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Testimonianza di Alessandro Gianmoena

Parlare di don Gianni significa inoltrarsi nelle corde profonde della storia italiana repubblicana. Una vita, la sua, trascorsa nel segno della devozione al Cristo, che lo ha condotto a immergersi nelle pieghe della storia del Novecento cogliendo la sfida di coniugare la sua ferrea fede con la Tradizione e con l’evoluzione del corso della storia contemporanea dell’uomo. Don Gianni era così, uno spirito libero in comunione con Dio. Le sue scelte di vita furono alimentate dalla tensione di chi difende la Verità ispirandosi al principio cardine della libertà della persona, intesa come valore profondo e spirituale che si declina nel reale attraverso lo Spirito trascendente della Tradizione, il vero filo conduttore della storia del popolo italiano.

 

Il suo temperamento ispanico e sanguigno animava le sue battaglie, che lo vedevano schierato come un guerriero, come se fosse a un tempo generale e soldato in prima linea. La sua mistica lo proiettava nel futuro, permettendogli di forgiare le sue scelte e le sue azioni oltre l’immediatezza del quotidiano. Il suo genio intellettuale era il respiro della sua immagine pubblica. Il suo spirito vitale era la sua profonda vocazione sacerdotale: la parrocchia del Sacro Cuore di Carignano, a Genova, era il rifugio spirituale dove celebrò, negli ultimi anni della sua vita, la Santa Messa, quando vennero meno le condizioni restrittive causate dalla sospensione a divinis, una triste parentesi che seguì il periodo legato al suo impegno parlamentare in Europa nelle file del Psi. Vivere al suo fianco durante gli ultimi dieci anni della sua vita ha rappresentato, per me, una esperienza di grande valore in una circostanza storica in cui il secolo buio del Novecento terminava con il crollo delle ideologie e in cui, il nuovo millennio apriva le sue danze carico di problemi ancora inesplorati, ricco di confronti più aperti in un mondo che si stava facendo sempre più piccolo grazie all’abbattimento delle barriere spazio-temporali. L’ardore spirituale di don Gianni si fondeva con la sua motivazione politica, e questo gli consentiva di guardare la realtà con occhi diversi, con lo sguardo di chi osserva la quotidianità del reale e al contempo la travalica; la sua tensione interiore scaturiva dalla profonda curiosità di conoscere le innumerevoli declinazioni del reale. E così, dal suo eremo di via Corsica a Genova, dalla sua poltrona con vista sull’orizzonte del Mar Ligure, leggeva e interpretava gli accadimenti del mondo: i giornali, le riviste di approfondimento teologico, i testi di analisi politica, i confronti e i dibattiti de visu e telefonici con i suoi amici rappresentavano uno stimolo alla riflessione e uno strumento attraverso il quale raccogliere informazioni.

 

Il suo estro creativo e imprevedibile si accompagnava a una routine quotidiana che era scandita come un orologio svizzero. Il ritiro spirituale e la Santa Messa mattutina e del tardo pomeriggio erano gli assi centrali della giornata, che egli trascorreva facendo la spola tra il salotto dedicato alla lettura, aperto al continuo flusso di ospiti con cui si confrontava, e la stanza della sua segretaria personale, Giorgia, il luogo da cui don Gianni “partoriva” la sua densa e intensa produzione editoriale. Negli ultimi anni della sua vita gli acciacchi prodotti dalle “ansie”, per lui una sorta di ‘demone’ che a volte affliggeva il suo spirito e originava dal patimento personale per le problematiche che, di volta in volta, attanagliavano il mondo e non gli avevano permesso di mantenere, come in passato, l’intensa attività in giro per l’Italia: fu allora che le sue ore serali divennero, per me, occasione per ripercorrere la storia italiana attraverso le tappe della sua vita. Da buon mistico qual era, egli mostrava sempre una certa reticenza nella speculazione a ritroso: i suoi occhi erano sempre proiettati al futuro e il suo cuore era segnato dalle ferite che il suo istinto (ancor prima della sua stessa ragione), intriso d’ispirazione spirituale, gli aveva causato, scegliendo un percorso non mondano nel mondo.

 

Le chiacchierate serali svariavano da temi centrali quali l’attualità politica, che lo vedeva totalmente coinvolto nell’opera di Silvio Berlusconi di affermazione della libertà nel nostro Paese, all’esplorazione speculativa e ad ampio raggio degli accadimenti e dei fatti del mondo; si toccavano anche argomenti delicati quali il percorso della Chiesa nella storia contemporanea, della mistica e della Tradizione e si sfioravano anche i temi che appartenevano al suo passato. Il don Gianni che ho conosciuto parlava di sé con l’imbarazzo di chi non vuole esporsi per esibirsi, ma per cercare di comprendersi a ritroso.

