rapporti personali con molti comunisti, anche se certo non con il comunismo. Il libro su Berlinguer ebbe per risposta una levata di scudi di alcuni professori del seminario, che chiesero al cardinale di allontanarmi dalla cattedra di teologia dogmatica alla sede genovese della facoltà teologica dell’alta Italia. E il cardinale accettò.
Nel 1978 avvenne il rapimento di Moro. La prima lettera di Moro dal carcere delle Br giunse al Secolo XIX di Genova e ne riconobbi lo stile. Io ero certo che Moro potesse essere liberato, e che la trattativa fosse l’unico modo per conoscere che cosa fossero le Br, di cui lo Stato non sapeva nulla come esse non sapevano nulla dello Stato e in particolare della Dc. Ritenere che la Dc fosse il partito delle multinazionali significava non conoscere nulla della Dc. Mi dichiarai subito per la trattativa. E mi venne in soccorso l’iniziativa di Bettino Craxi per uno scambio di prigionieri. Sostenni a lungo la tesi socialista, e combattei il blocco del Parlamento decretato per impedire ogni dibattito. Intervenni con tale sicurezza che Craxi stesso ebbe il sospetto che avessi un contatto con le Br genovesi. Pensavo che non fosse il momento di portare il Pci nella maggioranza di governo e che portarvelo con la Dc avrebbe determinato una crisi dei due partiti, l’uno e l’altro senza alternative. Da quel momento il Psi fu il mio punto di riferimento.
Quell’anno fu segnato anche da un altro avvenimento: la morte di Paolo VI. Scrissi allora che speravo nell’elezione di un Papa straniero e che viaggiasse molto. L’auspicio era legato alla mia ispirazione fondamentale: volevo un papa che rompesse il dominio dei teologi progressisti, che divenisse evento e notizia di per se stesso. Non immaginavo che, un conclave dopo, sarei stato così radicalmente esaudito. Sia questa la causa o no (il cardinale non era favorevole a un papa straniero, e che viaggiasse molto), Siri mi chiese di lasciare la direzione di Renovatio. Il mio paradisetto era finito. Ebbi allora occasione di parlare e di scrivere. Ero d’accordo su due cose con il Pci: l’America Latina e il problema dei Cruise e dei Pershing in Europa. Ero sensibile ai problemi dell’America centrale e della persecuzione contro i contadini e contro la Chiesa specie in Guatemala: fui profondamente toccato dalla figura di monsignor Romero, dal suo martirio. E temevo che il potenziamento nucleare dell’Europa potesse indurre l’Urss a una guerra preventiva. Partecipai così a iniziative contro i missili, ma mi accorsi che il Pci si defilava da esse. Sapevo i buoni rapporti del Pci con la Spd, il cui governo in Germania aveva voluto i missili. Dopo il golpe di Jaruzelsky in Polonia, il tema dei missili uscì dalla politica italiana: era il 1981.
Il Psi intanto era cambiato: la critica del leninismo, aperta dalla rivista socialista Mondo operaio con il saggio scritto da Luciano Pellicani e firmato da Bettino Craxi su Proudhon mi parve molto importante, mentre da parte comunista provocò solo ironia e rigetto. Io speravo che il Pci lasciasse il leninismo, il vero comunismo ateo, e accettasse la socialdemocrazia: quel dibattito mi mostrò quanto fosse lontana la speranza dalla realtà.
La relazione di Claudio Martelli sui meriti e i bisogni al convegno di Rimini nell’82 mi parve un discorso in cui la libertà della persona veniva in primo posto: le radici marxiste e leniniste dell’eredità storica del Psi erano interrotte. Moro aveva liquidato la Dc come partito popolare, affidando alle correnti la gestione delle tessere. La Dc non aveva alcuna cultura, il suo dibattito, ispirato dalla corrente politicamente più attenta, la sinistra di Base, era determinato da una riduzione della politica , separata sia da riferimenti dottrinali e spirituali, sia da un discorso sui rapporti tra la società e lo Stato. Il Psi aveva in sé molti cattolici, era un partito di libertà. Perché i cattolici non potevano votarlo, soprattutto dopo che Craxi, da capo del governo, nell’83, aveva offerto alla Chiesa quello che essa chiedeva, cioè la riforma del Concordato lateranense? Era impensabile per me che la presenza dei cattolici nella politica italiana fosse fondata su un assurdo come un partito votato per ordine dei vescovi. Un assurdo che nocque anche, e forse soprattutto, alla Dc perché essa non si curò più del suo elettorato, ma si posò placida sull’elettorato dei vescovi: e mantenne con il suo popolo un rapporto solo clientelare.