 

Lui stesso con me non amava definirsi un intellettuale, ma un cristiano che pensa. Conobbi la sua storia attraverso il vissuto dei suoi racconti. Alcuni personali, legati alla sua infanzia di figlio adottivo, altri più curiosi, quando da adolescente, vincendo per due volte i “Ludi juveniles” della cultura fascista, andò a sostenere la prova romana da avanguardista non riuscendo a portarla a compimento, poichè tacque al quesito su cosa fosse la razza. In quella circostanza egli capì che il cristianesimo era per lui l’elemento della differenza dal fascismo. Gli anni di liceo, infatti, fecero emergere la sua vocazione al sacerdozio: scelta che creò frizioni nel rapporto con la madre e che dovette procrastinare sino a un’età più matura. Una fase della sua vita che è rimasta impressa nella mia mente, attraverso i suoi ricordi, è quella del don Gianni giovane democristiano della Dc clandestina, la cui formazione seguiva la traccia del cardinale Siri.

 

Sin dagli albori del suo impegno politico egli si pensò come cattolico libero. Era anche temerario don Gianni, ed è questo suo aspetto che lo spinse a occupare per tre giorni, durante l’insurrezione genovese, Radio Genova, trasformandola in una sorta di Radio Londra fino a quando non vide all’orizzonte gli americani. Ma le res gestae lasciavano spesso il passo allo strazio per le sciagure di un periodo bellico che causò una guerra civile italiana che continuò, seppur in altre forme, sino ai tempi odierni. Ricordo che, parlando di questo periodo, l’emozione rompeva il tono della sua voce al pensiero di quella generazione decimata, che combatté nella campagna di Russia e in quella di Albania. “Tanti di loro non erano fascisti, erano italiani che combattevano per l’Italia”, mi disse. E quell’Italia ferita e divisa, che lui aveva vissuto nei momenti più bui delle macerie del dopoguerra, fu per don Gianni il cuore delle sue scelte, del suo impegno politico che, come giovane democristiano, coltivò scegliendo Dossetti, le cui tesi attribuivano alla militanza politica un significato spirituale. Fu allora che nacque in lui l’idea della formazione politica, negli anni della Costituente del ‘48, sensibilità che lo accompagnò per tutta la sua vita e con cui contribuì a plasmare la nuova classe dirigente di Forza Italia. In quella circostanza storica del dopoguerra la sua intuizione fu di dare un riferimento culturale alla generazione democristiana attraverso l’interpretazione della storia italiana, sostituendo Luigi Sturzo ad Antonio Gramsci. Il filoatlantismo di don Gianni, che affiorò sulla rivista dossettiana ‘Cronache sociali’, nel í52, rappresentò il momento d’inizio di una frattura che si realizzò, definitivamente, nella sua contestazione dell’idea che il partito si dovesse porre prima dello Stato. Da Dossetti a De Gasperi: gli uomini del suo impegno politico democristiano. Del rapporto con Dossetti don Gianni ha parlato nell’ultima sua opera, edita postuma, sulla cui pubblicazione egli fu incerto fino agli ultimi giorni della sua vita.

Dopo gli anni della rivista degasperiana “Terza generazione”, che coltivava l’ambizione di parlare ai giovani oltre la divisione tra fascismo e antifascismo, e che fu diretta da Felice Balbo prima, e poi da lui stesso, si aprì, per don Gianni, una fase di rinascita interiore, in cui “il piano di sopra”, come lui amorevolmente definiva Dio, si manifestò attraverso le “Voci”, locuzioni che egli menzionò nel suo libro autobiografico “Vocazione”. Nel fiume dei suoi ricordi affiora alla mia memoria l’intensità dell’esperienza mistica che contraddistinse quegli anni della sua vita. Egli sentì ciò che nel periodo successivo accadde realmente: la crisi della Chiesa nelle derivazioni ideologiche del Concilio Vaticano II. Fu allora un periodo difficile per don Gianni, in cui egli antepose la scelta spirituale a quella dettata dalla convenienza, abbandonando la politica della Dc di Fanfani, che egli riteneva statalista e partitocratica. Intuì che il rapporto tra Dc e Pci avrebbe provocato effetti nocivi sulla Chiesa. Abbracciò i “Comitati civici” di Luigi Gedda, fondando la rivista “Ordine civile”, che professava tesi opposte a Fanfani. In quel periodo accadde un fatto, destinato a influenzare le sorti della politica italiana. “I fatti di Genova” accaduti nel ‘60 che causarono la caduta del governo Tambroni sostenuto dal Msi, fecero maturare le sue riflessioni. In quel momento nacque in Italia l’antifascismo ideologico, piattaforma culturale che è sopravvissuta sino a oggi nella sinistra. La rivista “Lo Stato” sanzionò a tutti gli effetti la sua fuoriuscita dalla Dc: il suo intento, allora, divenne quello di formare un partito cattolico che si ispirasse a Luigi Sturzo. Ma la Chiesa gli impedì di presentare una lista contro la Dc: si era adeguata al corso storico del partito democristiano.

 

La vita di don Gianni si snoda attraverso gli eventi salienti che caratterizzarono la prima Repubblica. Nel 1967 si fa prete nel segno della Vergine Maria di Guadalupe e inizia un lungo cammino spirituale all’insegna della difesa della Tradizione, dirigendo la rivista, promossa dal cardinale Siri, “Renovatio”, esprimendo una critica a quella teologia che da sinistra fiancheggiava il Concilio. Sono gli anni in cui promosse e poi sciolse la Società dello Spirito Santo e di Maria Vergine, gruppi di fedeli presenti a Roma, a Genova e a Rovereto. Ma “Renovatio” non bastava per inserirsi pienamente nel dibattito della cultura italiana. Don Gianni, in questo periodo, inizia la sua collaborazione con “Repubblica” di Eugenio Scalfari condividendo l’avversione al partito confessionale Dc e credendo che vi potesse essere una via socialdemocratica per il Pci. Fu una parentesi, che, come egli diceva, gli permise di affermarsi nel panorama culturale italiano.

 

Il suo anticomunismo si rafforzò con la vicenda del rapimento di Aldo Moro nel ‘78: si avvicinò al Psi di Craxi sostenendo la via della trattativa per poterlo salvare. Fu da questo momento in poi che il suo tratto di vita mi apparve molto più familiare, sia per le mie radici socialiste riformiste che per la scelta di libertà che costituiva l’alternativa craxiana al blocco comunista e a quello democristiano. La “Voce” che si era manifestata a don Gianni lo portò alla scelta della candidatura al Parlamento europeo nella file del Psi. Fu, per lui, un periodo difficile. Accettò la sospensione a divinis. L’interdizione a celebrare la Santa Messa impostagli dalla Chiesa costituì una prova del fuoco, poiché per un sacerdote significava ridimensionare la sua linfa spirituale e vitale di comunione con Dio. Tuttavia don Gianni amava la Chiesa e rispettò tale giudizio senza porsi in contrapposizione a essa. Le critiche che egli pronunciava erano solo un monito per la sua difesa. La sua battaglia politica contro l’unità dei cattolici attorno alla Dc lo inserì nel panorama socialista, dove trovò altri cattolici. La scelta politica di abbracciare il Psi significava dar finalmente voce al principio di libertà di esprimere una sana laicità, che non acquisì mai, in lui, la deriva del laicismo. La sua scommessa era di affermare che un cattolico potesse scegliere il Psi infrangendo il confessionalismo politico senza per questo porsi al di fuori della Chiesa. La scelta politica di don Gianni fece riflettere anche molti non credenti, poiché la laicità poteva contemplare la presenza di una Verità assoluta. Fu in quegli anni che il “demone delle ansie” lo colpì duramente, data la sua condizione di uomo prigioniero della sua libertà. I patimenti non erano solo determinati dalle sue vicissitudini, erano originati anche dai drammi che viveva il popolo italiano. Con Craxi il Psi fu un partito socialista tutto italiano, una formazione politica che aveva scelto la linea antimarxista prudhoniana e che si apriva al mercato gettando i semi della rinascita italiana in un tempo in cui la maggioranza silenziosa del popolo cercava un’alternativa ai due blocchi: quello comunista del Pci e quello confessionale della Dc.