Secondo la tradizione della Chiesa, espressa dal pensiero di San Tommaso, la politica andava fondata sulla legge naturale e non sulla fede e l’obbedienza alla Chiesa. Il Psi era ormai un partito di libertà e quindi aveva in sé il principio di libertà. Quando feci la scelta socialista, mi fu rimproverato di scegliere un partito del divorzio e dell’aborto. Ma tutte queste leggi erano state firmate da ministri democristiani. E nessuno fece come re Baldovino che si dimise temporaneamente da re, per non firmare la legge sull’aborto.
Scelsi con timore e tremore la via della candidatura europea e la ottenni perché Rino Formica mi offrì di essere candidato a Bari. La decisione fu per me traumatica. Capivo che avrei aperto un conflitto interno in me stesso, che infine ero prete sino al profondo dell’anima. Quando al congresso di Verona Craxi disse che mi avrebbe candidato, ebbi un grande successo nel popolo socialista, ma quattro conferenze episcopali del Sud condannarono il mio gesto. Siri, non volendo applicare la censura ecclesiastica, affidò la questione a un tribunale diocesano. Dissi al congresso del Psi una frase di Benedetto Croce, cioè che la libertà non ha per sé il futuro ma l’eterno. Giampaolo Pansa, che evidentemente non conosceva Croce, scrisse che avevo detto che l’attributo al Psi era l’eternità.
Le catacombe a Bruxelles
La campagna elettorale fu per me bellissima ma dolorosissima. Il conflitto era tra la mia obbedienza alla Voce e me stesso. Non seguii il processo, perché capivo che l’esito era segnato. Ma quando la sospensione a divinis, cioè la perdita del diritto di dire la Messa e di amministrare i sacramenti, venne nell’85, quel conflitto divenne la maggiore sofferenza della mia vita. Curiosamente, il tribunale diocesano dichiarava che avrei potuto tenere segreta la sentenza. Capisco il favore che mi si faceva, ma accettandolomi sarei trovato in una posizione falsa: promulgai io stesso la notizia.
Il mio fine era dare un segno contrario all’unità dei cattolici attorno alla Dc. Dovevo bere l’asprezza del calice del conflitto sino in fondo. Questa volta avevo gli onori del mondo ma il disonore della Chiesa. Nonostante fosse illecito, continuai a dire la Messa. La dicevo anche nella mia stanza di parlamentare, che avevo attrezzato con tutto il necessario, come del resto facevo a casa. Era una Messa clandestina, ma non nascosta, perché i miei amici lo seppero e vi parteciparono, anche da non credenti. Ma la Messa solitaria era per me uno strazio, perché sentivo la mancanza della Chiesa. Nel ’94 finì il mio mandato parlamentare europeo. E intanto, grazie a Silvio Berlusconi, era finita l’unità dei cattolici ed era finita la Dc. Si realizzava ciò che avevo desiderato. E allora chiesi la fine della sanzione che avevo sostenuto, con grande pena, per nove anni. Nel dicembre ’94 potei ridire la Messa. Ma trovavo una Chiesa ormai molto cambiata. Non era più la Chiesa del cardinale Siri, era divenuta una Chiesa come le altre, in cui il devozionale e l’impegno sociale sostituivano la Chiesa dell’ortodossia e della mistica.
Vissi con dolore il sacrificio del Psi e quello personale di Bettino Craxi, in una evidente alleanza tra il pool milanese e il Pds. Capii che era la vendetta fredda dei comunisti: sostituire il Psi con il Pci. Il loro scopo storico da Livorno in poi era raggiunto. Anche due correnti democristiane vennero distrutte: i dorotei e gli andreottiani. La sinistra democristiana fu risparmiata e anzi i comunisti riuscirono a trasformarla in un partito pienamente subalterno a essi. Il Pci aveva vinto la sua guerra contro la Dc e il Psi a un tempo. Capii che i comunisti non cambiano mai. Forse il Pds era peggio del Pci perché i comunisti avevano un ideale, la rivoluzione, i postcomunisti sono freddi pragmatici che puntano solo al potere. Ebbi allora dalla Voce un’unica indicazione: quella di combatterli in nome della libertà.