 

Ma la rinascita del Paese, dopo il dramma di Tangentopoli, fu resa possibile dalla coraggiosa iniziativa di Silvio Berlusconi, in cui don Gianni confidò. Mi raccontava spesso delle prime riunioni ad Arcore. Egli era solito affermare che solo qualche cosa che va oltre la ragione poteva allora suggerire un’impresa come quella di Forza Italia. Ed è stato quel dato che va oltre l’immediato a mantenere così intenso e forte in questi quindici anni il rapporto tra don Gianni e Silvio Berlusconi. Dalla Dc al Psi, a Forza Italia, al Popolo della Libertà: vi era un unico filo conduttore che alimentava le sue scelte. Esse erano il frutto di una profonda motivazione politica e spirituale, che aveva come fine quello di liberare il popolo italiano dalla coltre ideologica del Novecento attraverso la realizzazione di uno Stato laico, ma non laicista, giusto, ma non giustizialista, né moralista. Fu questa tensione spirituale che ci unì fino alla sua morte, io ragazzo desideroso di fare tesoro della sua conoscenza, della sua memoria storica, della sua visione della realtà del mondo; l’ho conosciuto nel momento in cui le mie radici socialiste si sono arricchite del Mistero Divino, con la mia conversione al cattolicesimo. Il nostro rapporto di lavoro si nutriva anche attraverso la comune militanza politica, una scelta di libertà che ci vedeva uniti nella battaglia. Era l’amico più grande. Egli non mi fece mai pesare il suo genio e la sua statura intellettuale e spirituale.

 

Per don Gianni scegliere il carisma del leader costituiva il fulcro democratico del consenso popolare. Da Craxi a Berlusconi, il corso della storia italiana dava fiato alla motivazione delle sue battaglie di sempre. La sua militanza politica in Forza Italia fu lo sbocco naturale del suo coraggioso percorso. Ma la storia non è mai scontata. La “gioiosa macchina da guerra” di Achille Occhetto si preparava per la conquista del Palazzo d’Inverno. Ad essa si contrapponeva una formazione politica nuova, nata dal popolo che intendeva liberarsi dalla partitocrazia della I Repubblica e dall’ideologismo del Novecento. Scommettere sulla nascita di Forza Italia, nel ‘94, era la “visionaria follia” di chi fa la storia senza averla prima pensata. Il partito di Berlusconi vinse, dando finalmente una voce alla maggioranza silenziosa. L’impegno politico nella II Repubblica vide don Gianni al fianco di Silvio Berlusconi come riservato consigliere, come dirigente politico con l’incarico della Formazione di Forza Italia e come editorialista di approfondimenti politici, culturali e teologici. La sua figura eclettica fondeva tutte le sue peculiarità: politiche e mistico- teologiche. Il suo era un intelligere eckhartiano: il punto sorgivo in cui lo Spirito produce il Verbo e la conoscenza di fede diviene conoscenza di sé e del reale. Il sapere dell’uomo si fonde nell’esperienza mistica attraverso il Mistero Divino. Ed è il Mistero a produrre il pensiero e non il pensiero a oggettivare il Mistero senza accedervi. Era un pensatore nel tempo in cui non vi è più pensiero e ciò che è rivelato non raggiunge le corde profonde degli uomini, mentre quello che è pensato porta al nulla di senso della condizione umana. Il “demone delle ansie” lo avvolgeva proprio su questo punto.

 

L’anticomunismo di don Gianni scaturiva dalla tensione spirituale di contrapporsi a una cultura ideologica della Rivoluzione marxista che si imponeva sulla politica e si fondeva con l’immanentismo cristiano, sorto dalle deviazioni ideologiche del post Concilio. La libertà per cui lottava consisteva nell’affermazione libera del popolo italiano attraverso la riforma dello Stato, per ovviare a quell’assemblearismo parlamentare che aveva tenuto sotto lo scacco delle correnti dei partiti i governi della I Repubblica. E partendo dal principio cardine della Carta costituzionale, in cui “la sovranità appartiene al popolo”, criticò la Bicamerale del ‘97, ritenendo che fosse impossibile produrre un aggiornamento delle regole insieme ai postcomunisti e al loro retaggio ideologico illiberale. Nel 1997 don Gianni organizzò a Roma, presso la Domus Pacis, il primo convegno nazionale della Formazione rivolto ai giovani di Forza Italia. Con Forza Italia nasceva un nuovo modo di concepire la politica e quindi una nuova cultura politica fondata sul volto del leader, sui suoi programmi e sul governo delle cose. Nei libri redatti per la Struttura Formazione (La cultura politica di Forza Italia del ‘98, a cui seguì un secondo “breviario” dal titolo “Perchè Forza Italia può vincere le elezioni nel ‘99” egli contribuì a tracciare le linee guida del partito berlusconiano.

 

La globalizzazione prodotta dalla comunicazione diffusa stava cambiando il mondo e lo Stato doveva essere adeguato al nuovo corso. Eppure la sinistra, negli anni dal 1996 al 2001, governava l’Italia, prima con Prodi poi con D’Alema. Il cattocomunismo e il postcomunismo divennero il linguaggio del governo per l’occupazione del potere e per il controllo della società. Per Prodi la cultura del popolo che si identificava con Silvio Berlusconi era il “nulla”. Fu una nefasta affermazione per colui che l’aveva pronunciata. Egli venne sostituito dal gioco di potere del suo compagno di viaggio D’Alema, per poi vedere la sua maggioranza sconfitta politicamente alle elezioni del 2001, con la vittoria della Casa delle libertà. Nasce il secondo governo Berlusconi e, se è l’imprevedibile a forgiare la storia, nessuno poteva aspettarsi che avvenisse il fatto cruento dell’11 settembre. Il mondo scopre il confronto tra le sue culture, tra Occidente e Islam. Negli anni precedenti don Gianni avvertì la traccia delle nuove sfide ed ebbe l’ispirazione di fare un pellegrinaggio a Santiago di Compostela in Spagna. Andammo insieme in terra iberica e da quel viaggio nacque il libro Di Fronte all’Islam (2001). I pellegrinaggi erano per lui il momento in cui l’illuminazione dava corpo alle sue profonde speculazioni. Ricordo le sue visite ai santuari mariani, e in particolare al santuario di Santo Stefano D’Aveto (in provincia di Genova) della Madonna di Guadalupe, a cui lui era devoto. La sua intensa attività faceva confondere i giorni feriali con quelli festivi: era un fiume in piena. Seguirono le pubblicazioni de L’Anticristo (2001), Profezia (2002), Io credo (2003), L’intreccio (2004), L’impero d’Occidente (2004) e Le Verità dimenticate (2005).

 

Parimenti procedeva l’attività di formazione politica, per la quale, insieme, organizzammo Ragionpolitica.it, un sito internet trasformato poi in rivista on line, la cui semantica politica scaturiva dal commento dei fatti del mondo secondo un approccio libero e saldamente unito ai valori della tradizione del popolo italiano, intimamente cattolico. Attorno a noi si radunò un gruppo di più di cento collaboratori, la maggior parte giovani. Con loro don Gianni ha avuto, fino all’ultimo, un dialogo costante, fatto di telefonate, incontri, confronti, che iniziavano con un’analisi del tema trattato nell'articolo inviato alla redazione e che molte volte finivano con un più intimo dialogo personale. Così ha fatto di Ragionpolitica una comunità di persone, tenuta insieme dalla medesima tensione spirituale di fronte alla realtà. Ma le attività politiche si declinarono anche sul territorio, con la partecipazione a incontri e dibattiti culturali promossi dai giovani di Forza Italia. In quegli anni le attività di formazione si intensificarono con la scuola di Gubbio, promossa da Sandro Bondi, un evento che ogni anno, da allora, si tiene a settembre, e che diede la traccia agli incontri nazionali di formazione di Forza Italia Giovani, diretti dall’allora coordinatore nazionale Simone Baldelli. Ma le ansie non lo avevano ancora abbandonato.

 

Negli anni del 2004 e del 2005 don Gianni ebbe una crisi profonda, dettata dalla preoccupazione per le sorti del Governo Berlusconi. Furono anni di travaglio interiore, che a stento gli permisero di mantenere la sua attività editoriale di commento ai fatti del quotidiano, piegato com’era dalle “contro evidenze” che gli mostravano un falso fallimento della sua vita. Le ansie lo avevano immobilizzato e gli impedirono di viaggiare. D’un tratto, un giorno, tutto svanì. Riusciva a sentire nuovamente “il piano di sopra”, il “demone“ era fuggito ma il suo fisico venne messo a dura prova. Ritornò quello di prima e riscoprì una nuova giovinezza, assecondando il progetto di Silvio Berlusconi di creare un partito per il popolo libero a cui egli aveva dato voce. Il Popolo della Libertà, per don Gianni, era un grande progetto di libertà per gli italiani, per il nostro Paese. Dalle pagine telematiche di Ragionpolitica. it scrisse che il nuovo partito era “nazionale, tradizionale, popolare”, capace di rappresentare i valori, l’identità e il meglio della storia italiana. Quell’Italia che mi ha insegnato ad amare e che era per lui una terra benedetta, fecondata dall’incontro tra l’annuncio cristiano e il cammino storico della civiltà romana. Dire “Italia” era infatti, per lui, ben più che affermare un dato geografico e anagrafico, ma significava sottolineare l’appartenenza ad una storia di popolo, ad una tradizione civile, ad un’identità spirituale.